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L’amore… ai tempi di Tinder

 

San Valentino è passato da poco e con esso (purtroppo) anche il vero romanticismo. Se un tempo Amore era sinonimo di attesa (anche pluridecennale), oggi, più il tempo passa (sullo schermo), più ci si stufa (a digitare). C’era una volta “L’amore ai tempi del colera”, ora c’è – ahimè –, quello ai tempi di Tinder, dove, se non ti sbrighi a cliccare sullo smartphone il cuoricino verde, l’eventuale conquista si è già defilata con un altro/a. Per i lettori appassionati di Gabriel García Márquez, (quelli che aspettavano in fibrillazione l’attesissimo incontro di Florentino Ariza e Fermina Daza dopo più di cinquant’anni), e per noi tutti sensati nostalgici, Tinder è senza ombra di dubbio una nuova (oscura) forma di abominio moderno. Peccato però che cinquanta milioni di persone la pensino diversamente. Guadagnando giorno dopo giorno sempre più utenti al triste grido di “Tinder è come la vita reale, ma meglio!”, quest’app rischia seriamente di degenerare i (pseudo) rapporti della nostra generazione così instabile. Sappiamo tutti assai bene che, di questi tempi, così eclettici, così tecnologici, così “avanti”, la gente vuole tutto, e lo vuole (giustamente) subito, anche in fatto di cuoricini. Per questo, anziché sentimenti romantici a lunga scadenza, qui si ha a che fare con “Instant- love” e, se in fatto di “Instant” non ci sono esitazioni, in fatto di “love” verrebbe da storcere non poco il naso…
Con nostra signora Tinder lo scopo è, infatti, proprio quello dell’incontro al volo, da geolocalizzare a velocità supersonica. Di “incontri virtuali” ne avevamo sentito parlare da qualche tempo, con i vari Meetic&Co, ma qui è tutta un’altra musica. Specialmente quando si viene a sapere da statistiche e studi sociologici che gli utilizzatori di quest’applicazione sono raddoppiati nell’ultimo anno. Con un recente e spropositato aumento anche tra i più “agées” – dai 55 ai 64 anni, con gli Americani saldamente in testa ci sono gli Americani, mentre nella vecchia Europa gli Italiani sono secondi solo agli spagnoli – Tinder attrae in gran parte uomini tra ventiquattro e trentacinque anni di età che consultano abitualmente questo “portale” che del vero amore ha solo l’indecente pretesa.
Qualche punto di forza di questa famigerata app? Poco o nulla: ci si registra da Facebook o anche ex novo, ci viene richiesto di postare una foto nella “bio” (preferibilmente la più “appetibile” possibile per sguinzagliare le fantasie dei mastini dall’altra parte dello schermo) e naturalmente le impostazioni base di età, e indicazioni su chi vorremmo incontrare. Ovviamente, il GPS deve essere in funzione, altrimenti il gioco non vale la candela dato che l’applicazione serve a mettere l’utente subito in contatto con qualcuno in una zona geografica raggiungibile in pochi minuti. Una volta iscritti all’”albo”, potrete scorrere compiaciuti il catalogo fotografico dei colleghi Tinderisti. Se qualcuno poi attira la vostra attenzione, fate un clic sul cuoricino verde ed è fatta: aspettate solo di vedere se il vostro timido intervento è stato gradito.
State facendo colazione e sentite il trillo di Tinder al cellulare? Significa che qualcuno ha fatto scorrere sulla destra il vostro profilo, ed è pronto per una chat. Chissà, forse, dopo qualche paginata di conversazioni, potreste aver trovato davvero la vostra nuova instant- fiamma!
“Perché Tinder è più di un’app da rimorchio!”, assicurano trionfanti i mobile editors… Ironia e slogan pubblicitari a parte, vogliamo davvero passare alla storia come la “generazione-Tinder” (per non parlare di “generazione problemi climatici-terrorismo-degrado-crisi-nichilismo”)? Dei cuoricini verdi da attivare? Degli inutili schermi? Delle futili conoscenze? Della morte della spontaneità? Non scherziamo…
La storia, anche quella più vicina a noi, quella dei nostri nonni, dei nostri genitori, per non parlare del florilegio della sacra letteratura, ci ha sempre insegnato che gli schermi di qualunque arcaico tipo essi siano, dividono, non uniscono. E quand’anche essi esistano, sono fatti per essere prima o poi distrutti, per lasciare spazio a seri incontri, allo sguardo negli occhi, alla mano nella mano (“et la main dans la main…” cantava un tempo Françoise Hardy). Se non vogliamo che il senso di glaciale indifferenza delle nostre megalopoli raffreddi anche i nostri teneri cuori, spengiamo una buona volta quel maledetto telefonino e facciamoci vedere di persona alla porta del nostro amato/a. Di colpo, senza esitazioni. Col cuore in mano e tanti buoni propositi. E aspettiamo. Non dico «cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni, notti comprese», come Florentino Ariza e Fermina Daza, ma almeno un po’ più del trillo di Tinder… quello sì.

Chiara Donati
Classe 3D – Liceo Classico “Galileo” di Firenze