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Ho imparato a correre e a non arrendermi mai

Io ero il rifiutato della famiglia perché ero diverso dagli altri, io ero handicappato ed ero soltanto d’intralcio. Era evidente che mio padre preferisse Valentina a me. Ma adesso Valentina non c’era più e questo era soltanto per colpa mia; mi sentivo in colpa, impaurito per quello che mio padre mi avrebbe potuto fare rientrando a casa e non trovando Valentina; poteva consolarmi e tranquillizzarmi o, come era suo solito fare, arrabbiarsi e gettare tutto ciò che gli capitava tra le mani a terra (ma non era mica colpa sua se era prepotente, prevaricatore e arrogante, perché sin da piccolo era stato abituato cosi). Ero spaventato tanto quanto mia madre, perché mio padre non ritornava a casa da ben tre giorni. Mi sentivo solo senza mia sorella che mi faceva ridere a crepapelle e che mi consolava quando non riuscivo a correre veloce quanto lei. Allora scesi le scale per andare a cercare Valentina, dicendo alla mamma che andavo a fare la spesa; mentre scendevo le scale un uomo che stava salendo mi toccò per sbaglio la schiena, allora ricordai le pacche sulla schiena che mi dava mia sorella per incoraggiarmi a non arrendermi mai, e dare sempre il meglio. Dopo mi sedetti sulle scale e scoppiai a piangere, passato un quarto d’ora mi alzai e ritornai a casa e mi ripromisi che l’indomani l’avrei cercata. Il giorno successivo ancora non c’era traccia né di papà né di Valentina,finsi di nuovo di andare a fare la spesa, scesi le scale e arrivai in portineria; vidi in quel portone la via d’uscita dalla mia solitudine, uscii dal portone e percorsi 100 m, dopo iniziò una tempesta allora ritornai a casa e decisi di cercarla l’indomani. L’indomani mi svegliai presto e misi in uno zainetto il minimo indispensabile, cioè delle merendine e dei vestiti, scrissi una lettera alla mamma che diceva:<Mamma, mi dispiace che ti lascio sola e indifesa, ma io voglio di nuovo la mia sorellina e qui chiuso a casa mi sento inutile e insignificante. Baci, Milo>. In quell’istante mi cadde una lacrima, ma il ricordo della mia sorellina mi mise coraggio e mi fece andare avanti, scesi le scale, aprii il portone e lì mi arrivò un brivido nella schiena che percorse tutto il mio corpo … ma ormai era troppo tardi. Erano passate già 5 ore e io avevo il fiatone, mi sedetti su una panchina per riposare e in una sua barra trovai l’aquilone che usava mia sorella il giorno in cui era scomparsa e insieme a esso trovai un pezzo di una lettera, la lessi ad alta voce e c’era scritto :<Non pensare di esserti liberato di me >. Mi girai e vidi un barbone seduto nel marciapiedi, mi avvicinai, presi la foto di mia sorella che tenevo sempre con me nelle tasche dei pantaloni, gliela mostrai e gli chiesi se l’avesse mai vista, ma lui fece cenno di no. Camminai per altri ½ km ma non trovai niente. L’ora successiva andai in una pizzeria per mangiare qualcosa, perché morivo di fame. Quando entrai, i camerieri e qualche cliente mi guardò in un modo strano come se fossi un marziano venuto sulla terra, poi mi soffermai e capii che, forse, gli sembravo strano perché non ero vestito tanto elegante, oppure perché ero venuto senza genitori oppure per il fatto di avere una gamba “secca”. Avevo l’acquolina in bocca, per fortuna dopo pochi minuti arrivò il cameriere che mi fece ordinare. Dopo qualche minuto arrivò la pizza che avevo ordinato; appena finito di mangiare, andai in bagno e quando uscii vidi un rampicante straordinario: mi avvicinai per guardarlo meglio, abbassai gli occhi e vidi che nel terriccio c’era il ciondolo che indossava Valentina quando era scomparsa e insieme c’era un pezzo di lettera che diceva:<Non puoi più nasconderti!>. Poco dopo uscii dal locale, guardai l’orologio ed emisi un suono di sorpresa perché erano di già le 11:30 di sera; mi girai, in cerca di un posto dove potermi accampare la notte, vidi una panchina, mi distesi e mi addormentai. Il giorno successivo venni svegliato da un bambino piccolo di circa 7 anni che mi urtò involontariamente. Il bambino cercava di andarsi a rifugiare nella panchina perché dei ragazzi lo prendevano in giro. Poco dopo mi alzai ancora in uno stato di insonnia, passato qualche minuto cominciai a ragionare e mi ricordai lo sguardo di quel bambino impaurito e solo allora capii la situazione e che lui era diverso come me, era down. Camminai, camminai per circa 10 km, ero stanco morto, in quel momento mi andò di gettare la spugna ma mi illuminarono le scarpe che indossava mia sorella il giorno in cui era scomparsa, con i lacci appesi a un ramo; mi arrampicai, presi le scarpe e vidi che nella soletta della scarpa c’era un bigliettino che diceva:< non mi troverai mai!>. In quel momento mi veniva di comportarmi come faceva mio padre nei momenti di rabbia. Ma poi mi venne in mente l’immagine di mia sorella, e mi ritornò il buon umore. Questa volta però non fu tanto facile trovare indizi, tanto che dovetti camminare per 25 km. Steso a terra nel parco giaceva il vestito che indossava Valentina prima di scomparire e insieme ad esso c’era una lettera che diceva: <visto che so che non mi troverai mai, ti do un indizio: devi andare in Via Dante. A dopo>. Io non volli andarci , volevo ancora provare se con le mie forze potevo trovarla anch’io senza ricorrere ad aiuti. Camminavo, camminavo in cerca di risposte, finché vidi dei miei coetanei giocare a calcio; quando mi stavo per avvicinare per chiedere se avevano mai visto mia sorella, uno di loro si avvicinò a me, rise e disse ai suoi amici e a me:<Guardatelo, guardate come cammina, è un handicappato!> e mi tirarono sassolini sulla faccia; gridai <aiuto!>, ma nessuno mi sentiva, finché non vidi mio padre camminare deluso sul marciapiedi, allora lo chiamai, lui mi vide, accorse in mio aiuto, fece andare via quei ragazzi e per la prima volta si interessò a me. Mi alzò, mi abbracciò e mi chiese se stavo bene; poi gli raccontai tutta la storia e insieme andammo in Via Dante. Non ci impiegammo più di 10 minuti. Ci infilammo in una stradina adombrata, camminammo finché non vedemmo un edificio vecchio e dissestato. Aprimmo la porta e vedemmo una stanza con le luci spente, cercammo l’interruttore della luce, ma non c’era. Cercammo ancora per altri minuti ma niente, finché la luce si accese e davanti all’interruttore c’era un uomo: alto, magro ed era vestito con giacca e cravatta. Io non sapevo chi era ma, all’improvviso mio padre emise un sospiro di rabbia e proprio in quell’istante mio padre disse:<Ancora non ti è bastato perdere un braccio, adesso te la stai proprio cercando!>. L’uomo apri all’ improvviso la porta dietro di lui, e lì, seduta su una sedia c’era Valentina, legata alla sedia con un nastro adesivo e con dello scotch nella bocca per non farla parlare. In un attimo fui fuori di me, rincorsi quell’uomo che cercava di scappare con tutte le forze che avevo, dopo un pò quell’ uomo rallentò perché era stanco, io ne approfittai, saltai e con un balzo l’uomo fini a terra. Pochi minuti dopo arrivò la polizia che lo arrestò. Andai correndo da mio padre e da Valentina, li abbracciai tornammo a casa. Arrivati, papà mi raccontò che quando io ancora non ero nato, lui faceva il poliziotto, quell’uomo era un delinquente, e mio padre lo aveva catturato. Quel signore aveva uscito dalla tasca un coltello e mio padre era stato obbligato a sparare e lo aveva colpito nel braccio sinistro; quella scena poi era diventata il suo incubo e allora mio padre aveva cambiato lavoro, perché si sentiva in colpa. Mio padre mi disse anche che si era stupito di vedermi correre così velocemente e che ero stato bravo.
Tre anni dopo, io, Milo, sono diventato uno tra i più bravi corridori di tutto il mondo e mio padre cominciò ad apprezzarmi e non fece più differenze tra me e Valentina.

Nicoletta Franco
IIA plesso Cipolla
ICS Giotto-Cipolla
Palermo