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Racconto di Natale

 

24 Dicembre 1998 – 22.38 Seduta in uno dei tanti vagoni del treno diretti a Milano. Tremava come una foglia, con gli occhi gonfi nascosti da un paio di occhiali da sole, le cuffie attaccate alle orecchie e lo zaino stretto in grembo, guardava fuori dalla finestra la neve che cadeva lentamente sciogliendosi a contatto col cemento. Le labbra secche, il trucco sbavato, e i lunghi capelli mori scompigliati che le ricadevano in modo disordinato sulle spalle.
Nessuno si era avvicinato a lei da quando si era seduta, i passeggeri alla ricerca di un posto erano semplicemente andati avanti, senza preoccuparsi dello stato della ragazza. Volevano sapere, certo, ma avevano paura della reazione che avrebbe potuto avere, dato che la giudicavano una pazza senza nemmeno conoscerla.
La ragazza chiuse gli occhi desiderando che tutto il suo dolore scivolasse via, concentrandosi sulle parole della melodia che usciva dalle sue cuffie, ma sapeva che il dolore non se ne sarebbe mai andato, sarebbe rimasto per sempre a tal punto che l’avrebbe distrutta.
Si addormentò così, sperando in una vita migliore.

24 Dicembre 1998 – 23.02 Con lo zaino su una spalla e una sigaretta fra le labbra, aspettava l’arrivo del treno che lo portasse nella sua città natale. Voleva fare una sorpresa alle uniche persone che gli erano rimaste e quale miglior regalo se non andare a trovarle per Natale?
Salì sul treno dopo aver spento la sua Marlboro rossa e iniziò a vagare per tutto il treno alla ricerca di un posto, finché alla fine, dopo tanta ricerca riuscì a trovare un posto libero vicino ad una ragazza addormentata.
Cercò di sedersi di fronte a lei senza svegliarla, ma con la sua delicatezza da elefante fece cadere il suo zaino sul pavimento procurando un rumore fastidioso che risvegliò la mora rannicchiata su se stessa.
La ragazza si tolse in fretta le cuffie guardandosi attorno con la vista leggermente appannata, per capire da dove provenisse il rumore.
«Mi dispiace» disse il ragazzo seduto di fronte a lei e la ragazza sussultò non avendolo notato prima.
«Non preoccuparti» rispose la ragazza con voce rauca tentando di fare un piccolo sorriso che però risultò più una smorfia.
«Siamo arrivati?» chiese la ragazza sedendosi composta per poi stiracchiarsi.
«Manca ancora molto» rispose il ragazzo guardando attentamente la mora. Era ancora in pessime condizioni ed era visibilissimo che avesse pianto anche se indossava degli enormi occhiali da sole.
La ragazza sentendosi osservata s’irrigidì ma cercò semplicemente di spostare lo sguardo del ragazzo.
«Come ti chiami?» chiese il ragazzo per fare conversazione, dato che era incuriosito dalla ragazza seduta di fronte a lei.
«Tua madre non ti ha insegnato che non si parla con gli sconosciuti?!» le disse lei in tutta risposta assumendo la sua solita facciata apatica.
«Sei tu che mi hai rivolto la parola per prima… allora?» insistette il ragazzo e la mora alzò gli occhi al cielo.
«Ha davvero importanza? Che cos’è un nome? Il fiore che chiamiamo rosa anche con un altro nome profumerebbe soavemente… diceva Shakespeare. Siamo noi uomini che abbiamo bisogno di un nome per distinguerci perché non siamo capaci di andare oltre alle apparenze e valutiamo tutto con gli occhi» rispose la ragazza persa fra i suoi pensieri con lo sguardo vuoto.
«Oh… io sono Marco» si presentò il ragazzo palesemente confuso, ma allo stesso tempo incuriosito, porgendole la mano che lei però non accettò.
«Perché stai andando a Milano?» chiese il ragazzo dopo un lungo silenzio imbarazzante.
«Milano?» chiese la ragazza per accertarsi di aver sentito bene.
«Sì, non sapevi che questo treno andasse a Milano?» chiese il ragazzo dubbioso.
«No» rispose secca la mora.
«Hai sbagliato treno?» chiese Marco. Quella ragazza gli metteva soggezione, ma allo stesso tempo lo incuriosiva così tanto che non riusciva a trattenere per sé le domande e i dubbi che si poneva.
«No» rispose nuovamente la ragazza.
«Hmm… vai a trovare i tuoi?» chiese il ragazzo tentando di indovinare, non sapendo che quello era proprio l’argomento che la ragazza voleva evitare.
La ragazza strinse i pugni cercando invano di trattenere le lacrime che iniziarono a scivolare sul suo volto, Marco, vedendo la reazione della mora, si sentì in colpa e si avvicinò alla sconosciuta abbracciandola, sapendo che ne aveva bisogno. La ragazza in un primo momento si irrigidì e iniziò a tremare, odiava avere un contatto fisico con le persone, nessuno l’aveva mai abbracciata, ma il ragazzo la stringeva saldamente a sé come se avesse paura che si potesse rompere da un momento all’altro e lei si rilassò.
«Si dice che parlare agli sconosciuti dei propri problemi sia utile» disse il ragazzo mentre la mora tentava di reprimere dei singhiozzi.
Nessuno le aveva mai dato la possibilità di sfogarsi, di mostrarsi vulnerabile, o almeno quelli che lo avevano fatto l’avevano solo sfruttata, ma in qualche modo lei sentì di potersi fidare di quel ragazzo sconosciuto dagli occhi color nocciola.
Quando la ragazza smise di singhiozzare, Matteo si mise composto sul posto accanto a quello della ragazza, l’avvolse con un braccio stringendola a sé e lei poggiò la testa sul suo petto, dandogli modo di accarezzarle i capelli.
Non si fidava del genere umano in generale, ma era come se di lui si potesse fidare.
«Io amo il Natale» iniziò a raccontare la ragazza, mentre lui la ascoltava attentamente.
«o almeno lo amavo. Non solo perché c’erano le vacanze ma perché desideravo stare con la mia famiglia. Ho sempre desiderato indossare orribili maglioni rossi con le renne, credere a Babbo Natale, bere una cioccolata calda canticchiando canzoni natalizie, mangiare tutti insieme parlando del più e del meno, insomma avere delle tradizioni. E alla fine ho accettato quelle della mia famiglia, perché mi bastava stare con loro, avere l’illusione che almeno per un giorno la mia vita non fosse una bugia. Avevo accettato che il mio Natale comprendesse i miei zii che bevono birra e cantano al karaoke, le mie zie e mia madre che li guardano conversando amabilmente e i miei cugini che giocano con il proprio tablet o cellulare. Era almeno qualcosa. Passavamo la vigilia e il Natale chiusi a casa di mia zia Rose, andando a dormire solo alle quattro del mattino a casa nostra per poi tornare alle undici di mattina. Amavo tutto questo…» sospirò la ragazza al ricordo.
«… ma le cose cambiano, le persone cambiano, tutto cambia tranne me a quanto pare. Tutti i miei zii che viaggiano, alcuni che festeggiano per conto loro e io mi ritrovo con mia madre, sole in casa con lei che guarda la televisione accanto a me, furiosa. Ma niente dura per sempre, non è vero? Sono passati circa dieci anni dal mio ultimo vero Natale, ma non ho mai smesso di sperare, sai? Ho sempre chiesto di passare il Natale insieme piuttosto che un regalo, ma loro non capiscono che le cose materiali non possono colmare l’affetto che ormai è praticamente inesistente fra me e loro…» la ragazza alzò lo sguardo per scontrarsi con quegli occhi color nocciola che la indussero a continuare la storia.
«Ma tu ti starai chiedendo che ci faccio qui, vero? Un treno di cui non conosco la destinazione, uno zaino che non contiene praticamente niente e con un aspetto pietoso. Sono sempre stata una persona che rimugina tanto su tutto quello che dice, pensa o fa. Ma eccomi qui, fuggita il giorno della vigilia per quello che molti considererebbero un capriccio» disse la ragazza tutto d’un fiato rendendo ancora più curioso il biondo che la teneva stretta a sé.
«Mia madre mi chiede tutti i giorni a che età posso andarmene di casa e la verità è che anch’io ho iniziato a contare i giorni per sapere quando avrò l’età per emanciparmi. Mi ha sempre ripetuto quanto non ce la faccia più a sopportarmi e per la prima volta nella mia vita credo di aver fatto qualcosa di buono, andandomene. Io odio mia madre, la odio perché non si comporta da madre, la odio perché non mi vuole bene come lo vorrebbe una madre ma più di tutto la odio perché non riesco ad odiarla. Avevo sempre avuto il bisogno di andarmene da Firenze e per la prima volta ho trovato il coraggio di andarmene. Ho visto la mia famiglia festeggiare senza di me, mia madre che mi aveva detto che doveva andare ad una festa, era insieme a loro e non so perché ma il mondo mi è crollato addosso. Non ha fatto male come le altre volte che ho sofferto, forse perché alla fine non mi importava più, ma ho sentito comunque qualcosa rompersi dentro di me» disse la ragazza che al ricordo sentì la solita dolorosa fitta al cuore che le bloccava la respirazione. Il ragazzo la strinse più forte capendo che lei ne avesse bisogno e la mora si calmò.
«Non mi hai ancora detto il tuo nome» disse il ragazzo per cambiare argomento, capendo che la ragazza non riuscisse più a raccontare.
«Ti importa così tanto?» la stuzzicò la ragazza e Matteo sbuffò.
«Emma» sussurrò la ragazza facendosi sentire a malapena.
«Cosa?» chiese il ragazzo, non capendo di che cosa stesse parlando la mora.
«Il mio nome è Emma» chiarì la ragazza facendo sorridere il biondo.
«Bel nome» commentò il ragazzo.

25 Dicembre 1998 – 00.18 Il treno si fermò arrivato a destinazione. La ragazza si svegliò disturbata dal brusio della gente che lentamente usciva dal treno. Mentre il vagone si liberava la ragazza si alzò silenziosamente, evitando di svegliare il ragazzo. Tirò fuori dal suo zaino il suo diario e ci scrisse una frase sulla prima pagina, quella che teneva sempre bianca – il perché non lo sapeva nemmeno lei stessa – e lo infilò dentro lo zaino del ragazzo. Lo guardò un’ultima volta, ringraziandolo silenziosamente per poi andarsene.
Il ragazzo si svegliò alla chiusura della porta scorrevole del vagone e si guardò intorno rendendosi conto che la ragazza ormai non c’era più. Confuso uscì con la sua roba e cercò invano la ragazza con lo sguardo.
In macchina della sorella, in compagnia sua e del marito, Matteo aprì il suo zaino trovandoci dentro un quaderno a lui sconosciuto. Lo aprì mentre la sorella gli parlava del più e del meno.
“Mi rendo conto che l’umanità non sarà mai prevedibile e per quanto io creda di conoscere la natura umana, ne rimarrò sempre affascinata e delusa allo stesso tempo. Pertanto, a prescindere da quanto tu mi abbia aiutato, resti sempre uno sconosciuto e la mia natura diffidente mi porta ad andarmene anche se avessi fiducia nei tuoi confronti. Credo comunque di doverti una spiegazione per il semplice fatto che mi hai aiutato: non so cosa farò. Non so se resterò qui a Milano, o semplicemente resterò in vita, né se ritornerò a Firenze. Sappiamo entrambi che la vita è imprevedibile. So solo che resterò per questo Natale. Perciò auguri e grazie”
Il ragazzo corrugò la fronte non capendo perché la ragazza lo avesse ringraziato. Uscì dall’auto e seguì la sua famiglia all’interno della loro abitazione con la testa fra le nuvole.
Forse non capirà mai la ragione per la quale la ragazza l’abbia ringraziato, perché la verità era che non c’era una vera e propria ragione, la mora seguì semplicemente il suo istinto e lo ringraziò perché ne sentiva il bisogno.

Milano, oggi.
Matteo Marchetti aveva avuto la vita che gli era capitata, professore all’università di Firenze, senza moglie né figli, solo il ricordo di una mora dagli occhi neri come la pece. Tornava ad ogni vigilia di Natale su quel treno – che ora ci metteva solo mezz’ora di viaggio se non meno ad arrivare a Milano. Non aveva mai rivisto la ragazza, ma per lui era una di quelle persone che ti segnano nella vita e aveva lasciato un vuoto in lui, qualcosa che non avrebbe mai capito e che l’avrebbe lasciato in sospeso per sempre.
Emma Thomas morì sola, ma la sua storia fu davvero una grande avventura. La sua vita era stata una grande tempesta, fra litigi con la famiglia e con la gente che la circondava, ma non è questo che importa. Si era fatta una vita e credo che alla fine si sentisse in qualche modo, felice.
Il ragazzo era rimasto nella mente della ragazza per circa qualche settimana se non di meno: l’aveva ringraziato ma non sapeva che un semplice ‘grazie’ avrebbe potuto avere un così grande valore per una persona… ma forse era una delle tante cose che mai avrebbe capito della natura umana.

Angelia Rjel Ben Arquero
Classe 1B – Liceo Classico Statale “Galileo” di Firenze