ROMA – Bastava una semplice ricerca su Google per imbattersi in referti medici, risultati di sperimentazioni cliniche con nomi di pazienti e perfino dati di bambini condivisi per compiti scolastici. Non si tratta di un attacco hacker, ma di centinaia di conversazioni avute con Claude, il chatbot di Anthropic, finite tra i risultati dei motori di ricerca.
La vicenda ha fatto rapidamente il giro del web, riaccendendo il dibattito sulla privacy nell’era dell’intelligenza artificiale. Una cosa è condividere una chat con un collega o un amico, un’altra è scoprire che quella stessa conversazione può essere trovata da chiunque.
COME SONO FINITE ONLINE LE CONVERSAZIONI
A segnalare il problema sono stati alcuni utenti della community Reddit dedicata a Claude. Attraverso una particolare ricerca su Google sono emerse numerose chat condivise e gli “Artifacts“, le applicazioni create all’interno del chatbot.
Non risulta alcuna violazione dei sistemi di Anthropic. Il punto critico è la funzione “Share“, che genera un link pubblico con cui condividere una conversazione. Se quel collegamento viene pubblicato su un forum, un social o un altro sito, può essere indicizzato dai motori di ricerca, a meno che il sito non impedisca esplicitamente questa operazione.
Tra i contenuti comparsi online ci sarebbero documenti aziendali, analisi mediche e altre informazioni personali che gli utenti non immaginavano potessero diventare così facilmente reperibili.
È STATO VIOLATO CLAUDE?
La risposta, almeno per ora, è no.
Non ci sono prove di intrusioni o fughe di dati dai server di Anthropic. Le conversazioni erano state condivise tramite link pubblici, ma molti utenti li consideravano simili a collegamenti “non in elenco”, quindi difficili da trovare. In realtà, una volta indicizzati, potevano comparire nei risultati di ricerca.
Dopo le segnalazioni, Anthropic è intervenuta per limitare l’indicizzazione delle chat condivise.
COSA DICE ANTHROPIC
L’azienda ha spiegato che le conversazioni sono private per impostazione predefinita e diventano pubbliche solo se è l’utente a creare un link di condivisione. Ha inoltre ricordato che questi collegamenti possono essere revocati in qualsiasi momento.
Google, dal canto suo, ha precisato di non decidere quali pagine rendere pubbliche: sono i siti a stabilire se una pagina possa essere indicizzata, mentre il motore di ricerca si limita a rispettarne le impostazioni.
COSA POSSONO FARE GLI UTENTI
L’episodio è un promemoria che vale per Claude e per tutte le piattaforme di intelligenza artificiale. Prima di condividere una conversazione è sempre bene verificare che non contenga dati personali, documenti riservati o altre informazioni sensibili.
Se in passato è stato creato un link pubblico, conviene controllare le impostazioni di condivisione e, se non è più necessario, revocarlo. Bastano pochi istanti per evitare che contenuti destinati a poche persone finiscano davanti a un pubblico molto più ampio. Perché, nell’era dell’AI, il confine tra “condiviso” e “pubblico” può essere più sottile di quanto sembri.
