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La necessità della società di trovare un capro espiatorio: l’attuale situazione degli immigrati in Italia confrontata al secolo passato.

L’uomo tende di natura a assumere comportamenti che rispecchiano le idee generali della società in cui vive. Ciò deriva dal suo intrinseco e irrefrenabile desiderio di essere accettato dalla comunità che lo circonda. L’antropologo francese Réné Girard ha detto: ‘ll concetto di desiderio è totalmente diverso da quello di appetito: si vuole qualcosa perché la vuole anche l’altro, è il principio mimetico che muove l’individuo nella sua socialità’. Questa natura spinge l’uomo a identificarsi nella maggior parte delle idee che per convenzione la comunità adotta. Questa riflessione ci introduce al malessere sociale che attualmente l’Italia sta affrontando a causa dei tantissimi immigrati che entrano nel nostro paese. Si stima in 5,7 milioni il numero di queste persone costrette spesso a vivere in condizioni precarie. L’idea che ormai si è diffusa nel nostro paese è che queste persone portino solo criminalità e spese sociali insostenibili. Questo pensiero è molto diffuso e assistiamo nella vita quotidiana a episodi di intolleranza nei confronti dei nuovi ‘cittadini’. Lo scorso ottobre nell’operazione Europea Mos Maiorum, gestita dall’Italia, furono arrestati 19.000 immigrati innocenti, tra cui 5.088 siriani, 1.466 afghani, 1.196 serbi ed eritrei. L’obiettivo era quello di trovare 257 trafficanti che si nascondevano, ma le forze dell’ordine europee incarcerarono in massa migliaia di innocenti senza difesa. L’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (ASGI) ha sottolineato che si è trattato di un’azione disumana e miope, ma, purtroppo, molti italiani non la vedono così e pensano sia giusto chiudere le frontiere e allontanare gli immigrati. Ciò che l’Italia non ricorda è che poco più di un secolo fa, dopo la grande crisi del 1873, oltre 170.000 italiani emigrarono con la speranza di trovare miglior sorte altrove. Questo enorme fenomeno di emigrazione perdurò fino agli inizi del 1900 e ciò che subirono gli italiani non fu molto diverso da ciò che oggi noi vorremmo far vivere ai nuovi immigrati. Un esempio per tutti: il 23 agosto 1927 negli Stati Uniti D’America furono giustiziati sulla sedia elettrica i due immigrati italiani Bartolomeo Vanzetti e Nicola Sacco, sulla base di accuse poi rivelatesi infondate. Si trattò di un atto disumano. Il giudice che li condannò disse: ‘muori pure, qualche porcheria per meritarti questa fine la devi aver fatta per forza’. Sacco e Vanzetti erano due giovani idealisti e pacifisti, in cerca di una nuova vita e invece furono giustiziati così da fungere da esempio da non imitare. Il problema è che i due ragazzi non avevano alcun diritto, erano solo giovani immigrati e fu facile per il governo e i giornali puntare il dito su degli uomini indifesi. Si preferisce non ricordare questi episodi, si preferisce dimenticare, e la conseguenza è che l’uomo tratta i nuovi arrivati senza ricordare come suoi simili, magari loro parenti, sono stati trattati anni prima. La realtà può essere diversa dalle nostre idee: nell’ultimo anno 620 mila anziani italiani hanno avuto la pensione anche grazie al lavoro degli immigrati, infatti tra il 2014 e il 2015 i lavoratori stranieri hanno versato nella cassa previdenziale più di 20 miliardi di euro. Non si deve quindi denigrare genericamente, solo perché straniere, persone che contribuiscono alla crescita economica del nostro Paese. Bisogna saper distinguere tra chi lavora con dignità e chi invece vuole delinquere, ma le persone tendono a vivere nell’omologazione, e così tutti gli immigrati sono colpevoli, anche se a commettere reati sono una minoranza. Se cominciassimo a pensare davvero con la nostra testa distinguendoci dall’omologazione di massa, si potrebbe dare vita ad una grande evoluzione. La morte di Sacco e Vanzetti, capri espiatori di quel momento storico, ancora oggi ci dovrebbe far capire con umiltà cosa stiamo facendo adesso davanti a migliaia di esseri umani come noi che fuggono da violenza e povertà.

Claudia Spagnulo V L, Liceo Classico Francesco Vivona Roma