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Amicizia

 

La donna si trascinò in casa sfinita, aveva grosse borse scure sotto gli occhi e capelli sporchi che le arrivavano scompigliati sulle spalle. Si gettò sul divano del grande salotto e si mise a osservare il muro, si sentiva vuota: la vita l’aveva presa a schiaffi così violentemente e inaspettatamente che non capiva neanche più dove si trovava. Si sentiva come in un enorme flipper senza uscita che la sbatteva ogni dove come una pallina, su e giù, su e giù… Quell’evento le aveva rubato il sorriso come un ladro facendola ammutolire davanti alla vita; la sua mente era diventata una scatola confusa e silenziosa che la faceva diventare matta.
“La chiave è l’accettazione del lutto” le aveva detto lo strizzacervelli con espressione seria e professionale mentre si toglieva i suoi grossi occhiali. Lei allora, innervosita dal comportamento dell’uomo, gli aveva risposto: “Come faccio ad accettarlo? Mi dica semplicemente questo…”
Lui aveva soltanto alzato le spalle al cielo rispondendole secco: ”Si fa e basta”.
“Si fa e basta? Tutto qui?” disse lei.
Come si può accettare la morte di una persona con così tanta facilità? Aveva voglia di urlare, aveva voglia di piangere a tal punto da dimenticare la situazione in cui si trovava per almeno un secondo;
ma rimase lì a fissare quel muro spoglio, non riusciva a provare più niente.
A un tratto suonò il campanello facendola uscire da quello stato di trance; si alzò in piedi a fatica e aprì la porta con fare pesante, trovò davanti a se il postino che la salutava silenziosamente con un sorriso complice.
“Come va, Joe?” disse lei sorridendogli stanca.
“Niente male, si va avanti” rispose lui mostrando le fossette. “…e tu?” disse con sguardo preoccupato.
Il sorriso della donna si spense d’improvviso creando un silenzio imbarazzante tra i due.
“…capisco…” disse l’uomo, mortificato. “Bollette, bollette, pubblicità…Wow, che fantasia!” disse ancora cercando di tirarla su, invano.
“Mmh… e quella cos’è?” disse lei notando una busta dalla carta consunta.
“Ah, non lo so: non c’è scritto il mittente” disse l’uomo porgendogliela.
La donna guardò la busta attentamente. “Ora devo andare, grazie ancora, Joe” disse lei sbrigativa richiudendo velocemente la porta dietro di sé.
Si risedette in salotto e strappò con violenza l’apertura della busta, curiosa di scoprirne l’interno,
la lettera era scritta a macchina e il foglio era sporco di caffè e accartocciato come se avesse viaggiato a lungo prima di arrivare al destinatario, iniziò a leggere senza esitazione:

“Ciao, come stai? Non ti vedo da anni o forse solo da ieri. Mi dispiace per tua madre. È difficile farti le condoglianze, non vorrei cadere troppo nel banale ma spero che tu accetterai un semplice ‘mi dispiace per te’ perché è tutto quello che mi viene in mente in questo momento. Sai? Sono venuta al funerale di nascosto. So che forse non ti ricorderai nemmeno più di me, ma mi sentivo in dovere di esserti almeno vicina in un giorno così difficile.
Avevi un vestito nero e stringevi un mazzo di tulipani gialli con le lacrime agli occhi. Devo dire che vederti così mi ha fatto quasi paura: ti ho sempre guardato con ammirazione vedendoti come la più forte delle due. Sapevo che eri un passo avanti agli altri, come quella volta a dieci anni quando svolazzavi graziosa con quella tua tutina da ginnasta tra le travi suscitando gli applausi del pubblico estasiato. A suo tempo ero orgogliosa della nostra amicizia: noi due, inseparabili amiche fatte di sogni e idee invalicabili dalla realtà dura e ostile. Ricordo quando all’asilo ti allacciavi le tue scarpette azzurre da sola e tutta la classe ti fissava stupita mentre tu con quelle tue guance rosse sorridevi soddisfatta ED ERI FELICE.
So che non ho potuto assistere alla tua adolescenza e ti chiedo scusa per questo. Il nostro piccolo mondo si era distrutto con la nostra amicizia facendoci crescere sole. Oggi ti chiedo solo di tornare quella bambina di cinque anni per almeno un secondo e tornare felice come una volta. Non so quanto ti sembrerà incoraggiante, ma sappi che per qualunque cosa io ci sarò sempre per aiutarti,
e solo Dio sa se non lo faccio dal giorno in cui ti conobbi.
Ti voglio bene, Mamma”

Sofia Dezzi Bardeschi
Classe 1C – Liceo Classico Statale “Galileo” di Firenze