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Abitudini: sono impronte nel cervello

 

Cos’è un’abitudine se non un’azione che ripetiamo continuamente, che entra a far parte della nostra routine a volte in modo inconsapevole e di cui non riusciamo più a fare a meno? Può essere una cosa molto banale, come la canzone che ascolti prima dei momenti importanti per farti coraggio, il portafortuna che stringi durante un test, una camminata nel pomeriggio o una tazza di tè caldo prima di andare a letto, oppure azioni o comportamenti molto più strani. Per esempio un certo numero di chicchi nel caffè, solo ed esclusivamente 60 per il grande Beethoven, le lunghe camminate di Dickens o la famosa mela sotto l’Arco di Trionfo di Dumas. Per non parlare della vera e propria ossessione di Nikola Tesla per il numero 3 e i numeri divisibili per esso. Un genio, sì, ma che girava tre volte intorno ad un edificio prima di entrarci… e così in molti casi le abitudini finiscono per diventare ossessioni o vizi. Ma cosa ci spinge a ripeterle e, soprattutto, perché è così difficile abbandonarle quando lo desideriamo? Uno studio su “Neuron”, come dimostra una ricerca condotta dalla Duke University, negli Stati Uniti, arriva alla seguente ipotesi: è così difficile sbarazzarsene perché lasciano una traccia durevole, proprio come un’impronta, nel nostro cervello. Finiscono per fissarsi nei nostri circuiti cerebrali e finiamo per ripeterle. L’università americana ha condotto questi studi sui topi, analizzandone il comportamento e le loro reazioni. Il meccanismo è piuttosto semplice: ogni volta che i roditori premevano una leva ricevevano del cibo dolce. Allenandoli, i ricercatori potevano distinguere i topi che si erano abituati, ossia quelli che premevano la leva anche in assenza di ricompensa, dagli altri. Studiandone poi il cervello gli scienziati hanno scoperto che risultava proprio differente dai topi non abituati. La sostanziale differenza l’hanno scoperta in due particolari circuiti nervosi, uno che promuove l’azione e l’altro che la sopprime. Nei topi che si erano assuefatti alla dolce ricompensa partiva prima il segnale che promuove l’azione, e che quindi arriva a soddisfare subito l’abitudine, negli altri questo non avveniva. Questa “impronta” risultava così forte che potevano arrivare a capire quale dei due tipi di topi stessero osservando solo guardandone il cervello. Come per gli umani, quanto è difficile disabituare un topo dalla routine acquisita? Gli scienziati hanno provato a capirlo cercando di romperne le abitudini. In questo caso hanno cominciato a ricompensarli solo quando non premevano la leva, ossia facendo tutto il contrario rispetto a quando erano partiti. Ne hanno osservate anche le diverse caratteristiche cerebrali, ipotizzando se potessero predire il successo dell’esperimento. Nei topi che avevano il segnale che promuove l’azione, il circuito di accensione per così dire, più debole era molto più facile.
Naturalmente questi sono esperimenti fatti su topi e ancora ben lontani dal cervello umano, perciò non è ben chiaro se queste scoperte possano valere anche per gli uomini. Inoltre non è ben chiaro cosa cambi tra il ripetersi di un’azione e i disturbi ossessivi-compulsivi, che il più delle volte partono da semplici ed innocue abitudini. Insomma, siamo appena alla punta dell’iceberg.

Chiara Monetti
Classe 2C – Liceo Classico Statale “Galileo” di Firenze