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Botero in mostra al Palazzo delle Esposizioni

ROMA – “Botero. Via Crucis. La passione di Cristo” è il titolo della mostra allestita fino al 13 febbraio al 1 maggio al Palazzo delle Esposizioni.

Fernando Botero nasce a Meddelìn nel 1932 in Colombia ed è pittore e scultore. Influenzato dallo stile coloniale e precolombiano, ma anche dalla pittura di Goya e Velázquez, dagli artisti del rinascimento italiano e dal muralismo messicano, si distingue per la tipica raffigurazione dei corpi umani, animali e oggetti, dai volumi tondeggianti e rigonfi fino alla deformità, artificio che ne esalta la dimensione caricaturale e al tempo stesso sensuale e fiabesca.

La mostra comprende un ciclo di opere realizzate dall’artista tra il 2010 ed il 2011. La serie composta da 27 olii e 34 opere su carta fa emergere la tematica presente in Botero sin dalla sua infanzia, in Colombia, circondato da immagini religiose sia in pubblico che in privato. Botero si ispira anche ad altri artisti come Paolo Uccello, Peter Paul Rubens, Diego Velázquez, Paul Cézanne fino a Pablo Picasso.
Egli comunque non è un imitatore, ma un pittore originale ed autonomo che semplicemente trae dai precedenti maestri la propria ispirazione con un’originalità ed una autonomia stilistiche e strutturali che ne fanno emergere una figura “tranquilla”, come “tranquille” sono le forme che escono dalla sua mano, anche di fronte alla tragedia come proprio nella mostra a Palazzo delle Esposizioni.
La mostra in questione è la Passione del Cristo un momento di profonda sofferenza per i cristiani e per lo stesso Botero. L’artista estrapola il momento storico della via crucis e della morte di Cristo, per collocarla nell’attualità, per rappresentarci quanto ci sia contemporanea la sofferenza e la croce del Cristo stesso. Botero riesce nel suo intento di attualizzare la sofferenza attraverso l’inserimento di figure contemporanee. Nel “Bacio di Giuda”, abbiamo il traditore vestito come un uomo del 1900 che indossa addirittura un orologio da polso ed uno degli astanti persino in cravatta, mentre la moltitudine ed il Cristo stesso li potremmo definire in tutto e per tutto “uomini del loro tempo”. La stessa folla di contemporanei viene introdotta in un contesto che l’immagine del Cristo riporta a 2000 anni fa. E’ questa l’opera, l’olio su tela, “Gesù e la moltitudine” per mezzo del quale l’autore ribadisce la modernità del percorso di sofferenza del Cristo.
Di estrema carica intimista e drammatica sono anche le immagini di Maria quando, sola e lagrimante, a mani giunte, piange per la sorte del figlio; quanto raccoglie il corpo del Cristo morto tra le braccia quasi cercando di tirarlo su, quasi a volergli trasmettere l’energia vitale necessaria e sufficiente per “riprendersi”: una madre che non sa e non vuole arrendersi. E poi l’epilogo: Maria che piange di fronte al corpo disteso di Gesù ormai certamente morto: qui è solo una madre che piange il dolore più immenso, la morte di un figlio. E’ rassegnata, disfatta, grottesca nella sua postura e ancor più nel suo dolore insopportabile, reso con maestria dall’artista attraverso forme e colori.
E’ insomma una mostra che consiglio di vedere perché ricca di contenuti suggestivi e che consente di apprezzare e conoscere un autore, a mio avviso, un po’ sottovalutato.

Di Stefano Saputelli – Liceo Dante Alighieri di Roma