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L’inquinamento “corre” nei mari

 

Scommetto che avete sentito parlare della petroliera affondata a Genova qualche settimana fa. Secondo voi, quanto tempo ci metterebbero quegli scarti di greggio a fare il giro del mondo? Grazie a uno studio della prestigiosa università di Princeton possiamo dire che ci metterebbero poco meno di un decennio! E, al di là della curiosità in sé, si tratta di una notizia molto preoccupante se si pensa che in questo modo l’inquinamento può diventare un serio problema anche in quei luoghi inalienabili e meravigliosi che non sono mai stati minimamente toccati da questo problema. Questo fenomeno di trasporto si applica ovviamente anche a tutte le forme di vita unicellulare che vivono nell’oceano. Il fenomeno può essere però interpretato anche come una buona notizia, visto che il fatto che il plancton possa fare il giro di tutti i mari (esclusi quelli chiusi) può anche tradursi in una maggiore resistenza ai cambiamenti climatici da parte degli ecosistemi marini. Il plancton, essendo alla base della catena alimentare dei pesci, e diffondendosi così velocemente può aiutare a ripopolare quei luoghi che hanno subito una decimazione in seguito al riscaldamento e all’acidificazione degli oceani. Però questa possibilità diventa una cattiva notizia quando lo stesso modello viene applicato a tutte le sostanze inquinanti rilasciate nei mari. I tempi stimati dall’algoritmo sono corroborati da diversi episodi che raccontano di detriti spostatisi negli oceani già documentati di cui l’ultimo è quello relativo alla tragedia di Fukushima. Gli scarti radioattivi giapponesi hanno impiegato solo 3,5 anni ad arrivare alla costa occidentale degli USA! Secondo me però, sfruttando questo fenomeno si potrebbero aprire milioni di possibilità per fare moltissime cose. Al momento noi non abbiamo la tecnologia per fare ciò che mi viene in mente, ma non si sa mai…

Jacques Camajori Tedeschini
Classe 1A – Scuola Secondaria di primo grado “Pieraccini” di Firenze