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Alcol e sport: un binomio impossibile

Roma – L’occasione fornita dal Centro di Ricerca per l’Economia in Agricoltura (Crea), organo di consulenza tecnico-scientifico del Ministero per le Politiche Agricole e Forestali, che ha ospitato un convegno sull’uso della birra per reidratare lo sportivo dopo lo sforzo agonistico, concludendo che il suo apporto è identico a quello garantito dall’acqua, fornisce alla Società Italiana di Alcologia (Sia) l’occasione di sottolineare le evidenze legate a numerose pubblicazioni di pari livello, trascurate dall’evento, che negano e ribaltano tali effetti.

L’etanolo è un composto tossico e cancerogeno e – in accordo a quanto ribadito dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (Iarc) – il consumo di qualunque bevanda alcolica, in funzione delle quantità e della frequenza di consumo e considerando tutti gli effetti sull’organismo, comporta svantaggi netti e danni per la salute ed è incompatibile con lo sport.

La «practice» proposta – il ricorso a 660 millilitri di birra al posto di quantità adeguate di acqua e sali minerali – è stata contestata, come riportato sui media, da ricercatori indipendenti e dagli stessi ricercatori che al Crea lavorano seriamente e hanno valutato discutibile l’opportunità di organizzare un evento basato su una «non-evidenza» scientifica, molto più ispirato a una presentazione commerciale e di marketing che di confronto scientifico e di contraddittorio che caratterizza la vera anima di un centro pubblico di ricerca.

Ha generato stupore che a tecnici che hanno il privilegio e la missione di tutelare campioni nazionali, di tutelare la salute e diffondere un’informazione valida e completa, sia sfuggita la necessità di prendere in considerazione, nella valutazione del profilo e dell’impatto dell’uso di integratori nel post-esercizio, l’esigenza di escludere l’uso di sostanze dotate di nota tossicità ben evidenziata da esplicite indicazioni sull’inopportunità dell’uso di alcol nelle documentazioni tecniche della Federazione Italiana Gioco Calcio (Figc) e della Federazione Medici Sportivi Italiani (Fmsi) che sottolineano l’insostenibilità per l’organismo di uno sportivo, che si allena anche per bruciare calorie, di garantirsene incongruamente in evitabile eccesso – sette per ogni grammo di alcol – in particolare se già consumatore, rispetto alla sua giustificata, opportuna assenza nella pratica sportiva.

In funzione delle variabili che potrebbero impattare negativamente sull’organismo, i ricercatori, gli scienziati i medici sanno che le conclusioni di tutte le evidenze di settore sono ispirate al principio di precauzione, ben noto alla comunità scientifica, che sollecita studi controllati, randomizzati e in doppio cieco per il controllo di variabili che non si esauriscono in quelle prodotte su base sperimentale in piccoli campioni, ma su un ventaglio di elementi e un periodo di osservazione molto più ampi che possano con ragionevolezza giungere a suggerire una pratica sicura anche nel pieno rispetto delle linee guida per una sana alimentazione.

La pratica, allo stato attuale, non appare dotata di basi ampie e necessarie per essere definita vantaggiosa e tanto meno essere proposta al pubblico attraverso una comunicazione che deve ispirarsi a certezze che non possono derivare da esperienze preliminari che ha più senso condividere con la comunità scientifica per opportuno vaglio.

Dunque è fonte di perplessità la ricerca in un settore nobile come quello dello sport di nuovi prodotti definiti “analcolici”, ma nei fatti risultanti gravati dal tre per cento di alcol – la legge quadro 125 del 2001 stabilisce che si può definire bevanda alcolica ogni prodotto che contiene alcol con gradazione superiore a 1,2 gradi – di cui non solo la gradazione, ma anche la quantità e la frequenza di alcol consumato possono fare la differenza sulla salute dello sportivo. Evidenze queste che non possono trovare generalizzazione all’intera popolazione degli sportivi, senza messaggi adeguati di cautela e di accompagnamento rispetto alle controindicazioni che impediscono l’uso di tale pratica (dall’età minima legale, all’uso di farmaci non infrequente nello sportivo, presenza di condizioni e di malattie che sconsigliano l’uso di alcol) nella consapevolezza che i messaggi diffusi sulla rete raggiungono prevalentemente i giovani influenzandone mode e tendenze.

Una ricerca mirata a stimolare le catechine o a diminuire il colesterolo attraverso molecole veicolate da etanolo non ha molto senso da un punto di vista di salute rispetto a tante pratiche cliniche in uso, validate ed efficaci che propongono prodotti e pratiche il cui profilo di tossicità non è peggiorato dalla presenza di un cancerogeno.

Lo stress ossidativo, così come l’infiammazione, sono condizioni cliniche oggetto di studi ma anche di qualificate misure d’intervento rigorosamente sanitarie, esulanti dalla ricerca e di buona pratica medica che, opportunamente, non introducono alcolici nel contesto di una pratica sportiva, sana e salubre per definizione. Un medico, anche sportivo, non usa e non consiglia l’alcol come presidio terapeutico (antinfiammatorio) né per modificare processi ossidativi (antiossidanti), potendo ricorrere a prodotti naturali (alimentazione) o commerciali (migliaia di prodotti antiossidanti non veicolati da etanolo) che riescono a raggiungere la quantità idonea di principio attivo utile ed efficiente. Ciò anche in omaggio a regole di deontologia professionale ispirate a perizia, prudenza e diligenza, secondo i pilastri della medicina legale e anche dell’etica.

Lo sport dovrebbe supportare il valore dell’indipendenza da qualunque sostanza che possa pregiudicare la salute e la pratica di stili di vita sani per i quali l’alcol non può né potrebbe esser usato come molecola «farmacologica» per la quale la stessa Alta Corte di Giustizia Europea in una sentenza afferma che non è lecito vantarne, nella comunicazione delle caratteristiche, proprietà salutistiche che non sono mai attribuibili ad una sostanza tossica e cancerogena, dannosa per la salute. Se si ricercano e comunicano proprietà terapeutiche, come nel caso specifico, non può non affacciarsi alla mente che la Legge 125/2001 (art.13, comma b) richiama che è vietata la pubblicità di bevande alcoliche e superalcoliche che attribuisca efficacia o indicazioni terapeutiche che non siano espressamente riconosciute dal Ministero della Sanità. Ne deriva che nessuna proprietà salutistica o terapeutica di una bevanda alcolica può essere attribuita in assenza di valutazione della consistenza dell’evidenza scientifica specifica. Il sostegno a politiche di prevenzione passa attraverso una comunicazione valida e oggettiva che insieme ai vantaggi indichi chiaramente gli svantaggi.

A livello europeo si parla di «health in other policy» per richiamare ciascun settore di competenza alle rispettive responsabilità. Senza elencare le pubblicazioni scientifiche, comunque reperibili sul web, che smentiscono l’opportunità di usare la birra o l’alcol dopo lo sport in sostituzione dell’acqua, ci si può limitare a riportare per il grande pubblico le osservazioni di libero dominio sui siti web, evidentemente prive di pregiudizi che potrebbero essere attribuite al ricercatore che sa e che basa le opinioni su dati veri e validati.

L’alcol, a qualunque quantità, e in funzione di un’azione che è quantità dipendente, ma che parte da quantità bassissime di alcol consumato, agisce in maniera differente su ciascun individuo su:

a) metabolismo dei carboidrati: provoca inibizione della glicogenosintesi e stimolazione della gliconeolisi con conseguente depauperamento precoce delle scorte glucidiche.

b) Sistemi tampone: l’alcol favorisce la produzione e l’accumulo di composti acidi come il lattato e i corpi chetonici abbassando, di conseguenza, il pH del sangue. Ricordiamo che l’acidosi metabolica (abbassamento del pH ematico) è responsabile di sintomi come stanchezza, cefalea, nausea, vomito e può condurre al coma.

c) Sangue: l’alcol diminuisce l’efficienza nel trasporto ematico del ferro, un minerale coinvolto nei processi di produzione dell’Atp e nel trasporto dell’ossigeno. In particolare con la sua azione altera la sintesi delle diverse isoforme di transferrina. Tale proteina è coinvolta nel trasporto del ferro dalla sede di assorbimento a quella di utilizzo o di deposito (in particolare il fegato).

d) L’alcol causa un minor assorbimento della vitamina B12 e dei folati. Queste due sostanze sono fondamentali perché regolano alcuni processi fisiologici importanti. Una loro carenza implica un aumento di volume delle emazie (globuli rossi) e predispongono il soggetto all’anemia megaloblastica e a danni al sistema nervoso.

e) L’alcol è particolarmente tossico per i mitocondri, gli organuli cellulari che producono energia. Tra l’altro i mitocondri sintetizzano l’eme un complesso chimico presente nell’emoglobina in grado di legare l’ossigeno. Associando il declino nella produzione di eme al ridotto assorbimento della vitamina B12 e all’alterazione della transferrina il trasporto di ossigeno ai tessuti viene seriamente compromesso.

f) Tale alterazione influenza negativamente la prestazione sportiva soprattutto nelle attività di resistenza, come la corsa ed il ciclismo.

g) L’alcol riduce inoltre livelli di testosterone e limita la sintesi proteica fino a ventiquattro ore dopo il suo consumo, di conseguenza l’abuso di questa sostanza compromette l’incremento della massa muscolare.

h) Effetti sul sistema nervoso centrale: alterazioni nella contrazione muscolare, peggioramento dei riflessi, del tempo di reazione e delle capacità coordinative. In funzione di peso, età, stomaco pieno, stomaco vuoto l’effetto può avere impatti differenti in funzione di livelli di alcolemia estremamente variabili in accordo alle caratteristiche individuali tra cui presenza di particolari condizioni di salute o assunzione di farmaci che indicano la necessità di «negoziare» con il medico di fiducia il consumo di alcol. Se birra deve essere, allora birra sia, ma con molti se e tanti ma. Sempre a stomaco pieno.

Per il gusto di berla e perché piace, dopo una partita con gli amici o una corsa o un allenamento che si concluda con una serata tra amici ma ricordando che non è opportuna per finalità «salutistiche» tra cui la reidratazione nello sport, che i parametri collegati a uno stato di buona salute non possono esaurirsi alle considerazioni relative alle molecole eventualmente connesse all’integrazione di elementi indispensabili e utilizzati nello sport che, non a caso, esclude l’alcol in funzione del profilo tossico noto e verificato.

Idratarsi non significa ingerire una bevanda che contiene etanolo: anti-nutriente, calorico, tossico e cancerogeno. Chi vuole prevenire le malattie cronico degenerative e il cancro sa perfettamente che oltre a fare sport e non fumare, la scelta migliore è non bere (come ribadito nel Codice Europeo contro il Cancro).

Di Emanuele Scafato, direttore dell’Osservatorio Nazionale Alcol dell’Istituto Superiore di Sanità