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Il patto UE-Ankara ha già fallito: l’Europa riparte dai muri

 

Lo scorso 18 marzo l’Unione Europea e la Turchia hanno trovato un accordo sulla gestione del flusso migratorio di profughi indirizzato in Grecia. I nuovi arrivati sulle isole greche (in particolar modo Lesbo e Chio) a partire dal 20 marzo sono stati fermati in campi di detenzione in attesa di esaminare le singole richieste d’asilo. Il meccanismo è semplice: a seguito di capillari controlli, i profughi regolari saranno accolti, mentre gli irregolari saranno respinti, compresi i rifugiati siriani.
Per ogni migrante respinto dalle isole greche, l’Unione Europea si impegna a ricevere un profugo inviato dalla Turchia, attraverso canali umanitari, fino a un tetto massimo di 72mila persone. La precedenza in questo caso sarà data, secondo i criteri stabiliti dall’ONU, a donne, bambini e solo successivamente ai migranti non ancora respinti.
La situazione greca era sempre più grave e la massiccia affluenza di profughi appesantiva un sistema economico già particolarmente precario. Il tentativo dell’UE è, dunque, quello di alleggerire il flusso e aprire una strada di rapporti diplomatici con Ankara, che potrebbe culminare con l’annessione della Turchia all’Unione Europea.
I dubbi a riguardo del patto UE-Ankara sono, però, sorti ben prima della sua entrata in vigore del 4 aprile: la Turchia è un luogo sicuro per i profughi espulsi? In quali condizioni saranno trattenuti i migranti nelle isole greche? Non sono insufficienti i 72mila accolti? Non si rischia di arricchire eccessivamente Ankara concedendole sei miliardi di euro in finanziamenti e affidandole il controllo del flusso migratorio?
Dal 4 al 6 aprile circa 700 migranti sono stati respinti solamente dalle isole di Lesbo e Chio, ma sono solamente 35 i richiedenti asilo giunti ad Hannover, Germania. Gli hot spot, a tutti gli effetti dei nuovi campi di detenzione, rinchiudono i profughi arrivati in massa dalla Turchia, in attesa che le loro richieste d’asilo vengano esaminate. Solo l’isola di Chio ne trattiene 1700, compresi rifugiati siriani. Ma, usciti dalle strutture di accoglienza, le condizioni non migliorano. “La Turchia non è un paese sicuro. Se mi obbligano a imbarcarmi, mi butto in mare!”, ha esclamato Sharrkar Habib, profugo pakistano evaso dal campo di Chio. E probabilmente nessuna fonte può essere più precisa di questa sulle incerte condizioni di Ankara. Persino l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) ha condannato le tempistiche e la carente preparazione greca. La situazione rimane instabile.
Ma se Atene può, almeno momentaneamente, tirare un sospiro di sollievo, certamente il flusso migratorio non viene né ridotto né tantomeno interrotto attraverso le misure adottate dall’Unione Europea. Perciò, poiché la tratta Turchia-Grecia si è bruscamente irrigidita, la corrente di profughi si è rapidamente spostata verso la Libia allo scopo di approdare in Italia. Secondo le stime dell’Unhcr, a marzo sono giunti in Italia 8405 migranti, circa il triplo rispetto al 2015, e queste cifre sono destinate ad aumentare. Ma questo genere di previsioni sembra preoccupare in maggior misura il governo austriaco rispetto alle istituzioni nostrane. Di fronte alla minaccia dei migranti, infatti, Vienna ha deciso di erigere un muro al confine con il Brennero.
La notizia, che riporta alla mente tanto freschi quanto spiacevoli ricordi, ha suscitato scandalo e disapprovazione da parte di molte voci importanti. Il premier italiano Renzi ha evidenziato come il muro “violi sfacciatamente le regole”, mentre il commissario europeo per le migrazioni Dimitris Avramopulos ha sottolineato, senza lasciare spazio a interpretazioni, che “il muro non è una soluzione”. Insomma, non giungono complimenti all’operato del governo austriaco, ma i lavori per la costruzione di una parete lunga 250 metri sono già iniziati e in un paio di mesi dovrebbero essere addirittura finiti, senza che Vienna abbia mai incontrato sul suo percorso insidiosi ostacoli…
Rimane, dunque, solo una piccola nota positiva: di fronte a un’Europa sempre più chiusa e serrata nei confronti dei problemi migratori, l’Italia lascia le porte aperte a profughi e rifugiati, rivelandosi un’esclusiva eccezione. Per quanto ancora potremo vantarcene?

Andrea Ceredani
Classe 5D – Liceo Classico Statale “Galileo” di Firenze