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Oltre l’amicizia

 

Siamo in Texas, precisamente ad Austin, nel 1998, e per l’omicidio è prevista la pena di morte.
È il 25 marzo, quando Giacomo uccide, in uno scatto di gelosia e d’ira, Serena, moglie dell’amico Stefano. Ora, però, siamo al giorno dopo il processo, è il 13 gennaio dell’anno seguente. Ma cosa è successo in tutti questi lunghi e tormentati mesi? Giacomo Antinori e Stefano Rozza sono amici da una vita, hanno frequentato le medesime scuole elementare, medie e superiori, instaurando un rapporto speciale.
Si vedevano sempre, uscivano continuamente insieme e spesso si ritrovavano per studiare o giocare insieme. Insieme avevano passato, senza dubbio, i giorni più belli e divertenti della loro adolescenza. Condividevano le passioni, gli interessi, le amicizie, le frequentazioni e tutto ciò che due ottimi amici condividono.
Negli ultimi anni del liceo, però, entrambi avevano fatto conoscenza di Serena Melchiorri, una ragazza di origini italiane, proprio come loro, per cui tutti e due avevano letteralmente perso la testa. Serena, oggettivamente, era davvero molto bella. Appena arrivata, per motivi di lavoro del padre, negli USA, si era stabilita ad Austin e si era iscritta nello stesso istituto dei due ragazzi. Affascinò fin da subito diversi compagni, ma per motivi d’origine e di lingua aveva legato prima con i due compatrioti. Di lei colpiva tutto, sia fisicamente che caratterialmente. Aveva i capelli castani e ricci, gli occhi chiari ed un fisico che lasciava senza parole, ma era soprattutto con il suo fascino, la sua dolcezza e quel suo “essere speciale” che conquistava i cuori. Fra questi cuori, ovviamente, c’erano anche quelli di Giacomo e Stefano. Ambedue sapevano della predilezione dell’altro amico nei confronti della ragazza desiderata, ma nessuno dei due aveva mai approfondito la questione per non creare imbarazzo. In questo strano triangolo, dopo diversi mesi di discorsi, telefonate, corteggiamenti e tentativi, ad avere la meglio fu Stefano, che riuscì a conquistare la ragazza, la quale, ad onor del vero, non aveva mai nutrito né manifestato un minimo apprezzamento verso Giacomo, se non nelle vesti di amico caro e fidato. Nonostante questo due di picche difficile da digerire, il rapporto fra i due grandi amici non s’incrinò mai, ma in cuor suo lo sfortunato della situazione aveva iniziato a portare rancore verso l’amico di sempre. Gli accadeva spesso, infatti, di vedere insieme la felice coppia e di dover tenersi dentro tutta la sua rabbia, tutta la sua invidia e la sua gelosia; addirittura quando tornava a casa, ogni tanto, Serena appariva nella sua testa e cominciava a pensare e ripensare a lei, arrabbiandosi con se stesso per non aver mai fatto il primo passo, essendo triste ma, in verità, mai arrivando a provare sentimenti negativi verso l’amico di una vita, per il quale era anzi felice.
Tuttavia, non fece mai trasparire queste sue riflessioni e qualche anno dopo accettò a cuor leggero e con un gran sorriso sulle labbra l’incarico di testimone alle nozze dei due amici. La situazione, però, iniziò a peggiorare dopo che Giacomo stesso trovò una ragazza. Come?! Sì, è cosi: pur avendo incontrato, conquistato e dopo essersi fidanzato con Emma, la sua gelosia subì un notevole aumento. Si rendeva infatti conto che la donna con cui si accompagnava non aveva niente a che vedere con quella a cui si era unito Stefano. Non che fosse così brutta e così antipatica, per carità, ma per l’Antinori non era tollerabile aver subito una sconfitta così netta. Tuttavia, gli anni passarono ed anche Giacomo ed Emma si unirono in matrimonio, senza che nessuno potesse immaginare ciò che in realtà lo sposo provava. Non di rado le due famiglie si frequentavano e, col passare del tempo, il rancore di Giacomo aumentava. Nemmeno lui si spiegava da cosa fosse causato, poiché era ben lungi dal voler male all’amico e non provava niente di negativo verso Serena, nonostante lei sarebbe potuta essere colei che aveva destato questi sentimenti. Il giorno fatidico, quel maledetto 25 marzo, i quattro avrebbero dovuto cenare assieme, a casa Rozza. Stefano sarebbe tornato tardi, quindi aveva dato disposizioni alla moglie di accogliere gli altri due per poi aspettarlo, come ormai era consuetudine. Altrettanto normale fu il fatto che Emma arrivasse dopo il coniuge, poiché sempre presa dai propri impegni lavorativi. Come sempre, perciò, il primo ad arrivare fu Giacomo. Quella sera, inspiegabilmente, provò qualcosa di diverso, di immensamente più brutto, come se il bisogno di sfogarsi per il dolore arretrato si fosse presentato tutto in quel momento, quando soli in casa erano lui e Serena, tanto desiderata ma mai realmente sua, neanche per un minuto. Gli si annebbiarono gli occhi, non ci vide più e cominciò a sfogarsi sulla povera Serena: quando si rese conto di cosa stesse facendo, era troppo tardi. Chiamò immediatamente le forze dell’ordine e tutte le autorità possibili. Giunte sul posto, le forze mediche non poterono far altro che constatare il decesso, e quelle dell’ordine lo portarono via.
Si pentì, Giacomo, di aver compiuto tutto ciò, furono tante le notti in carcere passate insonni e gli interrogatori in mezzo alle lacrime, pensando a quando lui, Serena e Stefano fossero sempre stati felici e spensierati, insieme, tutti e tre. Gli passarono per la testa innumerevoli pensieri, dei più disparati, ed ognuno faceva ancora più male di quello che era appena svanito. Miliardi di volte s’immaginava di poter tornare indietro, sia a quel 25 marzo, sia a quando erano giovani, una volta per poter evitare lo sfogo, l’altra per confessare tutto alla sua amata. Fu veramente terribile, per l’assassino, il tempo trascorso in carcere: non voleva parlare con nessuno, non voleva che il suo sguardo s’incrociasse con quello di nessun altro, la sua mente era solo protesa a pentirsi e ad un solo auspicio: voleva assolutamente rivedere Stefano. Sapeva benissimo che gli aveva sottratto la donna della sua vita, che per sempre la sua esistenza sarebbe stata macchiata, ma era anche sicuro che sarebbe stata l’unica faccia che avrebbe voluto vedere negli occhi, probabilmente per chiedere il perdono, questo non arrivava a pensarlo: voleva solo vederlo. Era, infatti, dal giorno prima della tragedia che non lo vedeva, considerato che i soccorsi e la Polizia arrivarono prima dell’amico. Finalmente, dopo tanti giorni, settimane e mesi, siamo arrivati al giorno del processo. Per la prima volta dopo l’omicidio gli occhi di Stefano, presente in aula, incrociano quelli di Giacomo, e subito tutti e quattro sono invasi dalle lacrime. Il Tribunale si pronuncia: per quest’azione è prevista la pena di morte e questa è la condanna. Viene infatti emessa una sentenza di esecuzione capitale, o di rilascio su cauzione di oltre un milione di dollari. Giacomo non ha le disponibilità economiche per esaudire la richiesta, la sua famiglia nemmeno, Emma lo aveva lasciato subito dopo la sua scelleratezza. Ormai, insomma, il suo destino sembra segnato. Come sempre, quel giudice, da protocollo, chiede se in aula ci sia qualcuno in grado e disposto a liberare l’amico mediante quel pagamento spropositato. Quando ormai la toga sta per risedersi, confermando quanto pronunciato pochi istanti prima, si alza una mano, e viene accompagnata da una voce “Lo farò io, sarò io stesso a pagare quella cifra”. Inutile dire che gli occhi di questa voce sono due di quei quattro pieni di lacrime. Verrebbe da chiedersi perché… Presto Giacomo l’avrebbe scoperto.

Giulio Bacci
Classe 2D – Liceo Classico Statale “Galileo” di Firenze