giornalisti-in-erba

Quando una parola è solo una parola

 

Alzo gli occhi, vedo l’orologio segnare le 22:37 e mi rendo conto che sono seduto davanti ad uno schermo bianco da ore. Sono in ritardo sulla consegna dell’articolo, ma non riesco a scriverlo, niente mi sembra anche solo vagamente accettabile, tra tutte quelle parole nessuna è degna di carta e inchiostro; vedo morire il foglio bianco quando premo quella x rossa in alto a destra sullo schermo, sento quella piccola idea cadere e disintegrarsi insieme ai mille cadaveri delle idee che l’hanno preceduta.
Sono stanco, stando qui davanti come uno zombie non porterei a termine nulla, vado a letto. Spegnendo il portatile sento un peso sul petto, come quando ho l’ansia, come se dentro di me fosse appena morto qualcosa. Probabilmente ho soltanto un enorme bisogno di dormire. Ci metto poco ad addormentarmi una volta appoggiata a testa sul cuscino, il sonno che ha ormai preso il sopravvento è come una pesantissima coperta che mi tiene incollato al materasso.
Brucia. Punge.
Un intenso dolore al viso mi fa aprire improvvisamente gli occhi: una figura nera, così nera che non riesco nemmeno a vederne il viso, mi ha appena lasciato una profonda ferita sulla guancia sinistra. Vorrei piangere, ma non lo faccio, ho ancora un po’ d’orgoglio, dopotutto. Essendosi accorto che non avevo intenzione di manifestare alcuna reazione, quel mostro mi pugnala sulle cosce legate alla sedia su cui mi ha imprigionato. Ancora dolore, sempre più buio, sempre meno lucidità, la mia mente sta andando alla deriva spinta dalla forza del dolore che sento. Vedo un movimento alla mia sinistra. Dolore. Il braccio sembra in fiamme. Voglio urlare per tutto questo dolore ma non posso, la mia voce sembra sparita, tento e ritento fino a che, ormai sconfitto, non abbasso lo sguardo e vedo qualcosa ai miei piedi e allibisco: …quelle sono le mie corde vocali! L’impulso di urlare è ancora più forte di prima, ma l’urlo che parte dal mio petto muore ancor prima di raggiungere le mie labbra tremanti.
Alzo gli occhi e vedo una ragazza, anche lei è legata ad una sedia come me, e la nera figura sta girando intorno a lei, come un predatore con la preda. Il sollievo che provo mi fa sentire l’essere più meschino mai esistito, perché non dovrei essere felice che l’attenzione adesso sia su di lei, ma la morale in una situazione come questa non esiste. Lei è devastata dalla paura, piange a dirotto e lo prega di lasciarla andare, ma quel mostro non le presta attenzione; girandosi ghigna nella mia direzione e “questa è tutta colpa tua” sibila, “sei un buono a nulla” continua; non vedo bene cosa sta succedendo, il dolore ancora sovrasta tutti gli altri sensi, ma sento chiaramente l’urlo acuto e disumano che quasi mi distrugge i timpani, seguito subito da altri che fanno a gara a superarsi l’un l’altro. Niente sembra poter placare quelle urla, che tanto divertono il mostro. Riesco ad aprire gli occhi dopo quelli che mi sono sembrati secoli e vedo in terra tutte le dita di quella ragazza che se ne stava immobile sulla sedia con la testa che le ricadeva in avanti. Spero sia morta, lo spero per lei. Troppo preso a pregare per quella povera anima, non mi accorgo che il mostro in nero si era avvicinato a me ridendo.” Sarai contento adesso – mi dice – dopotutto l’hai voluto tu, non è forse vero?” mi chiede, osceno.
Mi sento impotente perché non posso rispondere, non posso urlare; però posso piangere e piango, piango tutte le lacrime che ho e forse anche qualcuna in più ed è mentre sento il viso bagnarsi sempre di più che mi accorgo che quelle che sto piangendo non sono lacrime, ma inchiostro. Nero, lucido, viscido e assolutamente terrificante inchiostro che scende dai miei occhi e mi sporca tutte le guance e il mento e il collo.
Guardo quello che so essere il responsabile di tutto questo che in quel momento sta ridendo, divertito dal mio dolore e dal mio sgomento. Cerco di fermare il fiume d’inchiostro che sgorga dai miei occhi, ma risulta impossibile soprattutto quando con quella che sembra aria di sfida nei miei confronti si gira e pugnala più e più volte il corpo inerte della ragazza. A nulla servono le mie nere lacrime, i miei singulti, le mie urla mute o i miei immobili gesti, il nero figuro si avvicina e guardando le mie lacrime mi dice: “Piangi l’inchiostro che non hai mai impresso sulla carta. Piangi il sangue che le tue dita non hanno mai sanguinato perché non hanno mai scritto abbastanza. Piangi per la tua arte che hai trascurato fino a lasciarla morire come quella ragazza, senza nemmeno provare a salvarla. Piangi i sentimenti che le tue parole non hanno mai avuto. Sarai punito per i peccati di cui ti sei macchiato”.
Dolore. Rosso. Nero. Buio.
Le sirene della polizia rompono la quiete di un piccolo quartiere di periferia, la cui normalità è stata frantumata dall’improvvisa morte dell’inquilino della quarta villetta da sinistra.
“La donna delle pulizie l’ha trovato la mattina, sgozzato sul suo letto in una pozza di liquido nero” dice uno dei poliziotti al commissario appena questo entra nella stanza. Le ricerche vanno avanti ancora per un un’oretta circa, in seguito portano il corpo in obitorio dove il medico legale lo avrebbe esaminato.
Due giorni dopo i poliziotti sono di nuovo sulla scena del crimine: devono cercare tracce di una trasfusione letale, perché l’assassino ha riempito l’intero organismo della vittima di inchiostro. Controllano meticolosamente ogni angolo, fino a che non trovano una chiazza di sangue sulla stampante su cui un foglio scritto in rosso faceva bella mostra di sé. Un’anima senza arte è nera come il peccato, come lo strumento che non hai mai usato per la tua arte. Brillava sulla carta come fuoco questo messaggio, troppo rosso per essere inchiostro. Un poliziotto ebbe il coraggio di aprire il portello dell’inchiostro. E ne uscì sangue.

Eleonora Metti
Classe 4E – Liceo Classico Statale “Galileo” di Firenze