giornalisti-in-erba

Cuore artificiale: per la prima volta al mondo in un minore

 

Il 7 gennaio 2016 il cuore di una ragazza di soli 16 anni è stato salvato con una sorta di piccolo miracolo: si tratta di un dispositivo meccanico che si chiama Heart Mate 3 ed è comparabile a un cuore artificiale. La ragazzina era in grave pericolo di morte a causa di una miocardiopatia. Il meccanismo è stato montato da alcuni medici dell’ospedale Bambino Gesù di Roma, sulla ragazza prima della donazione dell’organo stesso, fungendo così da operazione “ponte”. Infatti dopo quattro giorni è stato reso disponibile un cuore compatibile che è stato trapiantato all’adolescente pochi giorni dopo. Oggi sta bene ed è stata dimessa dall’ospedale a febbraio dopo l’operazione. I medici hanno riferito che hanno potuto avere l’opportunità di provare per primi su un paziente pediatrico il cuore artificiale, grazie all’esperienza che l’ospedale ha acquisito nel campo. Il Bambino Gesù, appunto, ha installato quasi 60 meccanismi, di cui il primo nel 2002. Si registrano però anche altri episodi: il 30 settembre del 2010 ci fu il primo traguardo di un cuore artificiale permanente impiantato su un paziente portatore di distrofia di Duchenne, mentre nell’aprile del 2012 fu installato il più piccolo cuore artificiale, dal peso di 11 grammi su un bambino di 16 mesi.
La diffusione del meccanismo nel mondo è arrivato prima da noi in Europa, dove ha ottenuto il marchio CE nell’ottobre del 2015 e da quel momento è stato applicato solo su persone adulte. Negli USA, invece, è ancora in corso uno studio approfondito al riguardo. Il suo funzionamento è dato da una pompa centrifuga che permette di mantenere il rotore sospeso evitando così di fare entrare in contatto il sangue con altre parti magnetiche. Di conseguenza impedisce ai globuli rossi di danneggiarsi durante il passaggio del sangue nel dispositivo.
Oltre ad avere la funzione di operazione di passaggio per un trapianto, come è successo nell’episodio della giovane ragazza, questo meccanismo può anche essere utilizzato come soluzione definitiva per chi non fosse idoneo o non avesse i requisiti per affrontare un trapianto d’organo. Un sondaggio europeo ha dimostrato che circa il 98% delle persone su cui è stato applicato il dispositivo è sopravvissuta una trentina di giorni dal momento dell’operazione, mentre il 92% sei mesi.

Sofia Ranfagni Picchianti
Classe 1C – Liceo Classico Statale “Galileo” di Firenze