Istat, Italia sempre più ‘vuota’: oltre 13 milioni di residenti in meno nel 2080

Il Paese sarà meno popolato e più anziano. Ma la previsione non è una sentenza: indica una direzione e mette alla prova le scelte su lavoro, famiglie, migrazioni e servizi

ROMA – Nel 2080 l’Italia potrebbe avere 45,8 milioni di residenti, contro i 58,9 milioni registrati al 1° gennaio 2025. La differenza supera i 13 milioni di persone. È il quadro tracciato dall’Istat nelle nuove previsioni demografiche, costruite sulla base delle ipotesi più probabili riguardo a nascite, decessi e migrazioni.

Il calo non sarebbe immediato né uniforme. Secondo lo scenario mediano, la popolazione scenderebbe a 55 milioni nel 2050, dopo una prima fase di sostanziale stabilità. L’Istat avverte però che una proiezione a così lunga distanza non può essere letta come un dato già scritto: più ci si allontana dal punto di partenza, maggiore è l’incertezza. La direzione generale, tuttavia, resta chiara. La popolazione diminuirebbe anche negli scenari più favorevoli.

MENO ABITANTI, PIÙ ANZIANI

Il cambiamento non riguarderà soltanto la dimensione del Paese, ma anche la sua composizione. L’età media, oggi di 46,9 anni, supererebbe i 51 anni nel 2050 e arriverebbe a 52,1 nel 2080. La quota degli over 65 passerebbe dal 24,7% attuale a circa il 35% a metà secolo, per avvicinarsi al 37% nel lungo periodo.

A restringersi sarà soprattutto la fascia considerata in età lavorativa, quella tra i 15 e i 64 anni. Nel 2050 rappresenterebbe poco più della metà della popolazione, mentre i giovani fino a 14 anni resterebbero intorno a un decimo del totale.

Dietro questi numeri c’è il progressivo ingresso nella terza età delle generazioni numerose nate durante il baby boom. Alle loro spalle arrivano generazioni più piccole, formate in decenni caratterizzati da una natalità bassa.

NASCITE E DECESSI, UN DIVARIO DIFFICILE DA COLMARE

Il motore principale della riduzione è il saldo naturale, cioè la differenza tra nascite e decessi. Le nascite, secondo l’Istat, resterebbero intorno alle 355mila all’anno fino al 2030, per poi scendere a circa 335mila nel 2050 e a 281mila nel 2080. I decessi aumenterebbero invece nei prossimi decenni, fino a raggiungere un picco di circa 869mila nel 2058.

Il risultato è un saldo naturale negativo per tutto il periodo considerato. Anche un eventuale aumento della fecondità, da solo, non basterebbe a cambiare rapidamente il quadro: le generazioni in età riproduttiva saranno infatti meno numerose.

Le migrazioni dall’estero contribuirebbero a contenere la discesa. Il saldo migratorio resterebbe positivo, ma non abbastanza da compensare la differenza tra nascite e decessi. È uno degli elementi più incerti della previsione, perché dipende da fattori economici, geopolitici e normativi difficili da anticipare su un orizzonte di oltre mezzo secolo.

UN PAESE A TRE VELOCITÀ

La trasformazione non sarà uguale ovunque. Il Nord sarebbe l’unica ripartizione a crescere nel breve periodo, passando dai 27,5 milioni di residenti del 2025 ai 27,7 milioni del 2030. Dopo quella parentesi, anche il Nord inizierebbe a perdere abitanti, arrivando a 24,2 milioni nel 2080.

Nel Centro la popolazione resterebbe stabile nei primi anni, per poi scendere a 9,3 milioni alla fine del periodo. Il Mezzogiorno avrebbe la contrazione più marcata: dai 19,7 milioni del 2025 passerebbe a 12,3 milioni nel 2080.

Il divario riguarderebbe anche la distanza dai servizi. Le aree interne, soprattutto nel Sud, perderebbero popolazione più rapidamente dei centri urbani. In una mappa con meno residenti, scuole, trasporti, presidi sanitari e attività economiche dovranno essere ripensati per non lasciare interi territori fuori dal percorso.

FAMIGLIE PIÙ NUMEROSE, MA PIÙ PICCOLE

C’è un’apparente contraddizione: mentre gli abitanti diminuiscono, il numero delle famiglie potrebbe crescere ancora per alcuni anni. La spiegazione sta soprattutto nell’aumento delle persone che vivono sole e nella riduzione delle dimensioni dei nuclei.

Le famiglie passerebbero dai 26,7 milioni del 2025 a un massimo di 27,9 milioni nel 2043, per poi scendere leggermente. Nel 2050 la dimensione media sarebbe di circa due componenti, contro i 2,20 di oggi. Le famiglie senza nucleo rappresenterebbero quasi il 45% del totale.

Anche le coppie con figli diminuirebbero, passando da 7,5 milioni a 5,8 milioni nel 2050. Nello stesso anno, le coppie senza figli sarebbero più numerose. Non è il ritratto di un’Italia senza famiglie, ma di un’Italia fatta da nuclei più piccoli e con un peso crescente delle persone anziane.

UNA DIREZIONE, NON UN DESTINO GIÀ SCRITTO

L’Istat definisce le proprie proiezioni come esercizi what-if: mostrano che cosa potrebbe accadere se determinate ipotesi su natalità, mortalità e migrazioni si verificassero. La distanza temporale lascia spazio a cambiamenti oggi impossibili da prevedere, soprattutto sul fronte dei flussi migratori e delle scelte familiari.

Resta però un dato difficilmente eludibile: l’Italia invecchierà. Il 2080 può sembrare lontanissimo, ma molte delle persone che vivranno allora sono già nate. Per questo la questione non riguarda soltanto quanti abitanti conterà il Paese, ma come saranno organizzati il lavoro, le città, la sanità, la scuola e l’assistenza.

La cifra dei 45,8 milioni è il punto d’arrivo di una traiettoria. Il modo in cui l’Italia affronterà il percorso dipenderà da decisioni molto più vicine nel tempo.