Il saluto del Duca Bianco

«C’è una crescita di conoscenza che non è vera evoluzione. Dal punto di vista etico, l’umanità non progredisce. Come animali non siamo cambiati: uccidiamo e cerchiamo di sopravvivere» (David Bowie, 2002)

Sono giorni strani, per la storia della musica. È l’8 gennaio 2016 (mezzo secolo dall’inizio della sua carriera), quando David Robert Jones compie 69 anni e pubblica il suo ventottesimo album, “Blackstar”. Lo stesso giorno David si fa immortalare , sorridente e luminoso, dal suo amico e fotografo Jimmy King. Eppure, le parole del singolo “Lazarus” dell’album parlano chiaro: “Look up there, I’m in heaven, I’ve got scars that can be seen”. Con un titolo più che mai eloquente, “Blackstar” sembra presagire qualcosa di più profondo e… imminente. I fan più attenti e scrupolosi intuiscono forse qualcosa, ma l’estrema vitalità e l’eccentrica simpatia del mitico Ziggy Stardust cancellano ogni dubbio. Almeno fino a quando, 72 ore dopo, scoppia la bomba.
Il 10 gennaio 2016, il celebre Duca bianco, camaleonte del rock, nonché icona mondiale della musica moderna, muore, circondato dai suoi cari, a New York, dopo 18 mesi di una lunga battaglia contro il cancro al fegato. Malattia terminale, di cui nessuno era a conoscenza, se non lo storico collaboratore Tony Visconti: “Ha fatto Blackstar per noi, è il suo regalo d’addio. Sapevo da un anno che sarebbe andata così. Tuttavia, non ero preparato”. A dare la notizia è stato il figlio Duncan Jones, per il quale Bowie aveva scritto la tenera “Kooks” nell’album “Hunky Dory” (1971).
A Brixton, al posto delle locandine dei film, nello storico cinema Ritzy , è appeso un cartellone dal tono semplice e commovente: “David, our Brixton boy. RIP”. Tutti commemorano un “vecchio amico” , come si legge su uno dei mazzi di fiori deposti davanti a un murale con il ritratto di Aladdin Sane. Oscillano fiammelle. Fiori, luci, colori ravvivano il cielo grigio inglese e il buio della notte. Tantissimi giovani intonano “Starman” (“Gli piacerebbe venire a incontrarci, ma pensa che potrebbe impressionarci”…) il tributo perfetto per una vera stella.
Molti piangono. Ma non un qualunque cantante scomparso. Piangono un amico. Un modello. Una personalità irraggiungibile e sconvolgente, incastonata per sempre in un’onirica epopea stellare. Piangono un compagno di vita, di emozioni, di allegria. Piangono una personalità simbolo di un’era travolgente, colorata e rivoluzionaria. Piangono colui che ha reso possibile tale risveglio culturale, e la comunione di storia, letteratura, filosofia, arte, fantasia, nelle semplici note musicali. Piangono il genio che ha trasposto le inquietudini e le speranze di generazioni nelle sue corde vocali, dando vita a una musica ipnotizzante ed eterna. Piangono un uomo, che fino alla fine non ha mai smesso di interrogarsi sul senso della vita e di alzare i suoi magnetici occhi verso il cielo.
Triste ma vero. Bowie ci ha lasciato, con un colpo di scena degno di una vita eclettica, e con una sorta di “album-testamento”, che tante aspettative è riuscito ad stravolgere, senza mai scalfire la pietra sacra del consueto successo.
In effetti , è stato proprio questo, unito ad una divorante vitalità ,uno dei tanti binomi rappresentativi della sua carriera . Fin dalla nascita , quando, ancora ragazzino, aveva scoperto quel virus così “ipnotico” che è l’amore per la musica, il figlio della cassiera di un cinema si era incantato a guardare la cugina che ballava sul ritmo di “Haunt dog” del grande Elvis . “Non l’avevo mai vista dimenarsi in quel modo per nessun’altra canzone. Il potere ipnotico di quella musica mi colpì moltissimo”- ribadirà in seguito.
A Natale ’59, l’arrivo del primo sassofono, ed è subito amore. Poi, le esperienze in trio con i Kon-rads, e avanti con band interlocutorie come gli Hooker Brothers, The King Bees, i Manish Boys, e i Riot Squad con cui incise “Little toy soldier”. Infine, la svolta. Il 1967 è un anno cruciale: dall’incontro con l’attore e mimo Linsday Kemp, alla nascita di una solida amicizia, quella con Tony Visconti, destinata a durare fino alla fine.
Non passano nemmeno due anni, e con “Space oddity” prende forma il mito di David Bowie. L’eco di quella voce inconfondibile che recita “Major Tom to Ground Control” in apertura di brano, il coraggio di puntare gli occhi e la fantasia verso il mistero dell’universo, spingono il giornalista Tony Palmer a definire quel viaggio in musica «rovente». Il successo planetario bussa alla porta, anche se l’album vende poco.
Gli anni Settanta portano Bowie a scrivere sulla propria pelle la leggenda di un musicista capace di cambiare, inventare e (re)inventarsi di continuo. Con “The man who sold the world”(1970) , “Hunky Dory” (1971) , ma soprattutto “The rise and fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars” (1972), David comincia a trasformarsi in un “altro sé”. Portavoce di una nuova liberatoria e creativa realtà. Una sorta di ibrido tra uomo e donna. Dannatamente unico. Un alieno arrivato sulla Terra per indicare una nuova via. Un fascino straordinariamente versatile, che ribadirà anche la musa Amanda Lear, rievocando la storia d’amore con il mito del rock: “Nella sua fase Ziggy Stardust (…) finalmente aveva portato in quel mondo un look diverso, dandy e raffinato. Era splendido».
Ma quel tanto sconvolgente Ziggy ,per una stella in continuo sviluppo, era solo l’inizio di una luminosa scia indelebile. E se “Aladdin Sane”, con un fulmine rosso che solca la faccia del divo, rappresentava il viaggio messianico di Ziggy in America, nel 1974 sarebbero arrivate le atmosfere da “1984” di George Orwell, in salsa glam rock, di “Diamond dogs”. L’album che contiene l’elettrizzante “Rebel rebel”. Per svoltare, poi, verso richiami più pop con “Young americans” e “Station to station”, uno degli album più “impenetrabili”. E battezzare la nascita della sua nuova incarnazione artistica, l’algido Duca Bianco: un Bowie elegantissimo, ma magrissimo, ossessionato dalla magia, le diete, Nietzsche e la cocaina. Un Bowie destinato a stregarci per sempre con il suo fascino conturbante e misterioso. Ma anche un Bowie umanamente fragile, eppure colto in scatti di sorrisi dolcissimi e in complessa crisi spirituale, come mostra l’eccezionale “Word on a wing” (“Lord, I kneel and offer you my Word on a wing…”).
L’incontro con Brian Eno farà deragliare Bowie verso l’elettronica e il krautrock alla berlinese, con la siderale trilogia formata da “Low”, “Heroes” (“We can be heroes, just for one day”) e “Lodger”, che più tardi catturerà l’omaggio minimalista di Philip Glass. Poi arriverà il richiamo del cinema (da “L’uomo che cadde sulla Terra” a “Labyrinth” e l’oscuro “Twin Peaks – Fuoco cammina con me” di David Lynch), e Bowie sfiderà il mondo a ballare (“Let’s dance”), cercando il successo di massa e, al tempo stesso, rifugiandosi nel rock di qualità dei Tin Machine. Negli anni a venire David non smette di sperimentare, sparendo e riapparendo, in una New York caotica e impegnata , per dipingere e fare da papà della seconda figlia, Alexandria Zahra Jones, nata nel 2000, dopo il matrimonio con la modella etiope Iman nel ‘92.
Fino agli ultimi (non poi così del tutto fatali) secondi. Perché il suo tragico colpo di scena, non è che l’alba (“dawn“) di nuova , infinita trasformazione…
Addio, uomo delle stelle. Ci mancherai. Ti abbiamo dedicato una costellazione a forma di fulmine, per imprimere nell’universo infinito il ricordo della tua persona . E ricorda: la tua “stella nera” è già esplosa in un fascio di luce. Per noi qui sulla terra blu la tua musica brillerà per sempre…
(“Planet heart is blue, and there’s nothing I can do…”)

Chiara Donati 3D
Liceo Classico “Galileo” di Firenze