giornalisti-in-erba

Giovani terroristi all’attacco: l’apocalisse del secolo

Una tragedia senza precedenti quella che è avvenuta a Parigi nella notte tra il 13 e il 14 novembre. In pochissimi minuti ci sono stati sette attentati terroristici, che hanno causato centinaia di morti e di feriti, per lo più giovani. Alcuni kamikaze si sono fatti saltare in aria, altri terroristi sarebbero morti successivamente. È stata una strage dettata dal sentimento di odio più profondo e ciò che emerge è la gravità di voler imporre la propria religione e il proprio modello sociale, che da questa scaturisce, con così tanta violenza, il terrore che i jihadisti infondono anche in tutto il mondo occidentale, essendo uno dei più agghiaccianti esempi di totalitarismo di sempre.
Ma quello che più dovrebbe saltare agli occhi è il fatto che dei giovani hanno ucciso ragazzi della loro stessa età. E perché succede ciò? Perché vengono arruolati nell’Isis i giovani? E come vengono convinti? Sicuramente, è un processo ben studiato, che va a prendere di mira i ragazzi più facilmente malleabili, con personalità molto deboli che vengono manipolati e convinti da belle parole e false promesse. Una giornalista francese Anna Erelle per qualche tempo ha avuto delle conversazioni tramite i social network con uno dei capi jihadisti, Abu Bilel. E nel febbraio del 2015, in un’intervista, ha parlato del modo in cui i giovani europei vengono reclutati su internet. Ha affermato: “Loro si rivolgono a giovani confusi, in crisi identitaria […]. Promettono l’utopia di una vita perfetta”. E poi ancora: “Sono stata contattata su Facebook da almeno quindici ragazze che mi invidiavano per essere stata scelta in sposa da Abu Bilel”. E così, l’Isis condiziona le menti di tutti quei giovani che si sentono esclusi dal loro contesto sociale e che vedono nelle azioni e negli obiettivi del neonato e crudele Stato islamico la possibilità di un riscatto, l’occasione di far parte dei “giusti”, di appartenere ad un gruppo, in cui si deve agire per un bene comune: eliminare chi non è musulmano. Dunque, come alcuni giovani che hanno problemi interiori tentano di risolverli, o meglio di nasconderli, nell’alcool e nella droga, altri li riversano nella violenza. Una violenza volta ad affermare sé stessi, a mostrare di essere capaci di dominare il mondo, di spaventare e condannare gli “impuri”, perché diversi da loro. Giovani terroristi che gravano sulla popolazione civile: un’azione gravissima che pone le sue radici nell’emarginazione sociale. Infatti va considerato che molti giovani arruolati nell’Isis sono cittadini nati in Europa, spesso reietti, emarginati, per situazioni di fatto o pregiudizi sociali. Il che li porta ad essere accettati altrove, in gruppi come l’Isis, che esprimono un degrado e una disumanità mai visti prima. E sono proprio queste persone che costituiscono terreno fertile al dramma, accaduto in questi giorni in Francia. Una strada potrebbe essere, quindi, quella di promuovere l’integrazione organica delle masse, dando la possibilità ai giovani di partecipare attivamente ad ogni campo riguardante la società e le istituzioni, di sentirsi parte di un’Europa unita, con degli ideali stabili e democratici; fornendo ai ragazzi gli strumenti per scegliere la loro strada. Molto spesso cittadini musulmani di seconda e terza generazione emigrati o nati in Europa rimangono esclusi dal processo di crescita di un Paese o dell’intero continente e, non avendo una vita soddisfacente, credono che arruolarsi nell’Isis sia l’unica via per elevarsi e migliorare la propria posizione. Indubbiamente deve essere una sensazione allettante far parte del mondo dei “puri”.
Ma arginare questo fondamentalismo è possibile. Bisogna, infatti, coinvolgere tutti nel processo di unificazione dell’Europa. È sicuramente una strada complessa, ma che ben si addice ad una società moderna, dove industrializzazione e integrazione possono e devono conciliarsi.

Giulia Pellini V L, Liceo Classico Francesco Vivona Roma