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Il lato oscuro dei pensieri

 

Uno, due, tre… inizi a contare i battiti del tuo cuore. Quattro, cinque, sei… fissi un punto indefinito nel vuoto. Sette, otto, nove… serri le mani, così che le unghie ti si possano conficcare nella pelle.
-No, no, no! E’ tutto sbagliato qui, cos’è successo?-
Dieci, undici, dodici… ti ripeti di stare calma, che tutto si sistemerà. Tredici, quattordici, quindici… il suono delle lancette si fa sempre più penetrante.
-Jess! Santo cielo, stai bene?-
Sedici, diciassette, diciotto… non ce la fai più a trattenere le lacrime.
-Rispondimi!-
Diciannove… è come avere un proiettile nel petto, che diventa sempre più pesante.
-Jess!-
Venti… buio.

Sono Jess Parker e credevo di essere morta e, in fin dei conti, un po’ ci speravo.
È successo tutto in pochissimo tempo e io… io non ero pronta ad una cosa del genere. Da quando sono nata tutti mi dicono che sono speciale; mi hanno sempre convinta di essere quasi indistruttibile. Ma si sbagliano e continuano a sbagliarsi. Non sono nessuno io, solo un qualcosa di piccolo e debole. Ora lo so. So che non posso mostrarmi forte se non lo sono e men che meno aiutare gli altri se prima non riesco a pensare a me. Lo so perché quando l’altro giorno sono svenuta è stato perché mi sono lasciata trasportare in modo sbagliato, senza pensare alle conseguenze di quella cavolata che stavo facendo. Era stata solo colpa mia se poi tutti gli altri sono morti: io avevo il compito di proteggerli mantenendo attiva e lucida la centrale di controllo. Ma non l’ho fatto, probabilmente per egoismo. Ecco, è sempre stato questo il mio problema: l’egoismo. Quando voglio una cosa la devo ottenere in qualsiasi modo, anche se potrebbe comportare le soluzioni più terribili. Ma di questo non mi sono mai preoccupata perché non era mai successo… fino all’altro giorno. Io devo avere tutto, provare, assaggiare, tentare tutto. Io ho il potere e quindi io comando e decido. E se decido di trascurare i miei sudditi per stare dietro ad un’altra questione, seppur meno importante, tutti mi devono assecondare senza proteste.
Ma questa volta ho sbagliato, lo ammetto. Ho chiesto troppo e nonostante ne fossi consapevole, non ho fatto nulla per impedire tutto questo. Eppure ero così felice, così euforica, era tutto così maledettamente perfetto.
Avevo ordinato che le provviste per il popolo venissero dimezzate, che metà del denaro nelle banche venisse messa da parte, che la maggior parte della forza lavoro si concentrasse in un nuovo dipartimento fuori dalle mura della città, e tutto senza un motivo logico.
Poco dopo l’inizio di questi miei strani comportamenti, il medico mi aveva diagnosticato una strana malattia che, a parer suo, distrugge le cellule del cervello e del cuore, provocando anche forti mal di pancia.
-Ne sei infetta fin nel midollo osseo, Jess- mi aveva detto all’ultima visita -credo tu non possa più tornare indietro, mi dispiace-.
Da quel giorno è un’agonia. Di solito quando si è malati, un minimo lucidi si è. Insomma, si riesce comunque a ragionare. Ma io non ci riuscivo. La mia mente era piena di confusione, si bloccava come colpita da forti emicranie. Più quella malattia si insinuava dentro di me, più diventavo una completa marionetta, incapace di decidere per me e per la mia gente.
Spesso quella malattia era piacevole: mi cullava, mi faceva sentire protetta e importante. Altrettanto frequentemente, però, mi corrodeva fin nell’animo, mi faceva piangere, urlare, ma mai arrabbiare; con quella malattia addosso non riuscivo a restare a lungo con il broncio.
Un difetto di questa malattia è che non può essere curata con delle medicine. Certo, ci sono stati esperimenti, ma tutti hanno avuto solo effetti collaterali. Alcuni hanno portato ad alterare i sogni, altri a provare un certo formicolio alle punta delle dita. Alcuni facevano arrossire, altri hanno fatto sprofondare in un caldo quasi estenuante. Venivano alterate anche le tue sensazioni: a volte ti ritrovavi ad essere estremamente gelosa, altre volte incredibilmente sensibile. Sorridevi con solo due parole e ti deprimevi per il nulla. La gioia e la tristezza sembravano quasi irreali da quanto erano forti e presenti, mentre la paura era diventata una fissazione continua, ma spesso anche inutile. Era una malattia strana, sì. Mi distruggeva senza che io me ne fossi mai accorta sul serio.

Sono Jess Parker, ma il mio nome d’arte con il quale tutti mi chiamano è Speranza. Sono l’unica sopravvissuta in questa landa ormai apatica: ho portato alla distruzione di tutti quanti i sentimenti e le emozioni. La mia malattia, chiamata Amore, mi aveva portato in uno stato di completa pazzia, facendomi ordinare che i cancelli per Illusione, quella stessa provincia che era stata messa in quarantena perché proprio lì si era sviluppato il virus, venissero aperti. Ragione aveva cercato di farmi ragionare, ma Desiderio aveva subito provveduto ad ucciderla. La regina di Illusione, volendo impadronirsi di tutto il regno approfittandosi di quella crisi, aveva programmato tutto: uno stadio paradisiaco dove avrei vissuto beata e felice insieme alla causa della mia malattia, lui. Lui che mi aveva dato la vita stessa, lui che mi aveva messo in quel casino, lui che mi aveva fatto credere nel lieto fine perfetto quando già mi aveva pugnalato alle spalle e così tutto era andato storto.
Ora sono qui, inerme e debole, consapevole di non poter riuscire ad arrivare a domani.

Ginevra Comanducci
Classe 2C – Liceo Classico “Galileo” di Firenze