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Le sonde Voyager 1 e 2: verso l’infinito e oltre

 

Ci sono due vecchi amici del Sistema Solare, che tanto vecchi in realtà non sono: Urano e Nettuno. Infatti, sebbene il primo venne scoperto nel 1781 e già al tempo si erano notate le prime irregolarità nel suo percorso gravitazionale e sebbene anche la scoperta del secondo risalga alla notte del 23 settembre 1846 quando per la prima volta venne osservato al telescopio, i primi veri dati che abbiamo a proposito di questi due pianeti sono stati raccolti solamente nel 1986. Come sappiamo il 20 agosto 1977 la sonda Voyager 2, la seconda dopo la Voyager 1 del progetto omonimo, si staccò dal suolo di Cape Canaveral per levarsi verso l’infinito e oltre. Il suo scopo era, a differenza della sorella che era stata lanciata in orbita poco prima, quello di analizzare solo i quattro pianeti del Sistema Solare esterno, ovvero i cosiddetti pianeti Gioviani: Giove, Saturno, Urano, Nettuno e Plutone, insieme ai corrispettivi satelliti. La particolarità di entrambe le sonde è quella di contenere al loro interno delle placche d’oro sulle quali sono incise le informazioni più importanti che riguardano la Terra e tutto quanto il genere umano, destinate a una specie extraterrestre che potrebbe nascondersi da qualche parte nell’universo. Venne scelta una placca d’oro in quanto al tempo della missione in questione non erano stati ancora introdotti i CD per apportarvici sopra un qualunque tipo di dati, come musica e altri tipi di suoni, proprio come è stato fatto per il Voyager Golden Record. E la chiave per poter leggere tali informazioni, che segnano il progresso umano raggiunto fino a quel 1977, è un po’ particolare: basta infatti decifrare un codice, che secondo gli scienziati potrebbe risultare chiaro a un qualsiasi essere vivente dotato di un’intelligenza sviluppata, inciso sul contenitore che contiene questa piccola grande placca d’oro.
Piccola e grande restera comunque l’intera sonda Voyager, piccola di dimensioni ma grande dal punto di vista di raccolta di dati; infatti essa, quando ha scattato per la prima e ultima volta le foto a Urano (a una distanza pari a 80mila chilometri, tenendo conto che tra la Terra e la Luna ce ne sono più di 300mila), non si è fermata, ma è andata oltre arrivando a visitare luoghi al di fuori del nostro Sistema Solare. Ciò che le permette di poter continuare così a lungo il suo viaggio è la sua batteria di RTG, il cui termine di funzionamento è stimato per il 2025, anno che però non raggiungeremo mai in quanto le comunicazioni con la Terra si interromperanno molto prima, probabilmente nel 2016; si pensa che il giroscopio, ovvero ciò che tiene l’antenna della sonda orientata verso la Terra, smetta proprio di funzionare quest’anno, il termine che ci fa annaspare per le ultime possibilità che abbiamo per scoprire sempre qualcosa di nuovo in questo misterioso universo che ci circonda ma del quale sappiamo ben poco.
Per ora c’è poco di negativo da dire riguardo al progetto Voyager 2: nel luglio 1979 ha eseguito il primo punto del suo compito, visitando Giove e scattando nuove immagini del pianeta che sono state poi aggiunte a quelle scattate dalla Voyager 1. Due anni più tardi è passato vicino al fiore all’occhiello del nostro sistema: Saturno. Tutt’ora le foto scattate al suo anello roccioso suscitano stupore. Finalmente nel gennaio 1986 la sonda raggiunge Urano e infine Nettuno. Ma tra i due nuovi pianeti, come era stato anche molti anni prima, è stato il primo a creare un vero e proprio clima di curiosità. Una prima causa di ciò era lo scoprire per quale motivo Urano fosse più freddo di Nettuno seppur più vicino al Sole. Ciò probabilmente è dovuto al nucleo interno non incandescente oppure all’atmosfera costituita solo per l’85% di idrogeno e dall’85% di elio. Una seconda domanda era per quale motivo il suo campo magnetico non fosse allineato con il suo asse di rotazione, cosa che potrebbe essere causata dall’inclinazione “sul fianco” del pianeta stesso. Inoltre sono state scoperte due nuove lune, che portano così i satelliti di Urano ad un numero pari a 27. Altra particolarità della Voyager 2 e che, a differenza della 1 che aveva il rivelatore di venti solari guasto, è riuscita a registrare nel settembre 2007, dato arrivato sulla Terra tre mesi più tardi, il Termination Shock, ovvero il punto in cui il campo magnetico del Sole non ha più alcuna influenza sul nulla e nessuno.
Che dire… speriamo solo di poter raccogliere altre informazioni sul nostro caro universo prima che anche la Voyaer 2 si spenga, lasciandoci comunque con tanti punti interrogativi.

Ginevra Comanducci
Classe 2C – Liceo Classico Statale “Galileo” di Firenze