giornalisti-in-erba

Cerchio infinito

 

“Comune è nel cerchio il principio e la fine”
(Eraclito)

…la scena si ripeteva. I miei occhi, gonfi, balenavano. Oscillavano, increduli, come due alberelli impazziti. DI NUOVO. Le tendine erano strappate, la carta da parati divelta, i quadri distrutti. DI NUOVO. Il comodino era spostato, il cassetto aperto, il tappeto rovesciato . DI NUOVO. Il frigorifero era spalancato, il mangime per animali sparso per il letto. DI NUOVO, la mia povera casa era sottosopra, e io ero ricoperto di graffi e madido di sudore agghiacciante.
Quegli attacchi notturni, perversi (premeditati?), rendevano le mie notti agitatissime. Aspettavo. Dovevo pur coglierlo in flagrante. Tentavo di stare sveglio. Ma nonostante mi sforzassi con tutte le mie forze di vincere la stanchezza, a un certo punto sprofondavo comunque in un sonno profondo. Di NUOVO era successo. Non vincevo. E poi la mattina, come la sera, come il pomeriggio, come sempre, del resto, la casa rimaneva avvolta nel più totale silenzio. Nessun indizio. Nessun segnale che fosse uno… Solo il rumore ossessivo della ruota del mio povero criceto mi teneva compagnia.
Dovevo agire, ma come? La situazione era a dir poco snervante, e avrebbe richiesto un piano d’azione megagalattico. Altro che quelle patetiche ronde notturne del commissario vicino: “Signore , lei deve essere molto stressato. Non si è visto entrare nessuno! Non sono stati rinvenuti segni di forzature né alle porte né alle finestre! Sa come la penso? O il suo simpatico amichetto agisce dall’interno o lei ha delle serie paranoie! Dovrebbe concedersi un po’ più di riposo e qualche cura. Conosce per caso un buon analista ?”
“Al diavolo gli strizzacervelli!” mi dicevo. “C’era qualcuno, quella sera” ribattevo, il più laconico e deciso possibile. Non volevo sembrare agitato. Non volevo sembrare pazzo – in effetti tremavo dall’inquietudine, dentro, e le mie mani erano di marmo ghiacciato –.
C’era ben poco da capire: qualcuno c’era. C’era, eccome. Ed era astuto, infingardo, violento. Mi aveva dichiarato guerra. E io dovevo vincere. Sapevo pure come: vincere la paura, innanzitutto. Vincere il sonno, in un secondo momento… vincere LUI. Chiunque fosse…
Così non andavo in ufficio. Mi davo per malato. Mi barricavo in casa. Preparavo litri di caffè. Solchi di occhiaie gonfissime rigavano i miei occhi rossastri per l’insonnia. Volevo circondarmi di tutto il necessario per la ronda. La casa rimaneva avvolta nel silenzio, mentre fuori soffiava un vento sottilissimo. Intanto io aspettavo il solito attacco. Quel silenzio mi dava alla testa.
Solo il rumore ossessivo della ruota del mio povero criceto mi teneva compagnia: la osservavo ripetutamente, quella rotellina vorticante, preso dalla boria dell’attesa. Come uno di quei tanti cerchi che si studiano a scuola, girava su se stessa, rapidissima, e si capovolgeva in continuazione. Ruotava, ruotava, ruotava. Prima su, poi giù. Su, giù. Su, giù. Su, giù. E mentre divoravo con gli occhi quella ruota da criceto, ripetutamente, mi veniva da pensare che, come in un cerchio infinito, la mia maledetta storia non avrebbe mai smesso di girare su se stessa.
Nella mia disperazione, quasi mi divertiva osservarla, anche se mi assopiva terribilmente. Era come un’ ipnosi: i miei occhi ruotavano misticamente con essa. Con quel cerchio. Infinito. Di fuoco. Senza sosta. Su, giù. Su ,giù. Su, giù. Guardavo il soffitto, poi il pavimento, ancora il soffitto, quindi il pavimento, un’altra volta il soffitto, poi il pavimento, il soffitto e…

Mi risvegliavo sempre la mattina dopo. La mia testa scoppiava. I miei occhi vorticavano ancora. Quel maledetto silenzio.

Solo il rumore ossessivo della ruota del mio povero criceto mi teneva compagnia. Quella sì che non si fermava. Mai smetteva di girare. Sapevo che essa era stata il principio di qualcosa. Qualcosa, forse, di cui potevo anche lontanamente intuire la fine.
DI NUOVO era successo. Non vincevo. DI NUOVO…

Chiara Donati
Classe 2D – Liceo Classico Statale “Galileo” di Firenze