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Da Primo Levi un libro per non dimenticare

 

“Considerate se questa è una donna, / Senza capelli e senza nome / Senza più forza di ricordare / Vuoti gli occhi e freddo il grembo / Come una rana d’inverno…”
Sono i versi che più ci hanno colpito della poesia introduttiva di Se questo è un uomo dello scrittore Primo Levi, uno dei pochi italiani sopravvissuti all’inferno di Auschwitz, anche grazie alle sue competenze di chimico.
La tragedia di Primo Levi iniziò il 13 dicembre 1943, quando fu arrestato dalla milizia fascista per essere poi deportato ad Auschwitz nel 1944. Questo campo di concentramento era uno dei più terribili, anche se la scritta all’ingresso (“Arbeit macht frei”, ovvero “Il lavoro rende liberi”) sembrava preannunciare solo un campo di lavoro. Al momento del suo arrivo gli ebrei italiani erano circa centocinquanta, ma in poche settimane arrivarono ad oltre seicento.
L’autore ci racconta la scoperta del micidiale meccanismo che cancellerà la sua identità e calpesterà la sua dignità di essere umano. Ben presto infatti egli fu costretto ad accettare di essere diventato solo un Häftling, cioè un prigioniero (così li chiamavano i tedeschi). Dopo essere arrivato gli rasarono i capelli, gli tolsero i suoi oggetti personali e gli sottrassero perfino l’identità anagrafica: il nome Primo Levi fu sostituito dal numero 174 517. Un sacrificio necessario per sopravvivere: mostrando la propria identità numerica marchiata sul braccio sinistro si aveva infatti diritto a quel poco di pane e zuppa che consentiva di tirare avanti.
Così una delle frasi più celebri del libro spiega cos’era Auschwitz per i prigionieri: ”uscire e rientrare; lavorare, dormire e mangiare; ammalarsi, guarire o morire”.

Classe 2D
Scuola Secondaria di 1° grado “Puccini” di Firenze