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Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni

 

– Oggi è un giorno importante per la comunità: abbiamo scoperto un universo parallelo ai margini dello spazio – annunciò il Professor Nalbot alla numerosissima folla radunata nel Palazzo Cittadino.
– Purtroppo sono esseri vili, sicuramente non pacifici, come riferito dai nostri osservatori. E i poveretti che sono andati in spedizione su quel pianeta non hanno più fatto ritorno. A malapena sono riusciti ad avvertirci, tramite telepatia, di non avventurarci in questo mondo. Gli abitanti sono molto intelligenti, ci scoverebbero immediatamente e ci sezionerebbero. Sarebbe la nostra fine. –
La folla urlò, spingendosi in avanti, verso il palco su cui stava il Professore.
– Fermi! – la folla si arrestò di colpo – Non dovete farvi prendere dal panico, vi dimostrereste solo più facili da sconfiggere! –
I presenti indietreggiarono in massa, taciturni. Il Professor Nalbot, invece, continuò tranquillamente a parlare:
-Sono esseri intelligenti, e questo non si può negare. Tuttavia sono anche molto curiosi, e quindi possono essere facilmente tratti in inganno, anche con soluzioni logiche facili e immediate. La loro mentalità deduttiva lascia tanto spazio a distrazioni personali, condizionandoli. Sarà facile sconfiggerli, basterà usare un sistema analogico. –
– Sìììì! – urlarono tutti i membri della folla all’unisono. Era la voce disperata di chi non ha altro da fare che combattere, per salvare la patria e tutto ciò che ha.
– Fra tre giorni manderemo una navicella spaziale contenente tutti i ragazzi e gli uomini dai sedici ai sessanta anni di età in spedizione militare. Nel caso in cui saremo attaccati, contrattaccheremo. Altrimenti saremo un popolo pacifico. Abbiamo la possibilità di poter cambiare la loro supposizione nei nostri confronti. Ai loro occhi siamo ignoti, un popolo sconosciuto. Loro ai nostri occhi no. Noi li conosciamo già o, per lo meno, noi conosciamo il loro aspetto negativo. Quello positivo, beh, tutto viene a suo tempo. – concluse il Professor Nalbot.
In quel preciso momento entrò un altro accademico, il Professor Kelluarg, noto a tutta la comunità come un individuo dotato, facilmente riconoscibile dai capelli perennemente scompigliati che gli arrivavano alle spalle e dagli occhiali enormi da aviatore con la montatura di pelle di alpaca, che usava sempre durante i suoi esperimenti, tirati su, in modo da tenere il ciuffo all’indietro. Era un individuo originale, bizzarro, pieno d’idee stravaganti e divertenti, che teneva corsi di scienza per bambini, e sorrideva sempre. Una persona, dunque, affabile, disponibile.
Appena lo videro, tutti tacquero di botto. Dopo pochi secondi anche gli ultimi mormorii nella sala si affievolirono, fino a ottenere un silenzio di tomba da parte di ogni singolo individuo presente.
Il professor Kelluarg cominciò a parlare:
– Sono stati scelti i generali dell’esercito. Quando chiamerò i nomi, fatevi avanti. Se non lo farete, state tranquilli che il modo di trovarvi, ovunque vi siate nascosti, c’è, e noi lo conosciamo. Ora, procediamo… – aveva un’aria triste, come se non volesse questa guerra. E sicuramente non aveva lo stesso spirito allegro del solito. – Vi ricordo che i candidati sono stati designati dalle madri. Non vi potete opporre. Ecco i nomi: Venus Quintyd, Clark Turtom, Bennol Viscard e Numil Siesca. –
Tutti e quattro si fecero avanti, i primi due spavaldi, il terzo leggermente titubante e l’ultimo tremolante come un budino.
– Bene, sono contento che siate qui, ragazzi. Ognuno di voi guiderà la sua “classe sociale”: Quintyd e Turtom, voi vi dividerete i soldati degli abitanti dei Quartieri 1,2,3,4. Viscard… a te i Quartieri 5,6,7,8,9,10. E a te, Siesca, i Quartieri 11 e 12. Tutto chiaro? –
– Tutto chiaro, signore. – risposero i quattro ragazzi.
– Bene, potete andare a casa vostra, nel vostro Quartiere, a prepararvi: domani l’altro si partirà. –
La folla si dileguò piano, ognuno tornando verso casa propria.
Due giorni dopo, tutti i soldati coscritti montarono sulla navicella spaziale FA464KM, quella designata per l’impresa.
Tre giorni dopo arrivarono in vista dell’atmosfera del pianeta alieno. Vi entrarono, superando la velocità del suono e si diressero verso l’aeroporto di Washington, come da appuntamento col Presidente Obama. Scesero in quattro dall’aereo, i quattro generali scelti, per dirigersi alla Casa Bianca a parlare col Presidente.
Suonarono il campanello e un cameriere li condusse nel Salone dei Ricevimenti, una sala con le pareti giallo ocra, con un tavolo di legno circondato da sedie dello stesso materiale, riveste di stoffa gialla, dove trovarono il Presidente Americano. Cominciarono a parlare dei problemi inerenti alle relazioni tra i due pianeti, di come gli esploratori fossero stati sezionati, con la piena approvazione del Presidente.
Dopo aver trovato una soluzione, in altre parole la vita separata dei due popoli, ignorandosi gli uni con gli altri, Quintyd, Turtom, Viscard e Siesca tornarono sulla navicella spaziale, dove spiegarono ai soldati la situazione:
– Dunque, noi e Obama abbiamo firmato un trattato di pace tra i due popoli. Per evitare in un futuro prossimo o lontano che sia altre situazioni spiacevoli come questa, abbiamo tutti promesso di far rispettare nel proprio pianeta queste regole, semplici ma utili: (1) dobbiamo impedire le comunicazioni tra i due pianeti. (2) alla nostra prole non dobbiamo raccontare nulla, se non che non dobbiamo avere relazioni con gli altri. Avete capito tutti? – disse Turtom ad alta voce, dinanzi a tutti i soldati.
– Sì, Signore! – risposero tutti in coro.
E così, da circa l’anno scorso, questi due popoli, noi umani e questa specie aliena con un’intelligenza pari circa alla nostra, viviamo separati, ignara gli uni degli altri (quasi tutti, almeno). E le cose vanno avanti sebbene, ogni tanto, capiti di vedere in giro qualche persona con dei problemi e, vedendoli, molta gente pensa che siano alieni. Anche se, in realtà, siamo fatti tutti della stessa sostanza dei sogni…

Lara Basegni
Scuola Secondaria di primo grado “Puccini” di Firenze