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Oltre il giardino

 

Era un pomeriggio come tanti, la neve scendeva lenta, pareva quasi che l’atmosfera la volesse ritirare a sè. Avevo dimenticato al giardino la sciarpa rossa e gialla, quella che mi aveva cucito appositamente la nonna, ed ero tornata a riprenderla.
Ricordo che suonai più volte alla porta della scuola ma non veniva nessuno ad aprirmi, solo dopo dieci, o forse quindici campanellate di seguito venne ad aprirmi una svogliata signora dall’aria stanca e depressa. Questa indossava un ciondolo a forma di mela gigantesco, che dava l’aria di essere veramente vecchio… Non è che io solitamente notassi ciò che mette la gente, ma quella collana aveva qualcosa di familiare, qualcosa di insolito.
Dopo essere entrata nella scuola mi precipitai verso la mia meta: scesi le scale, attraversai il corridoio e, finalmente, mi ritrovai in giardino. Era strano vederlo così vuoto, di solito era pieno di bambini urlanti e di nanetti antipatici che pretendevano di saperla più di te, di bambine che facevano collane con le margherite o di ragazzini che giocavano a “obbligo o verità?”.
Eh, già, faceva proprio impressione vederlo in quel modo. Il giardino era ricoperto di neve, ma non neve soffice, quella insopportabile neve bagnaticcia e fastidiosa, che ti entra nel giubbotto e ti fa sentire il freddo. E ti dà fastidio.
Finalmente vidi la mia sciarpa gialla e rossa e corsi verso di essa, ma non ci riuscii. Qualcosa, non so cosa, mi tratteneva al suolo e non mi faceva proseguire. Poi non vidi più nulla. Mi ritrovai, stordita, in una stanza buia. Non avrei saputo dire quanto tempo dopo…
Ero sdraiata per terra, le mani sugli occhi. Tremavo. Quando, dopo alcuni secondi che mi parvero secoli, ripresi coscienza, mi raddrizzai a sedere. Intorno a me non c’era niente, il posto sembrava desolato, o almeno lo era finchè non sentii dei passi provenire dall’entrata principale…
«Ti avevo detto di eliminarlo subito, lurido verme» disse una voce femminile.
Mi perdoni, mia suprema padrona» si scusò l’altro «ma ero impegnato nell’eseguire quel suo altro ordine» rispose una voce maschile e impaurita.
«Questo ti costerà tanto, sappilo!» gli disse la donna.
I due si avvicinarono al centro della stanza e il gracile omino si diresse verso una porta, ritornando poco dopo trascinando per i capelli un ragazzo sanguinante.
Aveva occhi blu, capelli biondi e un viso degno di un angelo.
Lo sistemò in mezzo alla stanza, esattamente accanto a me, e cominciò a torturarlo.
La donna, che aveva lunghissimi capelli ramati, lo guardava, infuriata.
L’omino invece sorrideva beffardamente.
Ma la cosa più strana era che non riuscivano a vedermi: ero come invisibile.
«Dicci dov’è» gli disse la donna «o resterai qui ancora per tanto tempo»
«No!» Rispose lui, deciso.
«Dimmelo!» gli ordinò una seconda volta, poi si girò, disgustata e infuriata, verso il suo servo.
«Ora» disse.
Poi se ne andò.
Eravamo rimasti solo io, il ragazzo e il gracile servo. Il bel ragazzo respirava a fatica e sputava sangue per terra. L’omino, dopo essersi accertato che il prigioniero fosse in fin di vita, cominciò a frustarlo, ordinandogli di rivelare il dannato nome, ma lui non parlava, piangeva e basta.
Io continuavo a gridargli di dirlo, di vivere, di resistere; non so perchè, ma sentivo di conoscerlo, di doverlo proteggere. L’aria era pesante, la testa mi scoppiava e piangevo, urlandogli di resistere. Ma lui non riusciva a sentirmi.
Così incominciai a pensare forte al servo che perdeva i sensi e che smetteva di torturarlo, così fortemente che le tempie mi dolevano e gli occhi mi bruciavano. Non potevo lasciarlo morire, tenevo troppo a lui. Quando riaprii le palpebre, vidi il gracile servo svenuto a terra. Aveva perso i sensi, proprio come nella mia mente. Mi girai verso il ragazzo e notai che mi stava guardando negli occhi.
Rimanemmo così per minuti, poi mi disse: «Grazie, principessa»
E mi ritrovai nel giardino, vuoto, della mia scuola.
Avevo in mano la mia sciarpa rossa e gialla, e la neve nelle scarpe incominciava a dare fastidio.
In quell’esatto momento capii tutto: ero io il nome sconosciuto alla donna dai capelli ramati e al suo servo.
Era per me che il ragazzo dagli occhi blu era stato torturato.
Ero io quella che volevano…

Beatrice Nicastro
Classe 2B – Scuola Secondaria di primo grado “Pieraccini” di Firenze