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Scuola. Chi è il ‘Whistleblower’? Studenti decidono il termine italiano

ROMA – Un concorso di idee per tradurre in italiano il termine whistleblower (letteralmente ‘soffiatore nel fischietto’). È quanto propone l’Autorità Nazionale Anticorruzione (Anac) in ‘Comprendere, partecipare, comunicare la figura del Whistleblower’, un progetto pilota realizzato in collaborazione con il Miur nell’ambito di ‘Cittadinanza e Costituzione’, un’intesa a cui partecipa anche la Direzione Nazionale Antimafia (Dna).

Due le fasi del progetto articolato in due anni. Una prima fase vedrà circa 120 studenti frequentanti il quarto anno di 4 istituti italiani (Reggio Calabria, Milano e due a Roma) impegnati nella scrittura di un bando indirizzato ai ragazzi di quarte e quinte di tutte le scuole superiori italiane. Obiettivo del bando, la realizzazione di un prodotto audiovisivo che proponga la traduzione italiana dei termini whistleblowing e whistleblower, dal punto di vista linguistico ma anche culturale. In base ad un recente rapporto presentato dall’Anac, il whistleblower è “il dipendente che dall’interno del proprio ente di appartenenza, pubblico o privato, segnala condotte illecite non nel proprio interesse individuale, ma nell’interesse pubblico, perché non venga pregiudicato un bene collettivo”. Una figura fondamentale che in Italia è ancora poco conosciuta, specie tra i giovani. “Questo istituto è importante perché segnala l’essere cittadini attivi e consapevoli- spiega a diregiovani.it la componente dell’Anac Nicoletta Parisi, tra le animatrici del progetto-. L’importante è far capire ai ragazzi che solo se mi faccio carico del bene generale ho diritto di cittadinanza e che, come cantava Gaber, libertà è partecipazione. Se partecipo sono anche un uomo libero, se non partecipo non prendo in mano il mio destino di uomo”. Una scelta, quella di parlare ai ragazzi, dettata dalla necessità di educare i più giovani alla cultura della legalità: “Iniziare a parlare di queste cose ai ragazzi- continua Parisi- significa aiutarli ad incorporare queste regole di comportamento e a farle diventare automatiche”.

Dopo il riscontro positivo della prima tappa del 31 gennaio a Reggio Calabria, nel corso del secondo incontro di ieri a Roma si è discusso di quanto sia difficile essere whistleblower. Diffidenza e isolamento sono le conseguenze più immediate che portano molti a considerare troppo rischiosa la denuncia. Una denuncia che andrebbe accompagnata da un sistema di appoggio che parta dalla rete di contatti informale e arrivi ad una protezione prevista dall’ordinamento giuridico. Innanzitutto, per tutelare da mobbing e licenziamento: “Ieri abbiamo toccato con mano la difficoltà di far passare un messaggio di questo tipo- prosegue Parisi-. Molti studenti inizialmente si sono mostrati diffidenti e poco fiduciosi sul fatto che lo Stato si faccia carico della protezione di coloro che ‘soffiano il fischietto’. Poi però confrontandoci ci siamo capiti”. 

Prossima tappa dei workshop di formazione sarà Milano il 13 febbraio, quando gli studenti, collegati in videoconferenza con i loro coetanei calabresi e romani, scopriranno quali sono gli strumenti di protezione già esistenti e quali quelli mancanti. La seconda fase del progetto si concluderà il prossimo anno, quando i ragazzi selezionati si cimenteranno nel ruolo di tutor, accanto ai coetanei che parteciperanno all’idea concorso, e di giuria, per la valutazione finale dei prodotti. I vincitori verranno premiati dal ministro dell’Istruzione e dal presidente dell’Anac Raffaele Cantone e avranno la possibilità di svolgere uno stage presso l’Autorità per capire come si lavora nell’ambito dell’anticorruzione.