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La (vera) mezza novella del Decameron

 

In seguito alla morte dell’ultimo esponente di una famiglia nobiliare romana, che nel testamento ha deciso di mantenere l’anonimato, è stata lasciata allo Stato una ricchissima biblioteca contenente, fra gli altri, un codice in cui è presente una traduzione in latino della celebre novella delle papere di Giovanni Boccaccio, la quale risulterebbe in realtà con uno sviluppo narrativo completamente diverso. Probabilmente fu censurata dallo stesso Boccaccio, che ne avrebbe intuito il contenuto eccessivamente moderno per l’epoca. Un gruppo di esperti l’ha tradotta in italiano contemporaneo, ed è qui di seguito proposta a partire dal punto in cui inizia a presentare delle divergenze con la versione finora ritenuta originale.

Per caso, il padre Filippo Balducci e suo figlio Domenico si imbatterono in un gruppo di giovani valenti nel fisico e vestiti con colori sgargianti, appena tornati da dì di festa; non appena li vide, Domenico chiese al padre cosa fossero quegli esseri agghindati a quella maniera.
Il padre rispose: “Non fissarli, figlio mio, non è conveniente. Abbassa gli occhi.”
Disse dunque il figlio: “Come si chiamano?”
Il padre, non volendo suscitare desideri sconvenienti nell’animo del giovane, non li volle chiamare come si usava fare, ma disse: “Si chiamano paperi.”
Che notizia meravigliosa! Colui che non ne aveva mai visti prima, senza preoccuparsi dei palazzi, del bue, del cavallo, dell’asino o delle altre cose che aveva visto, disse subito: “Padre, vi prego, facciate sì che io abbia uno di quei paperi”.
“Figlio mio, ahimé, taci” disse il padre. ” Sono contro natura, sono mala cosa”.
Il giovane domandò: “Le male cose sono fatte così?”.
“Così son fatte”.
Egli disse dunque: “Non so che dite, né il motivo per cui siano mala cosa. Per quel che mi riguarda, non mi sembra di aver mai visto nulla di così bello e gradevole come questi paperi. Sono più belli degli angeli dipinti che mi avete spesso mostrato! Se vi interessa di me, fate in modo di portarmi uno di quei paperi e io darò loro da beccare”.
Taci, rispose di rimando al figlio Filippo Balducci: “Io non voglio, tu non sai donde elli d’imbeccano!”
Il fanciullo era sincero nei suoi intendimenti, tuttavia poco pratico delle faccende del mondo; difatti, preso dalle sue passioni giovanili, aveva parlato in un momento nel quale sarebbe giovato il silenzio. Certo è che avrebbe pagato il fio per questa sua grande ingenuità mai più uscendo dalla celletta del convento sul monte Asinaio ove il padre l’aveva recluso da bambino. E così fu finché in un giorno primaverile, accompagnata da un uomo, giunse al convento di Domenico una giovane dai rossi capelli e dalle gote cosparse di lentiggini. In poco tempo i due ragazzi si conobbero e divennero buoni amici e confidenti l’uno dell’altra.
La giovane, Sofia si chiamava, presto avrebbe preso i voti e come molte altre ragazze sarebbe stata costretta ad indossare l’abito, perciò non bisogna stupirsi se, ogni volta che il padre veniva a trovarla, lei rimanesse triste e astiosa per giorni. Fu così che un giorno trovò rifugio su una panca del chiostro, che pareva attendere lei e il suo dolore, sulla quale tentò di porre un freno allo scorrere incessante delle lacrime sulle sue candide gote. Domenico, che passava di lì per caso, le si avvicinò avendola vista tutta in disordine; il giovane le chiese:”Oibò, Sofia, perché piangete? Quale cosa vi ha così fatto soffrire?”. Tale ingenuità e sincera preoccupazione riportarono un sorriso sulle labbra salate della giovane, la quale, sospirando, guardando Domenico disse: “Mio sincero amico, non è stato qualcosa che ha ferito il mio cuore, bensì qualcuno. Mio padre, l’uomo del quale nessuna donna dovrebbe aver paura, ha sempre venerato il suo oro più di quanto abbia mai fatto con i suoi figli maschi e me, ultimo dono dell’amata moglie perduta; io e i miei fratelli che hanno avuto la malasorte di non nascere primogeniti abbiamo subito l’avidità di quell’uomo che si faceva chiamare padre. Passeranno pochi giorni ed io indosserò il velo. Diventerò suora e tutto sarà finito”.
Sofia parlò con così tanto dolore che Domenico pianse per lei; seguendo il suo esempio, anch’egli decise di liberarsi del suo onere: “Sofia, non so se il mio peso sia pari al tuo, ma pure io ho qualcosa che fa piangere il mio cuore. L’unico giorno in cui giunsi fino a Fiorenza, vidi dei paperi così belli che hanno invaso i miei pensieri, e di nient’altro riesco a ragionare. Ma questo mio ragionar è sì sbagliato che fece infuriare mio padre”.
Allora Sofia alzò i suoi occhi verso il ragazzo, con gote rosse quasi quanto i suoi capelli dall’imbarazzo: “Cosa intendi per paperi, dolce Domenico?” chiese la suora perplessa.
“Paperi son coloro che tanto giovani e curati appaiono, e brillan come smeraldi attirando l’attenzione delle genti che a loro passano appresso” rispose Domenico con fare innocente. Sofia lesse l’insicurezza e il terrore in quegli occhi d’ebano, indi decise di stringerlo in un puro abbraccio affinché Domenico potesse piangere tutte le sue lacrime senza giudizio di sorta. Quivi rimasero fino all’alba, a disquisir di brutte avventure e gioiosi ricordi.
Il vecchio cappellano, Fra’ Manolo, come ogni mattina, partiva dalla sua cella all’ala dove era situato il campanile, munito del suo solito ghigno e del rosario che teneva stretto tra le mani affatto consumate dal tempo, per merito della sua vita dedita a Dio. Passeggiando sotto ai portici del cortile improvvisamente l’anziano uomo interruppe il suo passo lento ma inesorabile, il rosario cadde e il ghigno si mutò in un feroce grido. Vide nel cortile Domenico e Sofia abbracciati e lesto, o perlomeno all’andatura che quelle gambe secolari gli consentivano, si preparò a sgridarli a dovere. Puntò il suo bastone contro il ragazzo e lo accusò di giacere con le suore. Al giovane, che al gentil sesso non era interessato, scappò detta la preziosa confessione, unico modo apparente per difendersi dalla furia dell’ecclesiastico.
“Sodomita! Figlio del demonio! Invertito!” lo apostrofò il cappellano. Questi arse ancor di più d’ira e cercò di andare a dire ai suoi superiori la scoperta contro natura, per far mettere il poveraccio alla gogna. Sofia, già mal vista perché rossa di capelli, dunque sfidò l’anziano religioso affermando che Domenico gli avesse giocato un brutto scherzo.
“Strega! È colpa tua! Ma io ti butto sul rogo! Meretrice!” disse di rimando il vecchio cappellano. Con un’abile retorica la giovane affrontò il prete, negando l’omosessualità del ragazzo e dicendo che non ci fosse nulla di male. C’è da sapere che il chierico non è che fosse un uomo santo: si diceva infatti che egli rubasse e rivendesse merci sacre per il proprio tornaconto e che in realtà avesse avuto persino tre figli illegittimi quand’ancora il suo fisico gli consentiva di averne. Visto che la fanciulla non riusciva a convincerlo chierico, usò sagacemente l’arma del ricatto. Domenico era affascinato dal gesto della sua amica che si era battuta per lui e la ringraziò molto, ma non fu sufficiente, visto che il vecchio corse da un altro frate a raccontare la vicenda, scordandosi perfino di sonar le campane. Ma proprio all’inizio della frase giunse come un fulmine un infarto che arrestò il cuore dell’anziano venditore di reliquie. Nessuno seppe mai del segreto, grazie alla provvidenziale dipartita dell’uomo e i due, nonostante di sesso opposto, rimasero amici a vita senza mai cader nel carnale.

Eleonora Metti, Chiara Donati & Lorenzo Paciotti
Classe 4E, 3D e 3E – Liceo Classico “Galileo” di Firenze