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Afasia

 

E giunse, come faceva tutte le notti.
La sua presenza era allo stesso tempo assenza, e pur non avendo un suono, era capace di provocare il più turbante tra i rumori.
Non si aggirava, ma serpeggiava, e quando era chiamato, non doveva essere evocato con forza e vigore, ma sottovoce, sussurrando.
E se giungeva potevi capirlo, potevi sentirlo, potevi notare come il buio sembrasse più buio e come ogni suono sembrasse più amplificato e minaccioso.
Era presente in ogni occasione, in ogni luogo, persino nella tua mente, ed anche nella musica.
Ma quando giungeva la notte, allora, era l’unico sovrano a vegliare sul buio senza stelle.
Facendosi spazio tra la vuota oscurità, iniziava a placare ogni pensiero, a spegnere ogni sentimento, e se la notte su cui vegliava era destinata a divenire eterna, allora il suo compito era quello di annullare una intera esistenza, e di iniziare a far parte di te.
Tutti lo avevano sempre temuto, e lui sapeva che la colpa non era sua, sapeva che la verità era che non era mai stato capito, che non era mai stato ascoltato.
E il rumore tanto sinistro che trascinava con sé, era talmente inconfondibile che non era neppure capace di camuffarlo: era la sua natura.
Strisciava, indisturbato, leggero, evanescente; naufrago, zittendosi, illuminava l’oscurità.
E se dovessi descrivere il suo aspetto, le parole non sarebbero l’arma che utilizzerei, gli occhi non sarebbero i sensi con cui coglierlo.
Perché se ci siamo noi, lui non c’è, e quando invece lui è presente, noi non ci siamo.
Ma nonostante ciò siamo capaci di percepirlo.
Se sussurriamo, sussurra anche lui.
Se urliamo rabbiosamente, esso rivela la propria presenza ringhiando.
Il suo suono siamo noi, e lui fa parte di noi.
E quella notte, accadde tutto.

Ogni sera si addentrava in una casa, cercava compagnia per la sua eterna solitudine: quella luce che si trovava di fronte a lui, proveniente da quella piccola finestra, lo attirò come una falena.
E in quel momento decise che quella casa, sarebbe stata quella giusta.
Si avvicinò al vetro, più leggero dell’aria, ma al tempo stesso opprimente come la nebbia, e la sua oscurità avvolse lo spazio circostante.
All’interno della casa, David non riusciva ad addormentarsi.
Continuava a rigirarsi nel letto, Tu-tum nel silenzio, quasi sentiva i battiti del suo cuore.
Se solo David avesse saputo che non tutti i mostri hanno l’aspetto che ci immaginiamo.
Se solo avesse percepito quello sguardo, che sguardo non era, oltre la finestra di camera sua…
Se solo si fosse accorto che ogni suono, in quella notte senza stelle, era misteriosamente scomparso nell’oblio, preso per sempre da qualcosa, di cui lui non sospettava neppure l’esistenza.
E lui c’era, lui c’era sempre.
Il problema era sentirlo.

Dal piccolo spiraglio in basso a destra della finestra della camera di David, insieme al solito sbuffo di aria gelida, che gli creava quei dispettosi brividi lungo la spina dorsale, entrò anche lui.
E ogni volta che accadeva, tutto avveniva in un lasso di tempo così indefinito che gli orologi smettevano di ticchettare, le lancette interrompevano il loro incessante scorrere, perché quando succedeva, non esistevano più un inizio o una fine.
E neppure il soffio del vento produceva più quel sibilo, quegli ululati, quel suono continuo tipico delle serate autunnali.
Tu-tum Tu-tum il battito del cuore di David era accelerato.
La coperta avvolta disordinatamente attorno al suo ventre, gli occhi serrati, alla disperata ricerca di Morfeo, il respiro pesante.

Ti vedo, ti sento. Tu non mai mi hai visto, ma stanotte, mi sentirai.

David spalancò gli occhi.
Un fruscio, proveniente da destra e un brivido, lungo la sua schiena.
Un incubo, era stato solo un incubo, si disse.
Ma qualcosa era cambiato in quella notte, qualcosa era diverso: sentiva come la presenza di una mancanza e, per la prima volta in vita sua, si sentì solo come non lo era mai stato.

L’ho preso: ora è mio, David. Ascolta attentamente, David.

Rabbrividì. Il suo respiro si fece affannoso, prese a stringere le lenzuola tra le mani, deglutì a vuoto, voltandosi a destra e a sinistra, come per far fronte a quella oppressione che lo stava stringendo in una morsa insopportabile, inarrestabile.
E tentò di parlare, ma semplicemente, le parole ristagnavano nel fondo della sua gola, da cui uscì solo un rantolo confuso e soffocato.
Ma che mi sta succedendo? Pensò.
Nel suo corpo, l’unica cosa che percepiva era il terrore.
Con le mani tremanti come le foglie autunnali, raggiunse l’interruttore al lato del letto, e quando lo premette, non cambiò nulla.

Non serve la luce, e neppure la parola. L’ho preso, non ti appartiene, David.

La sua cassa toracica, si alzava e abbassava prepotentemente.
Si mise la mano sul petto, all’altezza del cuore, e fu allora che se ne accorse.
Quel Tu-tum che lo rendeva vivo, che lo rendeva essere umano, era del tutto scomparso.
Nessun suono, nessun calore, solo David e lui.

E fu come se ogni armonia presente nella sua vita fosse stata presa per sempre.
Nella mente di David, tutti i piccoli frammenti di ricordi felici, scorrevano incessantemente, e se ne andavano lontano, e per quanto David si impegnasse a recuperarli, loro si dirigevano in un mondo privo di colori e di musica, in un mondo in cui neppure la più povera delle anime avrebbe voluto vivere.

Io non vivo, ma dimoro laggiù. So che vuoi venire con me, David.

E David scosse la testa, freneticamente, perché chi mai avrebbe voluto vivere in un mondo del genere?
Avrebbe preferito un sonno eterno a un oblio così triste ed evanescente.
Con tutte le forze che aveva in corpo, tentò di liberare la sua gola da quella morsa soffocante, voleva chiedere aiuto, voleva essere salvato, ed allora si concentrò, allungò il collo, e strizzo così forte gli occhi che delle lacrime amare solcarono il suo volto.

Non ti ascolterà nessuno, David. Io non sono mai stato ascoltato.

Quella voce, così sottile, così inesistente, stava perforando la sua mente, stava oscurando i suoi pensieri, ed era un rimbombo continuo, un’eco fissata nella sua testa, non smetteva mai.
David provò ad urlare, e sentì un bruciore acutissimo, ma continuò a lottare, percependo un forte dolore a quelle che erano le sue corde vocali.
Fu come se qualcuno gli avesse morso la gola, ma per un attimo, riuscì a prevalere contro quella presenza sconosciuta, perché un suono uscì a fatica, con uno sforzo immane.
“Chi sei?”
E David sentì un nuovo brivido, all’altezza del collo.
E la voce sembrò tremendamente vicina, quando udì.

Io non sono, io ci sono.

E quando si voltò lentamente lo vide.
Esisteva, ma la sua presenza era così indefinita che David non seppe neppure se esisteva veramente.
Quegli occhi, privi di colore e di vita, con cui, senza vederlo, guardava il ragazzo in quel modo così intenso.
Quella mano così fredda e magra, che sfiorava la sua guancia, provocandogli un dolore leggero ma presente, come mille piccoli aghi stessero sfiorando la sua tenera carne.
E in quel momento, lo sentì.
Nulla, faceva più rumore.
Lo scorrere del tempo, non aveva più alcun significato.
E David, senza riuscire a smettere di guardarlo, ripeté la domanda.
“Chi sei?”.

Il sole era sorto, e il vento che quella notte aveva soffiato rabbiosamente sembrava essersi definitivamente placato.
Quando sua mamma gli aveva chiesto come aveva dormito, lui aveva risposto “Bene”.
Non sapeva neppure lui se aveva mentito, sapeva solo che quello che era successo, sarebbe rimasto un segreto, un segreto tra David e lui.
E quella notte aveva capito.
Mentre percorreva la strada per andare a scuola, ripensò alla risposta che lui gli aveva dato la notte precedente.
La strada era deserta, eppure non riuscì a sentirsi solo, non riuscì a sentirsi triste.
E come avrebbe potuto? Ora lo sapeva…
Perché in quella strada deserta, era certo che ci fosse anche lui.
E con un sorriso a fior di labbra, la mente immersa nei suoi pensieri, David continuò a passeggiare.
In silenzio.

 
Martina Lucaccini
Classe 5E – Liceo Classico Statale “Galileo” di Firenze