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La rivincita del vinile: non è mai troppo tardi per ascoltare buona musica

 

“Piacere di conoscervi, spero abbiate azzeccato il mio nome. Ah, ciò che vi sconcerta è la natura del mio gioco”: garantisce Mick Jagger, in “Simpathy for the devil”. Parole profetiche? Direi di sì… Soprattutto per quanto riguarda il 2015, quando la resurrezione del rock davvero ha sconcertato più che mai. Per la prima volta nella storia, infatti, le vendite degli album (erroneamente) detti “di catalogo” negli USA hanno superato le vendite di quelli nuovi. I dati parlano da soli: 122,8 milioni di copie contro 118,5. Un sorpasso epocale, indice di una sottile ma energica rivoluzione che si sta diffondendo a macchia d’olio, specialmente tra i giovani. Sono loro, del resto, come sottolinea Maurizio Blatto (dirigente di un negozio di musica, Backdoor a Torino), i veri promotori di questo cambiamento. Giovani in fascia d’età compresa tra i quattordici e i trentacinque anni. Giovani cresciuti in linea di massima con sterile musica digitale, videoclip e internet, e per questo più che mai affascinati dal classic rock di titani come Beatles, Led Zeppelin, Dylan, Stones. Figli a buon diritto” non” del loro tempo, ma che anzi lo ripudiano (almeno in fatto di musica), per preferire vecchi e sicuri dischi storici ad album che non fanno in tempo a essere trasmessi in radio che sono già morti e sepolti. Mentre infatti le vendite dei cd e degli album digitali diminuiscono, rispettivamente del 10,8% e del 2,9%, a crescere quasi del 30% sono le vendite dei “vecchi” dischi in vinile, dove il rock mantiene incontrastato il suo ruolo di “dominus et deus”. “Oldies but goldies”, verrebbe da dire a proposito di tali dischi, che di vecchio hanno solo la stereotipata nomea. Non a caso, questo fenomeno di (ri)scoperta “vintage”, nasce proprio dal “Golden State”, dall’a(u)rea californiana (reduce di rivoluzioni sociali e musicali non indifferenti) e, più in larga scala, dall’America, dove torna sul mercato anche la vecchia audiocassetta. Ma come? Di nuovo quel marchingegno così obsoleto e fastidioso da infilare nel caro vecchio mangianastri? In verità, non v’è niente di più trendy per gli orgogliosissimi “Born in the Usa”. “Frequenti i circuiti indie e underground?” Allora non puoi perderti Urban Outfitter, per citare un marchio più amato dai più giovani, che vende sic et simpliciter dischi in vinile e le tanto amate audiocassette. Inguaribile nostalgia? Non solo, c’è anche un motivo praticissimo: molto teenagers americani (in Usa la patente si prende a sedici anni) hanno acquistato la loro prima auto usata, spesso un modello che aveva ancora la vecchia autoradio con le cassette, dando vita ad un mercato che, se prima era solo ed esclusivamente vintage, ora ha causato la ristampa di tutti gli album storici in cassetta con gli ultimi successi fino alla Sub Pop.
Tanto rumore per nulla, potrebbero azzardare alcuni, sicuri del fatto che, come ogni moda, questo flusso e riflusso di vintage avrà vita breve. Non è affatto così. Questa volta non si tratta di un mero fenomeno commercializzato di riscoperta anch’essa “standardizzata”, perché “va di moda ascoltare Robert Plant o vestirsi alla Kurt Cobain”. Ma di una profonda esigenza interiore. La musica, come ci insegna la storia, è stata, è e sarà sempre espressione di un popolo, di un’ideologia, di una generazione. È perciò figlia del suo benedetto tempo. Molti giovani, usciti dalla bambagia dell’infanzia o pre-adolescenza, si ritrovano alle prese con un’era in tutti i sensi digitale che non li comprende, che non li riflette (o almeno non ci riesce in pieno). Alle prese con un tipo di musica (quella techno delle discoteche , ad esempio), che si arroga il diritto di appartenere loro, come propria del “loro” tempo, quando invece è espressione di una piccolissima minoranza del “popolino” cosiddetto conformista, dove è proprio il caso di dire “vox populi, (non) vox dei”. Questo, a riprova del fatto che, assieme agli album “vecchi”, ritornano in auge anche i “vecchi negozi” di dischi, per la gioia della generazione “dandy 2.0.” Nomi pochi ma buoni, che faranno però senz’altro accapponare la pelle ai più appassionati: primo fra tutti, l’ “Acquarius Record” della City by the Bay San Francisco, seguono poi il “Groucho’s” di Dundee, l’ “Holt Vinyl Vault” di Hold (entrambi nel Regno Unito), il “Freebird Record” di Dublino, ma anche, senza andare troppo lontano con i chilometri , il “Backdoor” della nostra Torino. Negozi storici che, come una chiesa, un caffè, pur con intenti diversi, perdono le loro vesti di banali edifici per diventare veri e propri luoghi di aggregazione, in questo caso per incontrarsi, per farsi nuove amicizie, guadagnando una mezzora di buon tempo e, all’occorrenza, anche qualche disco di autori talora introvabili, da Gilbert O’ Sullivan e Peter & Gordon, giusto per citare alcuni cantanti di fronte ai quali ogni venditore medio storce indispettito il naso. “Una via di mezzo tra una bocciofila e una biblioteca”, come afferma sagacemente Blatto, il proprietario di Backdoor. “Ci si diverte, si parla di musica, si incontrano appassionati”. Come in “Alta fedeltà” di Nick Horby, dove nascono amicizie e si va a pranzo con i clienti. Ma anche amori, come nella celeberrima scena del film “E vissero felici e contenti” con Charlotte Gainsbourg e il bello e dannato Johnny Depp, immersi in un sound tutto pathos e Radiohead. Ma soprattutto, dove nasce buona musica, forse l’unico “farmakon” contro il grigiore sociale di questi tempi.

Chiara Donati
Classe 3D – Liceo Classico Statale “Galileo” di Firenze