mondoscuola

Storia di Volontariato con la V maiuscola

ROMA – Michela Nervegna è una professoressa del Liceo Dante Alighieri di Roma, che fin da giovanissima ha deciso di impegnarsi nel sociale, dedicandosi all’attività di volontaria all’interno dell’istituto di rieducazione di Casal del Marmo, dove per 15 anni ha svolto un servizio molto efficace, nonostante le difficoltà dell’ambiente, che lei stessa definisce come ‘luogo che tende, in qualche modo, a sporcarti’.

Perché ha scelto di fare volontariato e soprattuto perché in una realtà difficile come il carcere minorile?

“Non l’ho scelto in realtà, perché sono stata contattata da un mio amico che già svolgeva attività di volontario a Casal del Marmo, mi ha chiesto aiuto per un ragazzo cinese appena arrestato che non parlava italiano e non riusciva a compilare la domanda per poter telefonare; io studiavo cinese, allora sono andata lì e l’ho aiutato, poi mi è talmente piaciuto, nonostante la realtà dura, che non sono più riuscita a smettere. La prima volta che sono entrata ho notato un ragazzo con una lunga cicatrice sulla fronte, aveva l’aria di uno che aveva un ruolo importante all’interno, ed ho subito capito che per inserirmi bene nel gruppo dovevo averlo dalla mia parte”.

Che ruolo aveva?

“Principalmente quello di ascoltare quello che i ragazzi avevano da dirmi, le loro esperienze, la loro storia, i loro problemi, cercando anche di capire le realtà sociali da cui provengono, borgate come Tor Bella Monaca o Corviale, luoghi in cui purtroppo è facile prendere la cattiva strada. Era molto importante che loro venissero spontaneamente da me per confidarsi e che io non facessi domande; mi si presentavano esattamente come erano realmente, senza l’ipocrisia del mondo esterno che bada solo alle apparenze. Svolgevo anche attività a livello sportivo e di gioco, come partite di ping pong, biliardino, o calcio quando non erano troppo violenti; dal gioco si capisce molto sul carattere di una persona.
Un altro ruolo che avevo era quello di accompagnare i ragazzi a casa quando avevano il permesso del giudice, questo mi permetteva non solo di aiutarli, anche perché l’ubicazione del carcere rispetto alle loro abitazioni non era vicina e in macchina quindi si faceva molto prima, ma anche di entrare a contatto con le famiglie. Mi è capitato, per esempio, di assistere a spaccio di droga a un figlio in libertà per poche ore da parte del padre”.

Ha avuto dei problemi a relazionarsi con qualcuno in particolare?

“Nello specifico è stato più complicato relazionarsi con le ragazze, perché tra donne scatta sempre un senso di competitività, per questo passavo la maggior parte del tempo nella palazzina dei ragazzi, anche se molti di loro avevano commesso reati più gravi. Inoltre c’era un ragazzo, molto violento, che era stato arrestato per aver ucciso la nonna per poter rubarle i soldi per comprarsi la dose di eroina, e con lui è stato davvero difficile instaurare un rapporto; una volta mi ha anche preso a calci e quindi ho iniziato a prendere le distanze”.

Per quella che è stata la sua esperienza, crede nell’efficacia della sistema rieducativo presente all’interno del carcere?

“Sì, credo fermamente in questo. Se una vigilanza è fine a se stessa, quindi si tratta solo di controllo del corpo, non ha nessuna utilità, ma credo che il vigilare e il redimere non possano non coesistere. Secondo me è molto importante dare una seconda possibilità. Ho imparato ad andare oltre i pregiudizi, ad avere una visione più aperta, ad accettare gli altri sperando in un cambiamento, soprattuto per quanto riguarda i minorenni, considerando comunque le loro vittime, perché purtroppo esistono e vanno ricordate”.

di Sara Boscherini – Liceo Dante Alighieri di Roma