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Il ragazzo senza nome – Racconto di Natale

 

In un mondo parallelo, sorgeva fra strati di nubi una cittadina dove viveva lo spirito di un ragazzo molto particolare. Si chiamava… beh… in realtà non ricordava il suo nome o forse non l’aveva mai avuto. Riteneva il suo mondo strano e spesso gli sembrava di non appartenergli, ma il problema principale del ragazzo era che quando era triste o si sentiva solo nessuno era lì per lui. Spesso si chiedeva da dove provenisse o chi lo avesse generato ma non trovava mai una risposta. Certe volte, tali problemi lo affliggevano a tal punto che passava nottate sveglio a pensare e pensare, a ipotizzare un possibile significato sul perché vale la pena vivere ma i risultati che otteneva non lo soddisfacevano. Era così deciso a trovare una risposta che tutte le volte mentre camminava per strada, si ripeteva bisbigliando la parola “perché?” così gli spiriti circostanti che lo sentivano lo soprannominarono “Il Tormentato”. Egli, per quanto gelido potesse sembrare aveva, come molti d’altra parte, un sogno che lo faceva andare avanti: tornare ad ammirare gli umani, sulla Terra, mentre festeggiano il Natale. Non sapeva il perché ma delle volte aveva la sensazione di aver avuto una famiglia e gli sembrava di ricordare un momento in cui lui e una bambina, probabilmente sua sorella, addobbavano una casa con ghirlande e luci. In una gelida notte, il Tormentato decise che sarebbe andato sulla Terra al fine di trovare delle risposte. La mattina seguente, così, provò a teletrasportarsi, e finalmente, dopo tanti tentativi, riuscì nel suo intento e si teletrasportò indietro nel tempo nel periodo in cui pensava di avere l’età di più o meno 14 anni. Atterrò davanti a una casetta, fra la neve, e di sfuggita vide un bambino che entrava in una casa con una busta in mano. Il Tormentato si avvicinò per controllare meglio e a quel punto, mentre osservava la scena fuori dalla finestra, si accorse che era tutto vero. Bastò quell’attimo per far svanire ogni suo dubbio. Aveva avuto una sorella, una madre e un padre proprio come immaginava. Il Tormentato si mise a piangere dalla gioia alla vista del momento in cui lui posò il tacchino di Natale sulla tavola facendo felice la sua famiglia. Una volta che il suo fantasma del passato e quelli della sua famiglia finirono di festeggiare il Tormentato capì finalmente perché fosse diventato uno spirito. Mentre sua madre sparecchiava e suo padre riposava sulla poltrona in salotto, la sorellina del Tormentato, Meg, era uscita di nascosto fuori casa diretta al lago ghiacciato del paese con i suoi pattini in mano seguita a sua insaputa dal fratello. Una volta arrivata, la bambina si infilò subito i pattini e si fiondò su quel lago che per lei era diventato una vera e propria pista di pattinaggio ma tutto a un tratto si sentì uno strano rumore. Era lo strato di ghiaccio, che essendo troppo fine per sopportare il peso della ragazzina stava cedendo. Meg era terrorizzata, ma poco dopo aver sentito il rumore il fratello spuntò da un cespuglio vicino e, accorgendosi che la sorella aveva bisogno di aiuto, cercò di darle una mano e soprattutto di tranquillizzarla. I movimenti di Meg procurarono in men che non si dica un’altra crepa nel ghiaccio, così, senza pensarci su neanche un minuto, il fratello si avvicinò a lei muovendosi cautamente, le tese la mano e la scagliò verso il prato. Meg atterrò sana e salva ma il fratello cadde nel lago ghiacciato proprio nel momento in cui lei fu ormai fuori percolo, distesa sul prato. Meg urlava il nome del fratello disperatamente e invano ma lui ormai non poteva sentirla, era già morto. Il Tormentato alla vista di quella scena si commosse; lui era morto per salvare la vita a sua sorella, lui era diventato uno spirito a causa di sua sorella. Dopo questa verità agghiacciante, però, il Tormentato si sentì felice perché aveva dato un senso alla sua vita. Tornò al suo mondo parallelo e finalmente capì che anche se lì il Natale non era festeggiato vivono in noi valori come l’altruismo alla base di tale festività che danno un senso alla vita di ognuno motivandoci profondamente. Anche se non sappiamo da dove veniamo, non conosciamo chi ci ha generato né tanto meno se esiste un Dio, dobbiamo credere che tutto abbia un’origine e nessun gesto, se fatto con buone intenzioni, sia inutile.

Alice Jennifer Ruffo
Classe 1B – Liceo Classico Statale “Galileo” di Firenze