percorsi di legalita

A Perugia 300 studenti camminano ‘Sulle orme di Giovanni’

sulle orme di Giovanni FalconePERUGIA – Un incontro per capire “da che parte stare”. Stamattina circa 300 studenti dell’Istituto tecnico tecnologico statale ‘Alessandro Volta’ di Perugia hanno incontrato, nel dipartimento di Giurisprudenza dell’università degli studi di Perugia, Giuseppe Ayala, ex magistrato e pubblico ministero del maxiprocesso di Palermo istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino oltre trent’anni fa, il 10 febbraio 1986. A portare avanti il progetto, la fondazione Giovanni e Francesca Falcone, impegnata a sensibilizzare circa 300 studenti, di 13 classi terze e una classe quinta, a camminare ‘Sulle orme di Giovanni’. L’iniziativa arriva a quasi 25 anni dalla strage mafiosa di Capaci, per avere memoria di quel 23 maggio 1992, quando persero la vita Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, e quando perse la speranza la Sicilia che poi si sarebbe riconosciuta in quella che lo storico Giuseppe Carlo Marino definisce nella sua ‘Globalmafia’ la “‘nuova primavera siciliana’, regionale e nazionale”, “la rivolta dell’Italia della legalità”.

Sulle orme di Giovanni Falcone

La mattinata si è aperta con la proiezione di un video, realizzato dalla fondazione Falcone proprio per il progetto del Volta, che ripercorre le tappe della carriera del magistrato, dalla prima grande inchiesta su Rosario Spatola fino al maxiprocesso – terminato in primo grado il 16 dicembre 1987 con 360 condanne per un totale di 2265 anni di carcere e multe per 11 miliardi di lire – passando per gli omicidi eccellenti di Cesare Terranova, Lenin Mancuso, Gaetano Costa e di tutti gli uomini dello Stato uccisi da Cosa Nostra, impegnata in quegli anni nella seconda guerra di mafia, la cosiddetta mattanza. “Raccontare Falcone chiaramente ha diversi aspetti- spiega a diregiovani.it Loredana Introini, coordinatrice del progetto e responsabile esecutivo della fondazione Falcone-. In questo caso abbiamo voluto raccontare a dei ragazzi che vengono da un istituto tecnico, quindi non necessariamente esperti di questi tematiche, cosa voleva dire fare indagini ai tempi di Falcone. Ecco perché un video sulle difficoltà tecniche e sulle novità di metodo utilizzate per affrontare il crimine organizzato”. Una narrazione accompagnata dalle immagini di repertorio raccolte negli anni dagli occhi di Peppino Di Lorenzo, perché “è doveroso tornare su quei fatti”, sottolinea Salvatore Benintende della fondazione Falcone, “anche affrontando gli aspetti più tecnici”, senza badare alla qualità delle immagini ma “facendo attenzione ai contenuti”.

Giuseppe Ayala: Falcone “era Maradona e Pelè messi insieme”

“Quando vivi una vita a contatto con uomini straordinari ti senti in dovere di continuare a parlarne- spiega ai ragazzi Giuseppe Ayala-. Per questo vado nelle scuole, tra gli studenti. Lo facevano anche Caponnetto e Chinnici, un magistrato che aveva la vocazione del padre. Tutti i magistrati facevano riferimento a lui”. Un’esperienza straordinaria, per Ayala, “perche’, a parte la grande affermazione professionale, sono riuscito ad entrare in contatto con un patrimonio umano”. Perché Giovanni Falcone “era Maradona e Pele’ messi insieme” non solo dal punto di vista lavorativo ma anche “dal punto di vista umano”, “spocchia e arroganza non esistevano nel suo vocabolario, era un uomo che non alzava mai la voce”. “Caratteristiche- continua Ayala- difficilmente ripetibili”, che si affiancavano al gusto per “un umorismo demenziale”. “Ricordo la sua battuta, meno demenziale di quelle che faceva di solito, quando feci la mia requisitoria al maxiprocesso, che vedeva coinvolti me in qualità di pubblico ministero e lui in qualità di giudice istruttore. Mi disse: “E’ vero che sei un’ottima voce. The voice, come Frank Sinatra. Ma non dimenticare che la canzone la scrissi io”. L’ironia fu “la grande compagna di viaggio” di quel gruppo di magistrati: “E’ stata la nostra forza- racconta- perche’ l’ironia si trasmette e permette di sdrammatizzare. Le risate di quegli anni sono per me il ricordo piu’ tenero”.

Sulle orme di Giovanni Falcone, la mafia spiegata ai giovani

Tante le curiosità degli studenti, impegnati dal 23 maggio 2016 in un percorso che li ha portati a ragionare, insieme alla fondazione Cinemovel, sulle rappresentazioni della mafia e sul loro immaginario, per poi raccogliere informazioni sulle mafie in Umbria, attraverso un lavoro di conoscenza del territorio, sulle ecomafie, sulle influenze della criminalità organizzata e su come i giovani possano fare prevenzione. “Quali cambiamenti ci sono stati dal maxiprocesso ad oggi?”, “Come spiegherebbe a noi il rapporto Stato-mafia?”, “E’ mai stato minacciato e ha mai avuto paura?”, chiedono i ragazzi all’ex magistrato. “La mafia si e’ adeguata ai cambiamenti politici ed economici- spiega Ayala-. Oggi la situazione e’ diversa rispetto ad un tempo, per un verso si e’ tornati all’antico. La mafia sta vivendo una situazione di indebolimento, ma guai- avverte- a ritenere che siano prossimi alla sua sconfitta”. Secondo Ayala il problema non sta “nel provare la paura, essendo la paura un sentimento umano”, il problema “e’ non cedere alla paura. Sarei un bugiardo se vi raccontassi che non ebbi paura quando mi fecero leggere una velina in cui si informava che era in preparazione un attentato nei miei confronti”. Stragi e attentati che si susseguirono nel corso di quegli anni e che, in alcuni casi, non furono solo “opera della mafia”, come, secondo Ayala, “l’omicidio di Giovanni Falcone”.

Sui legami tra politica e Cosa Nostra negli anni del maxiprocesso Ayala è netto: “Io fumo senza filtri e parlo senza filtri. Il referente di Andreotti in Sicilia, Salvo Lima, non era un colluso con la mafia, era un mafioso. Oggi i mafiosi invece non hanno più bisogno di interlocutori, sono loro che entrano in politica. E purtroppo la loro capacità di condizionare la politica nella nostra regione è simile a quella di un tempo, se non peggio”. Secondo Ayala la soluzione sta nel “rispetto delle regole, anche nella banalità della quotidianità”. Rispetto senza il quale l’Italia rischia di affondare in un mare di illegalità”. Per questo continua a girare tra i banchi, a rispondere alle domande degli studenti. “Io che ho la fortuna di essere rimasto vivo- dichiara Ayala a diregiovani.it- avverto il dovere di continuare non tanto l’attività giudiziaria, perché sono in pensione, ma di dare una testimonianza del valore dell’importanza di quell’esperienza del pool antimafia, ma soprattutto dell’esempio che ci hanno lasciato Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Francesca Morvillo, i ragazzi della scorta. Il modo migliore di tradurlo mi sembra proprio quello di andare nelle scuole e nelle universita’ a parlare con i giovani- conclude- ad aiutarli a rendersi conto di quanto sia importante la legalità in ogni contesto sociale”.