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Qui suis-je?

Ogni attentato, ogni atto di cruda, gratuita violenza è un interrogativo puntato verso la nostra identità, una domanda assillante che esige una risposta, perchè possiamo continuare a vivere secondo gli schemi che abbiamo modellato tanto bene sui nostri bisogni, adattati alla statura dell’uomo occidentale, conquistati per garantire ad ogni costo un senso alla realtà.
Riassorbire senza dimenticare: questa è la forza plastica che scorre nella nostra cultura, costruire are in cui celebrare i nostri morti, ma con fiera compostezza, perché ne abbiamo fatto dei martiri, abbiamo dato il loro nome, carne ed ossa ai valori di cui ci siamo nutriti e che più forte sono risaltati quando nelle nostre città parlavano le esplosioni.
Un’ umanità ideale abbiamo creato, in essa ci siamo identificati e non ci rendiamo conto di quanto vuoto permei questa immagine, che desolazione profonda, tenace viva ormai nel nostro progresso positivo dal giorno in cui ci siamo voltati a guardare indietro e non ci siamo più riconosciuti in quello che siamo.
“Nostra è la civiltà occidentale” diciamo, in noi per primi si affermarono l’uguaglianza, la libertà, forse anche la fratellanza ma spesso è solo retorica, voce che sussurra per calmare le paure; chi siamo noi davvero? Non è la domanda del moralista, nè tantomeno del sociologo. Sembra facile rispondervi, dopotutto basta per un attimo aggrapparci a un sentimento noto, profondo, abituale, lo stesso che lega l’uomo alla famiglia, alla tribù, quello che noi viviamo nella continuità dei gesti, della vita quotidiana, il flusso ininterrotto degli eventi politici e delle comodità liberali che calziamo come un guanto, già, eppure non riusciamo a dirci soddisfatti, un istinto di ribellione persevera.
L’eden della meritocrazia e della libera competizione, l’ideale borghese di una democrazia in cui qualsiasi uomo dotato di buona volontà (nei casi migliori) possa costruirsi la propria personale fortuna non appaga il nostro desiderio di vita, quella domanda che ci tormenta e ci sconvolge perchè la soluzione non è riposta in noi.
“Un desiderio trascende la persona”, non solo me singolo, nella mia individualità, ma gli uomini nella loro umanità . Sempre più si rinuncia ad esso, si dispera di riuscire mai a realizzarlo ed è così che una leggera nausea si annuncia all’inizio delle nostre giornate. E’ flebile dapprima, un senso di vacuo che sembra accompagnare le immense possibilità dell’esistenza, poi monta e sale, “tutto è così terribilmente gratuito”, troppo poco per giustificare troppo. A Parigi è stata suonata Imagine di John Lennon, non stiamo qui a chiederci se il silenzio sarebbe stato più opportuno, ma riascoltando le parole di quella canzone non possiamo non sperimentare la vertigine del vuoto:”Immagina che tutta la gente viva solo per l’oggi, che non esista paradiso” , “niente per cui morire, nessuna religione”:
Quel giorno, nel momento del lutto, dopo che a decine di vite era stata posta fine, sembrò superficialmente che il seme dell’odio, della violenza si trovassero nell’ animo quando è capace di sperare oltre se stesso.
Penso, che terribile equivoco …!

Luca Licitra IVC Liceo classico “Umberto I “ Ragusa