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Oltre la cascata

 

Milo, che dalla nascita si porta dietro la sua gamba “secca”, ha perso di vista la sorella in un’escursione in canoa. Riuscirà a ritrovarla nonostante la sfiducia del padre? Scopriremo la risposta a questa domanda pagaiando lungo il corso del fiume, oltre la cascata…

Uscì sbattendo la porta. Lo aveva abbandonato al peso del suo errore. Era una vita che faceva così. Ma Milo non aveva nessuna intenzione di lasciar perdere: avrebbe cercato anche lui la sorella, e non si sarebbe fermato finché non fosse riuscito a trovarla. Era stanchissimo, ma entrò nella canoa, strinse il remo tra le mani e iniziò a pagaiare in direzione inversa a quella che l’aveva riportato a casa. Presto sarebbe arrivato nel punto in cui si era accorto che Valentina era scomparsa nel nulla. A dire il vero non era molto convinto di farcela… La gamba “secca” che accompagnava i suoi passi incerti dalla nascita gli avrebbe impedito di ritrovare Valentina? Da sempre era il suo tormento personale: amava il calcio ma aveva smesso di giocare a pallone perché fin da piccolo sui campi da gioco c’era sempre qualcuno che lo prendeva in giro… Ma era inutile ripensarci: doveva ritrovare la sorella a tutti i costi.
Valentina non se la passava meglio. Non sapeva più dove si trovasse, ormai ne era sicura. Tra i mille rigagnoli del fiume aveva finito per perdere l’orientamento e iniziava a pensare che la bussola non funzionasse a dovere. Tra l’altro le cose si stavano mettendo male: qualche goccia iniziava a scendere dal cielo e le nubi ormai avevano completamente coperto il Sole. Minuto dopo minuto anche il fiume iniziava a ingrossarsi e Valentina era ormai in preda della corrente. Sapeva vagamente che più a valle una piccola cascata la stava aspettando e l’idea la stava preoccupando parecchio perché, urtando contro una roccia, aveva perso il remo e non controllava più la canoa.
Ormai la cascata era vicina: lo capiva dal rumore assordante nonostante la pioggia battente. Che poteva fare? Un ramo sporgente sull’orlo della cascata sembrava abbastanza robusto per evitare la caduta. Valentina si fece forza: era vicinissimo a lei. Lo afferrò saldamente, ma era scivoloso e perse la ‘presa: il suo cappellino lilla rimase impigliato nel ramo e poi Valentina e la canoa scivolarono nel vuoto… Per un po’ la ragazza non capì dove fosse finita, colpì con la spalla qualcosa di durissimo, perse il contatto con la canoa e si ritrovò risucchiata dalla corrente, sempre più giù. E non vide più nulla. Si svegliò dopo un po’, non avrebbe saputo dire quanto, e vide un luogo in penombra intorno a lei. Dove era finita? Sembrava una grotta, ma non era precipitata in una cascata? Si tastò la spalla, che le doleva, e si rese conto che sulla schiena ancora portava il suo fedele zainetto con il kit di sopravvivenza che il padre, appassionatissimo di campeggio, le aveva regalato fin da piccola. Era impermeabile e sembrava integro: lo aprì ed estrasse la torcia elettrica, la accese e illuminò la grotta dove era finita. Ragnatele punteggiavano quello spazio angusto da ogni parte e all’altra estremità le sembrava di intuire che ci fosse una sorta di cunicolo. Si avvicinò e si sporse nel vuoto. Appoggiò la mano a terra e toccò del muschio scivoloso, poi sentì un verso minaccioso alle sue spalle, si girò di soprassalto e perse l’equilibrio, scivolando nel vuoto. La torcia rimbalzò per terra.
Milo nel frattempo cominciava a disperare. Aveva ormai superato il punto in cui si era accorto che Valentina era sparita. Ormai era in vista della cascata e stava piovendo forte. Possibile che sua sorella si fosse avventurata ancora più verso valle? Eppure non aveva trovato nessuna traccia finora… Quando a un certo punto vide il corso del fiume che scompariva nel nulla e un gran frastuono intorno: era arrivato alla cascata. Si accorse che in un ramo sporgente era rimasto impigliato un cappello color lilla che sembrava proprio quello che Valentina indossava solo poche ore prima. Il cuore iniziò a battergli a mille: era precipitata nel vuoto? Che le era successo? Era morta? Era ferita? Doveva assolutamente ritrovarla… Così riuscì a guadagnare la riva con un grande sforzo di braccia e, dopo aver assicurato a una roccia la fune che portava sempre nell’incavo della canoa, iniziò lentamente ad aggirare la cascata. Non fu facile, perché la roccia che circondava la cascata era friabile e scivolosa. Milo faceva un’immensa fatica perché non si fidava della sua gamba “secca” e usava soltanto l’altra, che ormai era allo stremo. All’improvviso il piede “buono” scivolò e perse contatto con la roccia, Milo fu costretto a fare forza sulla sua gamba malata e scoprì che il suo problema non era poi così grave. Poteva poggiarci tranquillamente durante la discesa alla fine della cascata.
Mancavano ormai solo pochi metri. Un piccolo sforzo e sarebbe comodamente arrivato a destinazione. Purtroppo la corda era finita. Allora prese un grande respiro, si augurò che il fondale fosse abbastanza profondo e si lanciò nel vuoto. Entrò nell’acqua gelida di schianto e guadagnò la riva annaspando, senza fiato. Il tramonto incombeva, ma subito Milo si accorse di qualcosa di strano davanti a lui: dietro la cascata vide un bagliore decisamente innaturale. Decise di controllare e si ritrovò in una grotta illuminata dalla luce elettrica di una torcia che si trovava a terra, all’angolo opposto rispetto alla cascata. La torcia stava proprio sul ciglio di un pendio che finiva nel buio. Valentina forse era là e lo stava aspettando perché la riportasse a casa. La sua gamba, che da sempre era il suo intralcio permanente, per una volta non fu un problema: non ci pensò nemmeno, raccolse la torcia, si fece coraggio e iniziò la discesa. Non era difficile, bastava andare avanti appoggiandosi alle rocce che costituivano una specie di scalinata naturale. Appoggiarsi a una roccia, tastare nell’oscurità per trovarne una seconda, appoggiarsi e avanzare di un altro po’, tastare nuovamente fino a incontrare la terza e così via. La tredicesima era coperta di muschio, Milo perse l’equilibrio con la presa e sprofondò nel buio: finì su qualcosa di duro e aguzzo, e perse i sensi.

“Svegliati, svegliati, Milo!” disse Valentina schiaffeggiando ripetutamente il fratello, che aprì gli occhi.
“Valentina! Dove sono finito? Dove ci troviamo?” chiese Milo.
“Beh, non siamo messi molto bene, a dire il vero. Siamo finiti in uno strapiombo e non possiamo tornare in superficie. Il tuo cellulare si è rotto e il mio zainetto credo che sia caduto a terra insieme alla torcia, dietro la cascata”.
“Ma quello è un galeone!” esclamò Milo mettendo a fuoco quello che vedeva dietro la sagoma della sorella.
“Già,” disse Valentina “sembra proprio un antico galeone. Purtroppo il passaggio al mare fino a qui è stato otturato da pietre così pesanti che non riusciremo mai a spostarle, temo”.
Milo si fece coraggio, si mise in piedi e provò a spostare le pietre più in alto, senza riuscirci minimamente. Poi gli venne in mente di perlustrare il galeone. Nella cabina del comandante trovò il diario di bordo e iniziò a leggere. Nell’ultima pagina la mano di un uomo di mare vissuto secoli prima aveva scritto come fare per uscire da quella trappola: bastava spingere la pietra contrassegnata da un triangolo che si trovava a metà di quella insormontabile parete rocciosa. Milo lo trovò nascosta dietro la vegetazione e spinse con tutta la forza che aveva. Non avrebbe saputo dire come, ma a un certo punto si aprì uno squarcio in quell’antico ostacolo e una lama di luce penetrò nella grotta dove i due fratelli non erano più prigionieri. Erano liberi di tornare a casa.

“Valentina! Milo! Siete vivi, io ormai temevo il peggio” disse il padre.
“Non è stato certo per la fiducia che avevi in me che sono riuscito a trovare Valentina” rispose Milo di rimando.
“Hai ragione, ma tutto questo cambierà. Io cambìerò!” disse al figlio, abbracciandolo. “L’importante è che stiate bene”.
Quella brutta avventura era ormai finita, per fortuna. Milo guardò fuori dalla finestra: dei ragazzini stavano giocando a pallone su un campo d’erba. Avrebbe voluto giocare anche lui insieme a loro. L’avrebbero preso in giro per la sua gamba “secca”? Iniziò a scendere le scale per andare da loro. Ormai non aveva più paura.

Classe 1D
Scuola Secondaria di 1° grado “Puccini” di Firenze