ROMA – Il Mondiale 2026 è il più grande della storia: 48 squadre, tre Paesi ospitanti, milioni di tifosi da tutto il mondo. Almeno in teoria. Perché nella pratica, per molti di loro, il sogno si è già fermato in un ufficio consolare.
IL NODO VISTI
Il problema riguarda in particolare cittadini provenienti da Paesi africani e asiatici: molti si sono trovati bloccati nonostante avessero già in mano i biglietti per le partite del torneo. La burocrazia americana, unita a procedure lunghe e costose, ha finito per trasformare l’attesa del grande evento in una corsa a ostacoli. In alcuni casi erano stati previsti depositi cauzionali molto elevati, pari a diverse migliaia di dollari, una cifra proibitiva per molti. Dopo le pressioni della FIFA, tali richieste sono state in parte eliminate per i possessori di biglietti ufficiali, ma il cambiamento è arrivato troppo tardi per molti.
IL CASO IRAN
Il più clamoroso è quello della nazionale iraniana. L’Iran ha accusato gli Stati Uniti di aver negato il visto a numerosi membri della delegazione, denunciando quello che definisce un “trattamento deliberatamente discriminatorio” e chiedendo alla FIFA di intervenire. I calciatori hanno alla fine ottenuto i permessi, ma almeno 15 membri dello staff allenatori, personale tecnico e dirigenti si sono visti negare il visto. La linea ufficiale di Washington è rimasta inflessibile: i controlli serrati servono a evitare che soggetti legati al terrorismo sfruttino l’evento sportivo per introdursi sotto mentite spoglie negli Stati Uniti.
L’EMERGENZA EBOLA
Al problema dei visti si aggiunge quello sanitario. Il Canada ha sospeso per novanta giorni i visti in ingresso per i cittadini del Congo, dell’Uganda e del Sud Sudan, applicando una quarantena obbligatoria di ventuno giorni agli altri stranieri transitati nelle ultime tre settimane nelle zone colpite dall’epidemia. Anche il Messico ha implementato restrizioni aeroportuali per sessanta giorni per chi ha transitato nelle zone colpite.
LA CONTRADDIZIONE
Mentre il campo si prepara a celebrare la festa del calcio globale, una parte dei tifosi rischia di restare fuori dagli stadi ancora prima del fischio d’inizio. Un Mondiale che si proclama il più inclusivo della storia, più squadre, più continenti, più stadi, ma che per molti si è già chiuso con un timbro sul passaporto.
