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Due amiche e… l’arte dei buoni (s)costumi

 

Clarissa e Olympéa, donzellette di facili costumi considerate, dimostreranno a’ porcari Capetello e D’amatostenes archittetto e avvocato pluripremiati e tronfissimi, ma poveri di seri motti di spirito e sensibilità, che essere è più importante che …avere!
I’ son Teodora, l’imperial consorte Giustiniano, di tumultuoso e magicissimo vissuto, d’indubbie capacità seduttive, una de’ figli d’Acacio!, amante infelice d’edoné e danaro, ma pur, a dispetto de’ più, diligentemente vogliosa di sencerità e amore. La quale, sì come colei che sempre inanellava relazioni punto caste e belle, con omini punto seri e pure brutti, si accinge tuttavia a narrar di equo animo novella di poca poca forma stilistica sì certo ma, credete mihi, di cotanta sostanza, specie pe’ il giorno d’oggi!
Era ‘l giorno ch’al sol si scoloraro… bla bla bla, non starò io certo, donna di malaffare incallita, Teodora Bizantin, a ragionar di lor sublimatissimi raggi del sol, paragon di chissachì, alla maniera del bigotten Petrarca, ma anzi comincio a discorrer di due fanciullette dolcissime, poco più che ventenni, Clarissa e Olympéa, amiche forti pe’ davvero (Pensate! Quanto l’è strana la sorte ridolina! Entrambe belline ma… l’una bassina, pallida e freddolosamente gracilina, Scandinava, quasi! l’altra, altina, a-a -bbronzatissima e calorosamente in carne, Marocchina, a dirsi), le quali, pe’ la penuria de’ tempi soltanto (genitori di picaresche fabule digni ), e non d’animo , il quale fin troppo nobilissimo e sensibilissimo era , finiro pe’ la strada, ad accogliere di gente in gente punto digna fide, nel loro bugigattolo a’ i Campo di Marte, dietro allo stadio Artemio Franchi di Fiorenza. Era ‘l giorno di prima mattina, dicevo, io, pieno di sole e raggi e cielo terso, tosto che niuna nuvola si vedea nell’etere stellare, quando Clarissa e Olympéa (chiare, fresche, e dolci fanciulline!) stufe del fior de’ loro gentil anni perduto (a fare le peripatetiche pe’i’ viale dei Mille… clienti efferati), si incamminaro meste verso lo stadio, di ritorno dal flusso e riflusso notturno, spossatissime sì sicuro ma similmente determinate non poco. Al che Clarissa esordì: “Perduta forse ho la forza di alzare il gomito , amica mia Olimpéa, ma non la speme! Dobbiamo demonstrare a lor soli che in pugno c’hanno tutte le notti , quanto non solo “abbiamo” di buono, ma anche “siamo” di eccellentissimamente nobile, ne la mens e ne l’animo!”. Alla quale la per niuna dolente né spossata ma anzi decisissima Olympèa rispose: “Deh! Amica mia, ragione hai a dir cotali cose, ma forse che se ci mettiamo di arguzia impegnatissima, carpendo il diem maledetto, forse, dico, riusciremo a dar loro pan per focaccia, a metterci al loro pari, se non di più! Per lo mero ostendare lo mondo che noi non siam solo pari di lor, ma di più, anche in questioni di virile acchito”. A cui, per tempo fulmineo, cominciò a punzecchiare impazzita la schiena l’amichetta Clarissa, poi che vide i tronfissimi architetto Capetello (Corinzio di cognome fa’, triste dictu, sollo), lardoso e maialino nei sensi tutti, e l’avvocato D’amatostenes, come un fuscello segaligno di corpo et impotente et sottomesso all’amico danimo, ma non di tortuosi penseri, il quale, per la qual cosa appunto soleva, infatti, scambiare i piaceri de’ la parola in tribunalia con quelli de’ la carne nel giaciglio seral. Come Clarissa e Olympéa (dignitosissime!) bisbigliavano per non farsi sentire poi che nascosesi dietro un pino per pudicizia alla vista dei due mostriciattoli , allorché Capetello e D’amatostene (porcari peggio di tutti) battutine punto decenti ma proprio irriverenti pronunciaro, così quegli, pensando le due fanciullette sensualissime ma sotto sotto pudiche tornate a lor bisboccie, si avvicinaro, per cui Capetello furioso disse: “Quelle cagne giocano a un gioco punto bellino con noi, uomini forti e possenti: paiono clarissimamente sì desiderose di noi , eppur anelanti lontananza da’ nostri passi sinistri, come degli astra”.
E a quello D’amatostenes sputacchiando qua e là i rimasugli d’una renetta : “Dici bene, Capetello, ma io ben veggio che per gli astra, ci vogliono gli aspera: ci vuole insomma, pazienza, che poi ‘l tesoro arriva sempre et comunque!” , disse, con grande malitia, agitando in mano il bigliettin de la partitella de la Florentina universitas stupidorum, sì che a Capetello dai tortuosi pensieri sopraggiunse cattivissima idea Platonica : “Levommi il mio penser in parte ove …sogno, mio caro, bruttissimo D’amatostenes, di fare a scommessa con le due donzellette tanto sensuali che vegnon da la campagna, per cui invitazion daremo loro affettata di venir a la partita di Domenìa mattina e di scommetter su chi la vincerà, se la nostra squadrissima perfetta nominata Florentina universitas stupidorum vel quella cotanto banalissima Iuventutem di Augusta Taurinarum, poi che l’Idi di Marzo son pure passate! Per che, D’Amatostenes, un po’ stordito ma stupidamente elettrizzato pronunciò: “O Benedetto sia tu da Dio, mio genialissimo, mio bellissimo Capetello, potrei chiedert’io come fai tu, così saggio, così potente, a tenere per cosa così certissima che le due fanciullette, belle non solo di forma ma senza dubbioso dubbio anche d’intelletto gentil, non riescano a indovinar lo inciucio e a vincèr la scommessina? E a quello Capetello certo spazientito per lo commento leggermente più intelligente cui mente sua giammai v’avea posto penser disse: “Se così tu mi dici, allora, D’Amatostenes, giacché tu mi vuoi sempre così preciso e perfettissimo in tutte le cose, dirotti francamente che speme nutro di truccar la partitella co’ miei danari floridissimi, sì che al momento de’ rigori a final partita, Gianluigio Buffone topperà, e farà vincèr la mia squadra!”
E così detto, tutto soddisfatto e pompatissimo, Capetello prese per il braccetto l’amichetto flaccido e ingenuissimo, mentre, la qual parola udita, le nostre due eroine Clarissa e Olympèa (rimaste per tutto lo tempo prima ad ascoltare ingegnosissime dietro al pino indisturbate) meditavano anch’esse, una tanto, tortuosi pensieri a lor pro’…
Eransi quinci giunti a siffatta Domenìa e di tanta e sì famosa partitella, allorché avvenne lo fatto per lo quale, le quali cose punto belle sempre meditando Capetello luxurios e D’amatostenes affamato, Gianluigio Buffone medesmo seco trovassi per niuno serenissimo né in salute d’animo, anzi muoltissimo excruciato e di sudatissima fronte ricoverto; al che, Clarissa e Olimpéa scaltrissime, fatto cenno con li occhi guizzanti la una l’altra, giunto l’actimo decisivo (successo, poi, era che le due giovinette accettasser di buonissimo grado di giacere col duo architettonico- deliberativo se Buffone avesse toppato lo tanto venerato rigore), gettarronsi essabrupto, a lo scader de’ minuti temporali, entrambe ne lo prato verdissimo del Franchi, la prima ammaliando il Buffone di turno co’ le moine sue di scandinava origo, l’altra, di Casa Blanca origine nata, et di natural sfacciataggine (dolcissima!), girando attorno lo calciatore di Bernardo de la Florentina Universitas Stupidorum, tirogli giù li mutandoni, e (perdutosi Bernardeschi nel frattempo tra l’estasi e ‘l dolce tormento) sì come colei che gentilissima era, fece un salto, tosto che ricongiungeresi beatissima co’ l’amica Clarissa (frattanto scrupolosamente impegnata tra “Buffonate” d’ogne genere in panchina).
E avendo tali cose spudoratamente fatte (e “scostumati”, per dir lo più, i partecipanti Bernardeschi e Buffone al partitone), preser parola serenissimamente fatte, sì che essordirono ensieme: “Populi tutti, e folla urlante, indemoniata e Florentini genere nati, et di confusionatissima quiete et di animaleschi silenzi, e voi due, Capetello e D’Amatostenes, pluripremiati e ammiratissimi fautori de’ l’imbroglio mostruosissimo di cotale partitella (truccata, dirovvi non obscure, truccatissima fino all’osso, per ciò che? Per lo mero libido di noi, povere peripatetiche sì, ma per fatale sorte adversa, non di indole natural, per altro di per sé innocentissima et scaltra et dolce come lo miele de le api!). Dirovvi, dicevamo, la qual solissima cosa, e nienteppiù: che come li occhi che pianser più son quelli che meio vedenci, così qui, in esto stadio selvaggio, vediamo certo de la gente scostumata, ma non siamo noi!”
Allora la folla urlante Florentina intese ciò che nobilissime Clarissa e Olympèa sdilinguarono e vergognossi né mai né più de la profession de le peripatetiche, le preser per lo braccio e trasportaro su le teste, cun magna dignitate fin d’ove ’l tempo, et l’ora e’l punto, e’l bel paese e’l loco (e’l disio…) permettevano; le quali, trionfantissime e serenissime, maliziose sorrideano a’ lor protettori, Capetello e D’amatostene, gli unici a esser in vero stati “smutandati”!

Chiara Donati
Classe 4E – Liceo Classico Statale “Galileo” di Firenze