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Di nebbia e di stelle. Racconto di Natale

 

Aveva sempre odiato la nebbia. Da bambina pensava che ci potesse essere nascosta qualunque cosa, e si rintanava in casa, al sicuro. Pensava di averla superata ora, questa paura, ma evidentemente non era così. Le era bastato un unico sguardo al mare di nebbia davanti a sé, per fare sì che il cuore le sprofondasse. Aveva il colore dei suoi occhi. Gli stessi occhi, in cui aveva guardato spegnersi quella piccola fiammella, che comunemente chiamiamo vita. Gli occhi che aveva amato. Ma non aveva più senso rimuginarci sopra.
Stancamente, rimise in moto il motore dell’auto e si avviò lungo quella strada che la portava via da tutto quello che era stata fino a quel momento. Cosa sarebbe stata, si chiese, se quel giorno di dieci anni prima avesse semplicemente deciso di rimanere in casa? Se non fossero uscite, tutte e due, mentre fuori pioveva? Come sarebbe stata la sua vita se avesse visto il fiume prima di finirci dentro? Comunque fosse non lo avrebbe mai saputo. Continuava a guidare, sintonizzata su una stazione radio che trasmetteva canzoni malinconiche che certo non miglioravano il suo umore. Sulle note dell’ultima, straziante melodia, intravide le prime luci della sua nuova casa. Un casale di pietra, immerso negli alberi coperti di neve. Neve. Da quanto non la vedeva? In città era raro che cadesse ma qui, in questo posto dimenticato da Dio e dagli uomini, tutto sembrava essere possibile. Accostò su un lato della stradina che portava alla casa e scese dalla macchina. Immediatamente fu colpita dal freddo, come un colpo violento in faccia. Poteva anche aspettare ad entrare in casa, visto che il vecchio inquilino poteva tenerla ancora fino alla mezzanotte. Si strinse le braccia attorno al busto e iniziò a camminare. Le punte dei cipressi, imbiancate di neve, si stagliavano contro il cielo, come dita protese ad afferrare la luna. Per la prima volta dopo tanto tempo, provava una sorta di pace illusoria. Era fasulla, lo sapeva benissimo, ma cercava di non farci troppo caso. In quel momento c’erano solo lei, i battiti del suo cuore e gli ultimi fiocchi di neve che ancora stavano cadendo.
“Dev’essere la vigilia di Natale” pensò. Da tempo non teneva il conto dei giorni, ma quello in particolare aveva sempre avuto per lei un sapore speciale.
Aveva acquistato quella casa per poter vivere il resto della sua vita da sola, lontana dagli affanni del mondo. Dal giorno dell’incidente evitava le persone. Si era come sradicata da tutto, viveva in un mondo tutto suo.
Camminava, e tutto le appariva sfocato. Forse fu per questo, che non vide l’argine scivoloso del fiume. Non si accorse di niente, finché non si ritrovò in aria. Per un attimo le mancò il respiro, e tutto quello a cui riuscì a pensare fu quanto erano belle le stelle. Poi, il mondo si richiuse sopra di lei. L’acqua scura del fiume le scivolò intorno, stringendola in un abbraccio che le tolse in respiro. Le bastò un attimo per farsi prendere dal panico. Riuscì a portare la testa fuori dall’acqua per un secondo e un grido le riempì le orecchie. Solo dopo le venne in mente che forse era lei stessa ad urlare. Rivide vivida la stessa scena, accaduta molti anni prima. Urlò più forte. La paura aveva grandi occhi grigi, una mano fredda che scivolava tra le sue e la voce giovane. Lei si dibatté nell’acqua sempre più profonda, cercando aria da respirare. La sua mente le mandò rapide immagini come piccoli flash. L’acqua nera che le sciabordava alle caviglie, due occhi grigi che sparivano tra le onde, il suo corpo quando lo tirarono fuori dal fiume. La paura era silenzio ora, il silenzio di morte in cui si sente solo il proprio cuore che ancora batte. Lentamente, cessò di lottare. Si abbandonò alla corrente, senza più fare resistenza né cercare di risalire in superficie. Dicono che c’è un momento, quando stai affogando, in cui smetti di tentare di sopravvivere. In cui smetti di trattenere l’aria e fai entrare l’acqua nei polmoni. Un piccolo sorriso le spuntò sul volto.
“Va tutto bene” si disse, “è giusto così.”
Piccole stelle esplodevano nel suo campo visivo e per un attimo ebbe la certezza che tutto fosse finito.
“Chissà se anche lei se ne è andata così” pensò “Chissà quando è stato che ha smesso di lottare.”
Poi rifletté e, in un attimo, la consapevolezza la colpì al petto come un pugno. No, lei non si sarebbe mai arresa. Perché era forte, perché era incredibile, perché era sempre stata l’ancora di se stessa. E d’improvviso seppe che non voleva morire. Doveva vivere, doveva vivere per sua sorella, che se ne era andata tra le onde di un fiume. Iniziò a fendere l’acqua, ormai aveva un disperato bisogno di ossigeno, ma tutta quella massa liquida la schiacciava. Era troppo in fondo, era troppo tardi. Disperata, cercò ancora di risalire, quando due braccia la afferrarono e la portarono lentamente verso l’alto. Lasciò uscire l’aria che aveva trattenuto e perse conoscenza quasi immediatamente.
Rinvenne sputacchiando sulla riva del fiume, con il vento gelido che le frustava la schiena. D’istinto, si portò le mani davanti agli occhi. Erano quasi blu sulle punte. Sentì un respiro ansimante vicino a lei e alzò la testa di scatto. Sulla neve bagnata vicino a lei c’era un ragazzo grondante d’acqua. Il suo viso era congestionato, le labbra viola e i capelli castani lasciavano cadere goccioline gelide sulle sue mani. Restò a guardarlo per qualche minuto, cercando di dare un nome a quel viso congelato, ma presto si rese conto che non lo conosceva.
– Va tutto bene? – le chiese lui all’improvviso. Lei si limitò ad annuire, non riuscendo a smettere di guardarlo. Non riusciva ad afferrare il motivo per il quale quello sconosciuto avrebbe dovuto rischiare la vita per salvarla.
La neve aveva ricominciato a cadere, ricoprendoli di bianco. Il ragazzo si alzò, tremando, e la prese per mano.
– Vieni, – disse – andiamo a casa o moriremo di freddo -. Lei si alzò, ma le tremavano così tanto le gambe che dovette appoggiarsi a lui per riuscire a camminare.
– Sei la nuova inquilina? – le chiese il ragazzo. Lei annuì di nuovo.
– È stato un bene che ci siamo incontrati allora, eh? – rise lui – Così posso mostrarti la casa prima di andarmene –
Lei sorrise debolmente. E così era lui il vecchio inquilino…
Arrivarono alla porta coperti di neve. La casa era vuota, tranne che per un armadio e due poltrone vicino al camino.
– Scusami – disse lui imbarazzato – Il camion del trasloco è passato stamattina e così… –
– Non importa, davvero – fece lei.
– A proposito, io sono Thomas – le tese la mano e lei la prese titubante. Era passato così tanto tempo dall’ultima volta che aveva toccato qualcuno spontaneamente.
Thomas la fece sedere su una delle poltrone e le diede una coperta, dopodiché sparì in cucina.
Com’era strano, pensò, meno di un’ora prima era pronta a lasciarsi tutta la sua vita alle spalle, e adesso si ritrovava nella cucina di uno sconosciuto che le aveva appena salvato la vita. Sospirò, ricordando la facilità con cui tutto poteva cambiare.
Thomas ritornò dalla cucina sorridendo, con in mano due tazze di tè. Gliene mise una in mano e aspettò che bevesse qualche sorso. Era così caldo… Se fosse esistita una bevanda della felicità, pensò lei, avrebbe avuto il sapore di quel tè. Scendeva bollente nella sua gola, sciogliendo il ghiaccio che le era rimasto addosso. All’improvviso, senza nessun preavviso, cominciò a piangere. Lacrime salate, che le solcavano le guance lasciandoci due striature lucide e umide. Era a stento consapevole della presenza di Thomas accanto a sé. Continuava a piangere come un animale ferito, senza curarsi delle lacrime che cadevano nella tazza. Si riscosse solo quando sentì il calore di un braccio attorno alle sue spalle. Alzò lo sguardo. Thomas era tornato nel suo campo visivo e le stava davanti con aria preoccupata.
– Ehi… – disse gentilmente – Cosa succede? – Lei scosse la testa, incapace di trovare la risposta. Si sentiva come se stesse andando in pezzi, in preda a emozioni contrastanti e mai provate prima.
– Va tutto bene. Hai fatto un bel volo, è normale che tu sia scossa – Thomas parlava con una voce dolce e rassicurante, cingendole le spalle con un braccio.A poco a poco la ragazza si calmò. Bevve qualche altro sorso di tè e poi si rivolse a Thomas. Lui evidentemente doveva temere di rivederla scoppiare in lacrime, ma lei chiese semplicemente: – Che giorno è? –
Il ragazzo sorrise. – È la vigilia di Natale – rispose. Lo disse in modo tranquillo, come si annuncia il fatto che la pizza è buona o che domani pioverà. Lei invece sospirò. – Credo di non festeggiare un Natale da almeno una decina di anni – sorrise amaramente.
Thomas fece una faccia allibita. – Dobbiamo rimediare assolutamente! – disse risoluto – Sai cosa faremo? Lo festeggeremo qui, io e te. Ti va l’idea? – Lei sorrise. Certo che le andava l’idea. Era un ragazzo strano quello che aveva davanti, pensò. Non sembrava volerle chiedere niente. Non le aveva fatto domande sul suo passato, sul perché avesse pianto e come mai volesse quella casa. Non l’aveva mai guardata con compassione, nemmeno dopo averla tirata fuori dal fiume, più morta che viva. Gli era infinitamente grata per questo.
Le due ore successive furono un confuso susseguirsi di eventi. Avevano trovato delle vecchie scatole in cantina, piene di decorazioni natalizie del secolo precedente. Stettero ad ammirarle per molto tempo, e poi le appesero per tutto il salotto. L’albero di Natale fu un vecchio appendiabiti opportunamente modificato. Il loro cenone natalizio consisteva in un paio di scatolette di tonno che Thomas non aveva ancora mangiato, maionese, arance e una quantità spropositata di salatini. Apparecchiarono su una vecchia cassetta della frutta – purtroppo non avevano il tavolo – e usarono le federe ricamate dei cuscini come tovagliette. Poi uscirono nel giardino coperto di neve, a raccogliere bacche congelate di rosa canina e vischio. Ad un certo punto, mentre tagliavano i rametti coperti di spine, Thomas si voltò verso di lei. Aveva una faccia talmente scura e preoccupata che la ragazza si spaventò.
– Scusami – disse lui – tutto questo tempo e non ti ho ancora chiesto come ti chiami –
Le parve che la bolla di reale felicità in cui era vissuta per le ultime due ore si sgonfiasse un pochino, come se un ago invisibile fosse penetrato al suo interno.
– Io… Eathlyn, mi chiamo Eathlyn. – rispose con un sussurro. Non le piaceva il suo nome. O meglio, forse da piccola le era piaciuto, ma da dieci anni a quella parte lo detestava con tutta se stessa. C’erano stati gli “Eathlyn!” stizziti di sua madre, quelli laconici e quasi sospirati di suo padre e quelli scialbi e indifferenti degli sconosciuti. E poi naturalmente c’era lui. Un urlo prolungato e straziante, che fendeva la notte come una lama di ghiaccio. L’urlo che ancora la faceva gridare la notte, svegliandola in preda ai brividi e ai sudori freddi.
– Eathlyn? – chiese la voce di Thomas alle sue spalle, riscuotendola dai suoi pensieri. Si era incantata con un ramo di rosa canina in mano, e lo stringeva così forte che una spina le aveva bucato un dito, lasciandoci una piccola macchiolina rossa. Si alzo dalla neve e si girò verso Thomas.
– Dillo di nuovo – gli disse. Chiunque avrebbe detto “cosa?”, invece lui disse: – Eathlyn. –
Nessuno aveva mai pronunciato il suo nome in quel modo. Nessuno, tranne sua sorella.
Eathlyn sorrise, poi si girò e rientrò in casa tranquillamente.
Passarono la serata a rimpinzarsi di salatini stantii, con una cassetta come tavolo e seduti su due poltrone sfondate. Fu il Natale più bello della sua vita.
Mancava ormai poco a mezzanotte e i due erano seduti per terra, a guardar scoppiettare il fuoco. Eathlyn aveva in mano l’ennesima tazza di tè e beveva a intervalli regolari, con lo sguardo perso nel vuoto. Ascoltava Thomas parlare, lasciandosi scaldare dalla sua voce. Era tanto tempo che non sentiva così tante parole tutte insieme. Per anni si era murata dietro il silenzio, e solo adesso si accorgeva di ciò che aveva perso. Le parole erano bellissime. Ad un certo punto Thomas smise di parlare. Eathlyn si voltò e vide che la stava guardando.
– Mi racconteresti una storia? – le chiese. A lei sembrò una richiesta piuttosto strana, ma il ragazzo sorrideva, con la sua espressione pacifica. Non c’era niente di male in fondo. Una storia. Si lambiccò il cervello per qualche secondo, alla ricerca di qualcosa che non risultasse troppo melensa o scontata. Alla fine un barlume di idea parve affacciarlesi nella mente.
– Ce l’ho! – esclamò finalmente. Si sistemò più comodamente sul tappeto liso, prese un altro sorso di tè e iniziò a raccontare.
– C’erano una volta due bambine, che abitavano in una città non molto lontana da qui… –
Continuò a parlare, mentre il resto della storia si dispiegava davanti ai suoi occhi. Rivide le due bambine, due sorelle, cresciute insieme e amiche del cuore. Insieme facevano tutto, condividevano i segreti e le scoperte, erano l’una l’ancora dell’altra. La maggiore in particolare, era l’idolo indiscusso della sorellina. Dove andava lei, la piccola la seguiva come un’ombra. Poi, un giorno…
Eathlyn si fermò. Thomas sembrava bersi ogni sua parola, gli occhi attenti che non lasciavano mai i suoi. La ragazza deglutì e continuò.
Mentre raccontava rivide il cielo nuvoloso e gonfio di pioggia, la nebbia che aleggiava tetra sui campi, il fango. Rivide le due bambine camminare mano nella mano nell’erba alta, con il viso rigato di gocce. Erano uscite fuori e la pioggia le aveva colte all’improvviso. dovevano sbrigarsi a tornare a casa. Uno stivaletto rosso della più piccola si era impantanato nel fango, e la sorella dovette mettersi d’impegno per tirarla fuori. La bambina piagnucolava.
“Non voglio più camminare Cora!” diceva, trascinandosi dietro all’altra che, stoicamente, continuava ad avanzare.
“Possiamo guadare il fiume,” disse Cora “forse in questo modo faremmo prima”. Ci pensò un po’ su e poi decise per quella strada. Le due bambine si lasciarono scivolare lungo il pendio scosceso che portava al guado. Ci passavano sempre, non era niente di insolito. Forse per quello, o forse per via della nebbia, non videro il cartello che vietava l’accesso al guado. Pericolo di morte. Il fiume era grosso e minaccioso, l’acqua scura sciabordava contro gli argini, sgretolando la pietra grigia. La faccia di Cora si incupì, sapeva che era pericoloso. Quando però si voltò, pronta a tornare indietro, vide che fra loro e l’argine ormai c’era solo l’acqua. Ora potevano solo andare avanti. Cora strinse la mano della sorellina, che sembrava aver capito la pericolosità della situazione, e insieme iniziarono ad arrampicarsi sui massi che affioravano dall’acqua. Ormai erano praticamente arrivate quando qualcosa andò storto. Accadde troppo in fretta. Un attimo prima il masso era asciutto, l’attimo dopo era coperto di schizzi. Il piede di Cora scivolò sulla roccia bagnata e lei cadde in acqua. La sorella tentò di afferrarla, ma la corrente era troppo forte. L’ultima immagine di Cora furono i suoi grandi occhi grigi, così belli nell’acqua scura. Un ultimo grido echeggiò nell’aria gelida anche dopo che lei fu sparita. Un grido pieno di paura, una sola parola: Eathlyn.
Thomas era ancora al suo posto, paralizzato ma attento, chiaramente in attesa del seguito della storia. Ma non c’era un seguito. Eathlyn ricordava come aveva passato le ore successive ad ascoltare l’eco delle sue grida, mentre chiamava invano la sorella. Ricordava il furgone della polizia, le grida, le urla di quella sera, il corpo di Cora sull’argine del fiume. E poi il silenzio. Per i dieci anni successivi aveva eretto un muro tra lei e il resto del mondo. I suoi genitori si consumavano lentamente, senza emettere quasi alcun suono. A vent’anni era scappata. Aveva trovato un’università lontana, caricato tutto in macchina ed era partita per quella nuova casa. Sarebbe rimasta in silenzio, ma almeno quel silenzio sarebbe stato tutto suo. I suoi genitori si erano limitati ad annuire. Ed ora era lì, e niente era andato come si era immaginata. Ma era una cosa negativa? No, di questo era certa. Dopo tutti quegli anni, aveva incontrato qualcuno a cui importava veramente di lei. Quel muro che la segregava si era spezzato, almeno un po’. E adesso, solo adesso, si rendeva conto di quanto fosse bella la vita. Alzò lo sguardo e incrociò quello di Thomas. Temeva di trovarci compassione, ma per fortuna non ve ne era traccia.
– Sai raccontarle bene le storie – le disse con un sorriso. Anche Eathlyn sorrise. Era un segnale, si disse. Adesso avrebbe potuto ricominciare una nuova vita e quei ricordi, anche se sarebbero rimasti per sempre, sarebbero potuti diventare solo una storia.
Si alzarono in piedi e Eathlyn accompagnò Thomas alla porta. Una parte di lei voleva tenerselo stretto e non farlo andare via, ma l’altra sapeva che sarebbe andato ad abitare solo al paese vicino. Sarebbe stato sempre lì.
– Beh, allora… io vado. – disse lui – Grazie di tutto, Eathlyn – Lei sorrise. – Grazie a te – disse.
– Per averti salvata o per i salatini? – chiese lui ridendo.
– Per tutto – rispose la ragazza.
Thomas le sorrise e poi uscì nella neve. Era diventata una nottata gelida e stellata, con la luna che sembrava un grande disco d’argento che ammiccava dal cielo. Eathlyn stava per chiudere la porta, ma poi non si trattenne e uscì, a piedi scalzi nella neve.
– Thomas! – urlò nella notte. Il ragazzo si voltò. – Tornerai a trovarmi? –
Lui agitò la mano e le gridò: – Non dimenticarti di sorridere! – e poi sparì nella notte.
“Lo prendo come un sì” pensò Eathlyn.

Martina Passione
Classe 3F – Scuola Secondaria di 1° grado “Pieraccini” di Firenze