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Storia di Natale

 

Era la sera della vigilia. Una sera particolarmente fredda, la neve stava piano piano sovrastando la macchina che avevamo dimenticato di mettere nel garage. Tutto era molto silenzioso e tranquillo. Mi dovevo preparare, di li a poco dovevo andare alla messa di mezzanotte. Correvo per la casa in cerca di un maglione abbastanza caldo da farmi sopportare il gelo che c’era fuori. Sciarpa, cappello, guanti; pronta. Solo mentre scendevo le scale misi a fuoco che un altro Natale era alle porte. Perché si sente nell’aria il suo arrivo, tutti lo sentono. Peccato che io no. Non riuscivo proprio ad apprezzare il Natale. Lo consideravo piuttosto noioso, anzi a dir la verità proprio non mi piaceva. Troppe cose dolci. La chiesa era abbastanza vicina, 10 minuti a piedi. C’era una quantità di gente impressionante. Tutti con il sorriso stampato sul viso, pronte a sentire le campane che annunciavano la mezzanotte, e l’arrivo, tanto atteso, dell’ennesimo Natale. Per fortuna vedo due mie amiche e mi unisco immediatamente a loro. Stavano parlando del famoso pranzone dell’indomani, con nonni, zii, cugini e via dicendo. Era l’ora di entrare. Prendemmo posto nelle panche abbastanza vicino all’altare. Stavo pensando a escogitare un piano furbo, per svincolarmi dallo scarto dei regali dello zio. Erano sempre poco azzeccati. Mi ricordo che una volta mi regalò un maglione sul quale c’erano disegnate due principesse. Avevo 14 anni. Non mi venne in mente niente. Anche quest’anno dovevo assumere un’espressione felice e finta, diversa dal Natale passato. A un certo punto, mi prese una specie di colpo. Solo in quel momento mi ricordai che domani sarebbero venuti anche i vicini di casa, persone alquanto snervanti. “Non abbiamo nulla da fare per Natale” ci dissero. “Se volete potete passarlo con noi, abbiamo ancora posto nella tavola, ci farà piacere”. Unica risposta carina (e forzata) che venne in mente ai miei in quell’istante. Entra il sacerdote. Mi alzo. Avevo gli occhi che mi si chiudevano e le gambe che desideravano essere sotto il piumone. L’unica cosa che mi faceva rimanere in piedi, era la cioccolata calda e la fetta di panettone che distribuivano dopo la messa. Lo so è poco carino da dire, ma era così. Proprio non capivo quale fosse la “bellezza” del Natale. I regali, forse? Quelli si possono fare durante tutto l’anno. L’albero e le sue migliaia di palline che ogni anno si frantumano sul pavimento? Non la considero molto carina come cosa, sinceramente. Allora, il cibo. Quella montagna di cibo che riempie le tavole nelle sale da pranzo…? Mi dispiace, la risposta proprio non la so. Ora voi direte: qual è lo scopo di questa storia? Farei anche a meno di leggere i pensieri di una ragazza, che non solo odia una festività come il Natale, ma non riesce nemmeno a trovarne un lato positivo. Beh, all’apparenza il quadro che vi ho creato è certamente tutto vero, fino a quando non ci fu un particolare. Un insolito particolare. Una volta finita la messa, mi avvicinai al banchino, per prendere una bella tazza di cioccolata calda. Il panettone non mi andava, non avevo fame. Mi sedetti su un muricciolo freddo, in disparte, vicino alla porta dell’uscita. Potete immaginare la voglia che avevo di parlare con le persone. Le mie amiche dovevano andare via, i loro genitori le aspettavano. Sapevo benissimo che le avrei riviste a gennaio, all’inizio della scuola, quindi le salutai con un grande abbraccio augurando a entrambe un felice Natale. Ad un tratto vidi una signora molto anziana, stava cercando di scendere le scale che portavano all’uscita della chiesa per tornare a casa. Mi avvicinai. “Serve aiuto?” chiesi. L’accompagnai fino in fondo alla scalinata. “Grazie mille, signorina. Non se ne vedono in giro di persone così brave e disponibili. Arrivederci e buon Natale”. Erano le due, coprifuoco (solo per quella sera) che avevo stabilito con grande fatica con i miei. Arrivata a casa, pigiama e a letto senza alcuna esitazione. Figuriamoci se quella notte riuscii a dormire. Avevo la mente troppo infestata dalle cose che potevano succedere tra qualche ora. Alle sette mi svegliai, scesi da letto e corsi in salotto. Un po’ di curiosità mi venne, devo essere sincera. Erano tanti i regali quell’anno. Lo sguardo mi cadde su un bigliettino, era per mia sorella. “Tantissimi auguri alla bambina più buona che io conosca” firmato, Babbo Natale. Certo che la magia che si crea intorno al Natale è proprio forte. È impressionante come un bambino possa farsi trasportare dai segreti che il Natale porta con sé. E fu allora che scattò nella mia mente un altro meccanismo. Come quando si vuole riavviare un carillon. Zac, e la musica riparte da capo. E se la mente e il modo di vedere il Natale di tutti i bambini fosse vero? Voglio dire, se provassi anche solo per un momento a immergermi in quelli che potrebbero essere i pensieri di un bambino il giorno di Natale? Chiusi gli occhi. Effettivamente era bello. Era come se fossi immersa in una bolla gigante piena di palline, regali, neve e panettone. Ma anche affetto. Tanto affetto. Sento dei passetti che si dirigono verso il salotto. Mia sorella si è svegliata. Vede i tanti pacchetti che fanno da ciambella all’albero. Non aspetta altro. Le si legge in faccia. Apre il pacchetto che fino a poco fa tenevo in mano e appena legge il biglietto balza in piedi e mi dice: “Allora mi conosce. Sa chi sono. Secondo te ho ancora qualche possibilità di incontrarlo?”. E io cosa potevo dirle a quel punto se non: “Certo che sì”. E l’abbracciai.

Sofia Ranfagni Picchianti
Classe 1C – Liceo Classico “Galileo” di Firenze