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L’Eco che ci rimbomberà dentro

 

La notizia è di quelle capaci di smuovere l’intero mondo della cultura mondiale. “Fermate tutti gli orologi”, direbbe W.H. Auden. Umberto Eco è morto. Il grande semiologo italiano ci ha lasciato la sera dello scorso 19 febbraio, non prima di averci regalato opere dal valore inestimabile.
Eco è stato, appunto, un illustre semiologo, un rilevante filosofo e saggista e – come siamo certamente più abituati a considerarlo – uno scrittore di fama mondiale. Egli si occupò nei suoi trattati saggistici di storia, filosofia e linguistica, dimostrando sempre una preziosa erudizione, che ha riversato impeccabilmente anche in ogni sua opera di narrativa.
Nel 1980, infatti, all’età di 48 anni, Umberto Eco pubblicò il primo – e senz’altro il più celebre – romanzo della sua carriera, “Il nome della rosa”, che subito gli permise di diventare un autore universalmente conosciuto, anche a causa anche dell’incredibile successo dell’omonimo film del 1986 interpretato da Sean Connery. L’opera, ambientata in un monastero benedettino del XIV secolo, rispetta i canoni del giallo storico, ma è certamente intrisa del retaggio culturale dell’autore, che non rinuncia mai a inserire citazioni spesso di altre opere di stampo linguistico e semiologico e a proporre al lettore numerose riflessioni dal carattere filosofico. A discapito de “Il nome della rosa”, contrariamente al parere estremamente positivo fornito dal pubblico, si è espresso l’autore stesso che, a distanza di anni, lo ha definito come “il suo peggior romanzo”.
Eco ha nel tempo sviluppato la propria vena di romanziere, ma senza mai trascurare l’attenzione per il dettaglio nella composizione dell’ambientazione storica, che spesso passa dalla sua classica funzione di scenario a una più rilevante posizione di palcoscenico per le riflessioni filosofiche e non dell’autore. Ne “Il cimitero di Praga”, ad esempio, il secolo dell’Ottocento, che Eco non manca di descrivere capillarmente nella città di Parigi, pur adempiendo perfettamente al suo ruolo di scenografia ideale per lo svolgimento delle vicende, riesce ad esaltare i complotti che lo caratterizzano, focalizzando su questi l’attenzione del lettore.
Attraverso i suoi romanzi, Umberto Eco dimostra un forte interesse per i soggetti oscuri, per le teorie complottistiche, per il falso e l’inganno, come è evidente in “Numero Zero” (del 2015, l’ultimo romanzo pubblicato dall’autore), per l’esoterismo, ma anche per i problemi filosofici più annosi come l’esistenza di Dio e altre tematiche metafisiche, cosmogoniche e ontologiche.
A proposito dell’esistenza di un creatore divino l’autore di Alessandria si è, infatti, espresso scetticamente in questi termini: “L’umanità non sopporta il pensiero che il mondo sia nato per caso, per sbaglio, solo perché quattro atomi scriteriati si sono tamponati sull’autostrada bagnata. E allora occorre trovare un complotto cosmico, Dio, gli angeli o i diavoli”.
Specialmente nei suoi aspetti linguistici e comunicativi Eco non ha mai messo, inoltre, di fornire la sua autorevole opinione sull’attuale, fluida società in cui viviamo. In particolar modo si è espresso molto aspramente riguardo ai social network che, secondo quanto ritenuto dal semiologo, “danno diritto di parola a legioni di imbecilli” e nello specifico anche nei confronti della celebre enciclopedia libera Wikipedia, esprimendo una profonda sfiducia nelle sue caratteristiche di fruibilità e possibilità di alterazione.
Per trattare con estrema professionalità e fascino questo e molti altri argomenti socialmente rilevanti Umberto Eco, a partire dal 31 marzo 1985, iniziò a scrivere la sua celebre rubrica settimanale, “La bustina di Minerva”, ospitata nell’ultima pagina del quotidiano “L’Espresso”. A qualche giorno di distanza dalla sua morte, il 27 febbraio 2016, è stata pubblicata dalla casa editrice “La Nave di Teseo”, della quale Eco stesso fu uno dei fondatori, un’antologia delle “bustine” più rilevanti dell’autore di Alessandria: “Pape Satàn Aleppe. Cronaca di una società liquida”, l’ultimo postumo lascito di un autore che ha fatto della propria cultura una bandiera da sventolare con umiltà e determinazione, divenendo un vero monumento della letteratura italiana. E siamo certi che la sua eco si farà sentire ancora per molti anni.

Andrea Ceredani
Classe 5D – Liceo Classico “Galileo” di Firenze