giornalisti-in-erba

Alla ricerca del siero perduto

Oramai avevamo terminato le riserve di “siero”, era così che chiamavamo “l’alimento perfetto”, ciò che ci sosteneva. Era una specie di liquido che scorreva in massa sotto la nostra terra, il pianeta Nanuk. Questo liquido veniva generato dallo scioglimento lento, ma costante, del ghiacciaio in cima al monte Jaad.
Sfortunatamente, però, la stella che ci donava la vita ogni giorno, si era avvicinata talmente tanto da sciogliere in poco più di due giorni il ghiacciaio, causando prima grandi inondazioni e poi un’enorme siccità.
Andavamo avanti grazie al siero conservato in un grande silos raccolto negli anni, come se ci aspettassimo questa tragedia. Molte donne, uomini e bambini erano morti di sete in quanto il siero erogato dal silos non era abbastanza per sostenere un’intera famiglia. Inoltre il popolo degli Zudii stava per muovere guerra contro di noi e non avevamo abbastanza siero da rifornire l’esercito.
Dunque il Consiglio degli Anziani si riunì e decise che fosse necessario trovare un modo per portare siero in abbondanza per ricostituire le riserve almeno fino alla fine della guerra.
Furono fatte ricerche, esami, test e, alla fine, riuscimmo a trovare un pianeta formato da due terzi di siero, un’enormità; l’unico problema è che era distante 1.080.000 anni luce: ci sarebbe voluto quattro lunghissimi giormi per raggiungerlo, ma intanto la popolazione sarebbe morta.
Questo pianeta si chiamava “Terra” e si trovava nella Via Lattea. Su alcuni libri c’era scritto che era abitato da un popolo strano con solo due gambe e due braccia, una strana peluria sulla testa e sulla faccia e, con la strana abitudine di uccidersi fra di loro. Queste notizie suscitarono un po’ di timore in me che non avevo mai superato i confini di Nanuk e il solo pensare di dovermi inoltrare in un’avventura ardua e complicata come questa mi faceva rabbrividire.
Fu allestita un’incredibile astronave dotata di ogni necessità per attraversare la galassia: due cannoni laser per superare qualsiasi ostacolo, riserve di siero da sostenerci almeno per un mese e, una cucina nucleare dove potevamo cuocere qualsiasi cosa.
Arrivò il fatidico giorno della partenza, non venimmo acclamati come eroi della patria, anzi, gli sguardi dei cittadini verso di noi sembravano quasi assassini, come a dire che se non fossimo tornati con il siero per noi era finita. Arrivò il Governatore in persona, che diede il segnale per l’inizio della cerimonia dedicata alla nostra partenza; da piccolo ne avevo viste di cerimonie per la partenza dell’esercito o per qualche spedizione di avventurieri, in questi casi c’erano colori, felicità, erano innalzate statue di Zandar, il dio padre degli dei, Elios, il dio sole e, erano fatti sacrifici di dounel, una specie di bovino con tre corna, e di esarion, molto simili ai montoni ma veloci come cavalli e forti come tori. Oggi invece non c’era un’anima viva, solo i nostri parenti, nemmeno tutti, dopo il segnale del Governatore, cantarono in coro una melodia triste che pareva un coro gospalz.
Arrivò il momento, partimmo, molto intimorito guardai dal finestrino Nanuk che si allontanava velocemente; guardai il mio compagno di dormitorio. Si chiamava Sitka ed era un anno più grande di me, nonostante la giovane età non sembrava molto preoccupato, anzi, sembrava molto entusiasta della missione affidatagli. Gli chiesi il motivo di tanto entusiasmo e lui mi rispose che, anche se il futuro dell’intero pianeta dipendeva da lui, era comunque felice di poter fare il suo primo viaggio nello spazio. Riflettendo sulla sua risposta mi addormentai.
Passarono due giorni e venimmo incontro al primo problema: dovevamo attraversare un fascio di asteroidi che segnava l’ingresso nella Via Lattea. Avevamo due cannoni laser, ma gli asteroidi non tenevano un percorso regolare, quindi era molto complicato abbatterli. Due andarono ai cannoni, riuscirono ad distruggere un paio di asteroidi, che però erano talmente grandi che ci attiravano verso di loro per via della forza di gravità. Dovevamo trovare una soluzione. In quel momento ebbi l’illuminazione: se sfruttavamo il nucleo di fusione della cucina nucleare avremmo potuto generare una spinta talmente forte da poter trapassare abbastanza asteroidi da uscire dal fascio, certo, non avremmo potuto cucinare qualsiasi cosa in due secondi netti, ma saremmo scampati alla morte. Allora mi precipitai in cucina insieme a Sitka che si era offerto di darmi una mano. Tirai fuori dal refrigeratore la teca dove era contenuto il nucleo, con le dovute precauzioni e con i miei artigli riuscì a tagliare il nucleo, avevo circa tre secondi prima che il nucleo esplodesse causando una reazione atomica dalla portata inimmaginabile, corsi e lanciai la teca con il nucleo separato dall’astronave un attimo prima che esplodesse. Appena ci fummo allontanati di quel poco che bastava, il nucleo esplose e la reazione ci spinse al di là del fascio di asteroidi. Eravamo salvi.

Dopo due giorni arrivammo finalmente nell’orbita della Terra, da subito si poteva vedere il siero che occupava gran parte del pianeta: sembrava di essere in paradiso.
Il comandante della navetta spaziale, il generale Zoug, annunciò l’inizio della discesa verso la Terra. Mentre attraversavamo l’atmosfera, vedevamo il pianeta che pian piano stava prendendo forma sotto di noi. Dalla posizione in cui ci trovavamo non era possibile capire la forma del terreno sottostante, ma ecco che a un certo punto apparve sotto di noi la forma di uno stivale che era quasi del tutto circondato di siero.
Era notte fonda. Riuscimmo ad atterrare su una specie di montagna che però aveva uno strano foro in cima, comunque era un luogo strategico in quanto vedevamo l’intera città sottostante che, come se non bastasse era bagnata da una quantità enorme di siero.
Decidemmo che la mattina seguente, all’alba, avremmo agito. Il piano era semplice: avremmo cercato prima di socializzare con la popolazione locale, poi, una volta acquistata la loro fiducia, avremmo chiesto loro se era possibile portare sul nostro pianeta un’ingente quantità di siero, che sarebbe bastato fino a che non avessimo trovato una soluzione, se con le buone non ce l’avessimo fatta, allora avremmo usato le maniere forti minacciando la popolazione.
All’alba della mattina seguente attivammo la proprietà della nostra tuta spaziale: poteva trasformarci in una qualsiasi persona appartenente alla specie che abitava il pianeta da visitare. Io mi ritrovai vestito con una ridicola bandana sulla testa, una canottiera stracciata e dei pantaloni che sembravano più un animale morto, inoltre mi era spuntata una sporca peluria sulla testa e sotto il mento. Anche gli altri membri della squadra erano vestiti in maniera bizzarra, ma la cosa che ci accomunava di più era la strana pronuncia che avevamo acquisito, infatti parlavamo senza un rigore logico e senza un senso compiuto.
Dopo essersi abituati alle nostre nuove identità, scendemmo dalla montagna e ci dirigemmo verso il centro abitato. Mentre proseguivamo il nostro cammino non potemmo non notare l’incredibile quantità di siero che si trovava ai piedi della montagna; era talmente tanta che addirittura alcune barche ci navigavano tranquille.
Dopo qualche minuto arrivammo nella vera e propria città. Era molto confusionaria, ma aveva comunque il suo fascino, non nascondo che era comunque un po’ sporca, ma questo difetto era nascosto a meraviglia dalle imponenti opere d’arte presenti.
Vedemmo che molta gente era diretta in una comune direzione e così la seguimmo. Dopo poco arrivammo in un’enorme piazza, simile a un nostro centro di raccolta, dove la gente urlava e correva come se avesse fretta di aggiudicarsi qualcosa per prima.
Ci avvicinammo ancora e vedemmo bancarelle che vendevano specie di animali che non avevo mai visto. Così, incuriosito, mi avvicinai per saperne di più; la mia intenzione era quella di dire “Mi potrebbe dire cosa sono questi?”, ma mi uscì dalla bocca “Cosa song quisti?”. Incredibilmente lui mi capì e mi rispose “ Sun’ pesci”, allora io richiesi “Addò li pescate?” “Uaiò, ‘ndrù mare” e indicò l’immensa distesa di siero. Allora io capii e mi congedai, ma inciampai su un sacchetto della nettezza e cadendo la mia tuta si strappò rivelando il mio vero aspetto.
Tutti si zittirono e si girarono verso di me. Anche i miei amici tornarono alla loro forma naturale e convinsero la gente che venivamo in pace.
Si fece avanti un signore con una fascia tricolore al collo scortato da uomini molto massicci: doveva essere il loro capo. Ci chiese se era possibile avere un incontro con lui in privato, noi accettammo e ci dirigemmo al suo palazzo.
Quando arrivammo a destinazione ci chiese da dove venivamo e che intenzioni avessimo, noi gli rispondemmo che venivamo da un pianeta molto lontano, dove la nostra specie stava morendo a causa della mancanza del nostro alimento vitale.
Poi la domanda la facemmo noi: chiedemmo qual era il nome dell’elemento che bagnava le coste della città. Lui rispose “acqua”. A quel punto noi chiedemmo se era possibile portare una grande quantità di acqua nel nostro pianeta per salvare la nostra specie e noi in cambio avremmo dato loro pace e benessere.
L’uomo inizialmente esitò dicendo che, per quanta acqua ci fosse non bastava a mantenere la popolazione, ma alla fine disse che non ci poteva promettere l’intero Oceano Atlantico, ma che avremmo potuto fare il rifornimento dal mare davanti alla città.
La notte stessa incominciammo a riempire il contenitore apposito della nostra nave spaziale con l’acqua. Quando finimmo, la quantità di siero si era più che dimezzata.
Eravamo in procinto di partire quando il capo della città ci chiese di ritornare lì, a Napoli, in Italia, sulla Terra.
Quando la navicella partì io guardai verso la Terra e pensai: “Grazie, abitanti della Terra, anche se avete la pelle schifosamente liscia e peli un po’ dappertutto, non vi dimenticherò mai”.
Fu così che salvammo la nostra specie: facemmo un accordo con gli umani affinché ci donassero ogni mese una certa quantità di siero in cambio di protezione, vincemmo la guerra contro gli Zudii che ci permise poi di stilare un armistizio con tutte le popolazioni della galassia e ci godemmo, come sulla Terra, un lungo periodo di pace e serenità.

Andrea Albini
Classe 3E – Liceo Classico Statale “Galileo” di Firenze