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Drone

 

L’aviazione non aveva idea del mio doppio gioco.
Trasmettevo informazioni da alcuni anni, non troppo spesso per essere scoperto né troppo raramente per non perdere l’appoggio del governo straniero per cui lavoravo: ero abbastanza bravo. Col passare del tempo, ero divenuto una figura sempre più importante per ottenere informazioni riservate di natura bellica, e sapevo che, se fossi stato scoperto, il paese per cui lavoravo nell’ombra avrebbe subito una notevole perdita.
Per cui, quando il capitano mi convocò e mi affidò una missione segreta, di cui solo io e lui saremmo stati a conoscenza, fui costretto ad accettare. Non avevo nulla a che fare con gli altri, con quelli che il paese in cui vivevo chiamava i nemici, e dovevo dimostrarlo, anche a costo di bombardare una postazione strategica. Si trattava di pilotare un drone, come al solito, ma dato che temevano di essere rintracciati (e il raid non doveva essere ricondotto al nostro paese), avrei dovuto fare tutto da un luogo diverso, tenuto segreto e situato in una delle regioni più sperdute dell’intera nazione.
Mi fu detto di aspettare il tramonto nel cortile della caserma. Mentre il cielo si tingeva di rosso, arrivarono dei militari su un automezzo blindato. Il comandante scese, verificò la mia identità e io la sua, dopodiché fece un cenno ai due soldati che lo accompagnavano. Mi incappucciarono e mi caricarono sull’automezzo.
Persi la cognizione del tempo. Quando mi scaricarono e mi tolsero il cappuccio, mi accorsi che era notte fonda e mi diedi un’occhiata intorno: in ogni direzione si stendeva a perdita d’occhio una foresta, dalla quale ogni tanto emergeva un fruscio o un verso di animali. Oltre le frasche più alte degli alberi, si scorgeva una montagna solitaria dalle curiose cime gemelle, entrambe innevate.
Sorrisi a quest’ultima bizzarria della natura, e attesi che uno dei soldati mi indicasse la mia futura postazione. Si trattava di una sorta di riparo ben mimetizzato, senza alcuna difesa da armi oltre le semplici pallottole, per le quali aveva le spesse pareti in cemento.
Una volta entratovi, richiusero la porta alle mie spalle. Sapevo che sarei potuto uscire soltanto a missione compiuta, perciò mi avviai verso la consolle.

Mezz’ora dopo ero immerso fra levette, luci e bottoni, con un tappeto di schermi neri in attesa del collegamento. Uno solo, acceso, mostrava i dati secondo cui il drone era in autopilota su cieli sconosciuti. Avrei avuto i comandi poco prima della vera e propria missione, il bombardamento, e nel frattempo, non potevo fare altro che aspettare.
Finalmente, uno stuolo di luci si accese, assieme agli altri schermi: avevo il controllo del drone. Feci una rapida verifica della situazione.
La telecamera frontale a infrarossi mi mostrava in bianco e nero una sterminata foresta coperta di conifere come quella in cui mi trovavo, in cui cercai, invano, segni di operazioni nemiche. Spostai lo sguardo sul visore termico e poi sulle rilevazioni elettroniche. Nulla. Su un ultimo schermo, lampeggiavano la mia posizione e quella del bersaglio.
Ancora alcuni chilometri.
Poco dopo, notai che era stata identificata una fonte elettromagnetica. Corrispondeva alle coordinate del bersaglio, eppure non si vedeva nulla. Doveva essere ben nascosto.
Ancora alcuni secondi.
Feci scivolare il dito sul pulsante di sgancio. Per sicurezza, o per scrupolo, comunque lo si voglia chiamare, mentre premevo guardai un’ultima volta la telecamera frontale. Non feci in tempo a fermarmi.
Sullo schermo, all’orizzonte, campeggiava una montagna dalla duplice cima incappucciata di neve.

Lorenzo Paciotti
Classe 3E – Liceo Classico Statale “Galileo” di Firenze