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Nelle mani di Dio

 

Isabella parte da Genova alla volta di Macinaggio per sposare Adalberto, che neppure conosce, nonostante il suo profondo desiderio di diventare una suora. Impiegherà cinque lunghi anni per arrivare a destinazione: da un’avventura all’altra avrà modo di dimostrare la sua fede in mezzo a un mare infestato dai pirati saraceni

Passai il primo giorno in mare aperto a pregare per l’anima di mio zio: perché mi ha costretta a salire su questa nave? Io volevo soltanto dedicare la mia vita a Dio e farmi suora. Come farò a sposare uno sconosciuto? E come vivrò il resto dei miei giorni in quella terra dimenticata da Dio che è la Corsica? Spero solo che di non avere la sventura d’incontrare i pirati barbareschi… Questo andavo pensando dentro di me mentre mi rigiravo nel mio angusto giaciglio sotto coperta.
E tutt’a un tratto mi ritrovavo dentro una chiesa riccamente addobbata di fiori e festoni, gremita di gente accorsa per vedermi prendere i voti insieme alle mie sorelle di fede. Il vescovo mi stava di fronte e mi guardava con sguardo benigno. Alla fine della cerimonia sarei diventata una suora di clausura e la mia vita sarebbe trascorsa contemplando Dio in preghiera nella cella che mi sarebbe stata assegnata nel mio monastero. Poi a un tratto un bambino iniziava a suonare la campanella delle funzioni per darci il segnale di inginocchiarci davanti al Signore, e dietro di noi intanto si apriva il portone d’ingresso della chiesa e un uomo avanzava verso di me a grandi passi. Anche se non l’avevo mai visto prima sapevo che era Adalberto venuto a prendermi per costringermi a sposarlo. Nel frattempo il bambino continuava a suonare, chissà perché, la campanella: ormai Adalberto era davanti a me, mi ghermiva per strapparmi via dalla mia chiesa. Io volevo restare lì ma lui mi scuoteva, mi scuoteva, mi scuoteva… Alla fine mi svegliai mentre un marinaio maleodorante mi stava strattonando per svegliarmi. Intorno a me tutti correvano a destra e a manca urlando che tra poco i saraceni ci avrebbero assaliti. Il fianco della nave era segnato da uno squarcio e il fuoco si stava espandendo rapidamente. Non potevo farmi catturare: volevo passare i miei giorni dedicandomi a Dio, non finire schiava nella casa di un saraceno. Così salii sul ponte della nave in cerca di una scialuppa di salvataggio, ma non ve n’erano affatto. Così mi sporsi da un parapetto decisa a morire tra i flutti piuttosto che finire prigioniera dei mori. Iniziai a calarmi appesa all’ancora, poi la nave sussultò in preda alle onde e persi la presa….
Mi svegliai con la gola riarsa dalla sete e sporca di sabbia. Ero su una spiaggia. In quale luogo Dio mi aveva fatto finire? Intorno a me si erano arenati numerosi barili, i resti della nave dei miei poveri compagni di viaggio. Ero sola e sperduta in un luogo deserto e a me ignoto. Il silenzio assordante intorno a me cominciava a essere spezzato dal verso di alcuni gabbiani. Per molto tempo non avrei sentito il suono di altri esseri viventi, ma il cibo almeno non mi sarebbe mancato.

Erano ormai passati quattro lunghi anni e mi ero abituata alle ristrettezze di questa isola di cui ignoravo persino il nome. Mi ero costruita una capanna che mi difendeva dalle ingiurie degli elementi e avevo eretto una croce verso la quale pregavo ogni giorno più volte. Gran parte del mio tempo lo passavo a parlare con me stessa e a cercare cibo per sopravvivere. Per fortuna nelle acque dell’isola non mancavano pesci di ogni sorta e avevo imparato a costruire trappole molto efficaci per catturare uccelli. Oggi però era successo qualcosa di eccezionale: per la prima volta da quando ero approdata in questa deserta parte di mondo avevo trovato tracce di piedi umani. Ne ero sicura. C’era qualcuno sull’isola. Sembrava un gruppo di almeno dieci persone.
Seguii le tracce con una certa trepidanza e alla fine mi ritrovai in una radura al cui centro si trovava un grande palo conficcato nel terreno. Vi era saldamente legato un uomo privo di sensi. Mi avvicinai e mi resi subito conto che era vivo ma sfinito. Lo liberai e cercai di rianimarlo inumidendogli la bocca con uno straccio che mi ero portata dietro. Alla fine riaprì gli occhi e mormorò parole in un idioma a me sconosciuto. Non capivo cosa mi stesse dicendo. Alla fine si reso conto che non parlavo la sua stessa lingua e iniziò a esprimersi in modo incerto nella mia.
“Il mio nome è Omar” mi disse.
“Io sono Isabella” risposi. “Come ti senti? Sembravi allo stremo quando ti ho trovato legato a quel palo. Cosa ti è successo?”
“è una lunga storia, mia salvatrice,” disse Omar “che comincia ormai quattro anni fa a Costantinopoli”.
“Siamo soli su quest’isola, almeno credo,” dissi io “cercherò di sorreggerti fino alla mia capanna, dove potrai riposarti e mi racconterai la tua storia”.
La sera consumammo un pasto frugale senza parlare molto. Ero assai eccitata finalmente di avere un compagno con cui conversare nonostante le diversità religiose che temevo ci separassero. Ero proprio curiosa di apprendere come avesse fatto a finire in quella strana situazione, chiesi a Omar di raccontarmi dunque la lunga storia a cui aveva accennato.
“Era il 29 maggio 1453 quando la mia gente dopo un lungo assedio prese Costantinopoli” esordì Omar.
“L’ultimo giorno che ho passato nella mia amata Genova” lo interruppi “e iniziò la lunga odissea che mi ha condotta qui. Ma continua il tuo racconto, ti prego!”
“Noi Turchi entrammo in Costantinopoli. Ero nella guardia scelta che accompagnava il nostro signore, che subito entrò nella basilica più bella di quella splendida città, deciso a trasformarla in una moschea nel minor tempo possibile. Dunque iniziammo a coprire le immagini di voi cristiani, perché sono contrarie alla fede di Allah. Ma proprio mentre stavo coprendo con un telo l’effigie di Cristo, mi accorsi che una lacrima rigava la sua guancia e qualcosa si ruppe dentro di me”.
“Cosa intendi, amico mio?” chiesi.
“Non ero mai stato molto devoto fino a quel momento. Ma quella visione mi turbò. Conoscevo la religione cristiana e iniziai ad avvertire che qualcosa aveva cominciato a germogliare nel mio cuore. Qualcosa destinato a diventare fede” concluse Omar.
“E perché mai ti sei ritrovato legato a un palo e destinato a morte certa?” chiesi ancora.
“Finito l’assedio, lasciai il mio signore e mi imbarcai su una nave corsara. Iniziai a leggere la Bibbia in greco ma una notte i miei compagni mi trovarono nella mia cabina mentre stavo pregando, così mi accusarono di tradimento e mi condannarono a morire così, da solo, in quest’isola desabitata. Si chiama Giannutri e talvolta la usiamo come base per le nostre scorrerie”.

Passarono i giorni in compagnia del mio nuovo amico, e poi le settimane, e poi i mesi. In compagnia il tempo scorre in fretta. Io e Omar passavano molto del nostro tempo in preghiera. Io stessa lo avevo battezzato e spesso trascorrevano il nostro tempo a conversare di storie bibliche. Ma presto tutto questo sarebbe finito…
Un urlo mi risvegliò dalle braccia di Morfeo. Era Omar che stava cercando di avvisarmi mentre alcuni uomini vestiti con abiti di foggia orientale lo stavano strattonando con violenza. Corsi con tutta la mia forza verso di lui. I corsari lo avevano adagiato col collo su un ceppo e una lama ricurva pendava sul suo capo. Morì senza un grido, e i corsari mi catturarono mentre stavo disperandomi dal dolore.
Il comandante si rivolse a me minaccioso, esprimendosi in modo incerto nella mia lingua: “Così hai convertito il nostro Omar, vedo. Ma finirai schiava in qualche città dell’Oriente. Sempre che tu sopravviva al viaggio”.
Tenne fede alla sua promessa. I barbareschi mi spinsero a forza sulla loro nave e fui legata con una stretta fune sospesa all’albero maestro, esposta al Sole che martoriava la mia pelle. Passarono le ore, avevo una sete terribile ma alla fine cedetti al sonno, sfinita. Ripresi conoscenza a notte fonda, e mi ritrovai circondata dalla nebbia, sempre più afflitta e dolorante. Quale fu la mia sorpresa quando avvistai una luce che si avvicinava rapida alla nostra imbarcazione, sempre più vicina, finché riuscii a distinguere i contorni di un’altra nave avviata inesorabilmente verso la nostra.
L’urto fu tremendo e la fune che mi teneva sospesa cedette di schianto. Mi ritrovai legata, mentre il nostro vascello si stava inabissando. Fui salvata da un marinaio corso della nave che ci aveva speronato. Per uno strano scherzo del destino erano avviati a Macinaggio. Il mio destino si sarebbe compiuto, infine.
Era domenica, in effetti, anche se cinque lunghi anni dopo. Fui accolta nel monastero di Rogliano, nei pressi di Macinaggio. E da lì il mio promesso sposo, Adalberto, fu avvertito del mio arrivo. Mi fu detto che mi avrebbe sposato nella chiesa del monastero l’indomani, anche se la mia odissea aveva confermato in me il desiderio di dedicarmi a Dio.

Il prete aveva appena ottenuto l’assenso del mio futuro marito a passare il resto dei suoi giorni con me. E quindi fu a me che rivolse la domanda:
“Volete voi, Isabella, prendere Adalberto, signore di Macinaggio, come vostro legittimo sposo, nella buona e nella cattiva sorte, finché morte non vi separi?”
Mi feci forza e risposi: “Io…”

Classe 2D
Scuola Secondaria di 1° grado “Puccini” di Firenze