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Survive

 

Fin da bambina il mio unico fine era andarmene da questa città. Non che Firenze non fosse bella, ma non mi ero mai sentita a casa, pure essendoci nata e cresciuta. Volevo trovare un luogo che mi appartenesse, volevo sentirmi parte di qualcosa.
Mi ero sempre sentita fuori luogo, come un’estranea, persino con la mia famiglia. Non c’era mai stato nessuno che mi assomigliasse per i tratti fisici o che condividesse le mie idee e i miei pensieri… sono sempre stata quella diversa. A volte mi definivo unica, ma mai mi ero sentita tale.
Avevo i lineamenti diversi da quelli di mia madre e della sua famiglia, dicevano che assomigliavo a mio padre e forse era per questo motivo che avevo l’impressione che mia madre mi odiasse. Ero la copia femminile di colui che l’aveva abbandonata e non l’avrei biasimata se lei mi avesse abbandonato a sua volta.
In più non avevo nemmeno il colore degli occhi in comune con nessun altro membro della mia famiglia. Tutti li avevano di diverse tonalità di marrone, ma io li avevo blu come il mare, tendenti al nero, che difatti si scurivano quando mi arrabbiavo e si schiarivano quando mi intristivo. Mia nonna mi ripeteva che i miei occhi erano rari, specialmente per una mora e che ero speciale anch’io per tale caratteristica, ma non ci avevo mai creduto. Odiavo essere speciale o unica perché per me erano sinonimi della parola diversa ed io non volevo esserlo. Volevo essere normale come gli altri, per quanto normale fosse una parola così generica.
Il mio carattere poi, non favoriva la mia causa. Ero particolare anche in questo caso: non ero una di quelle persone carismatiche e socievoli e, per quanto la gente provasse ad avvicinarsi a me, io ero sempre fredda e distaccata, o almeno così volevo apparire. Avevo un carattere tutto mio, che pochi apprezzavano, forse solo quelli che si impegnavano per conoscermi sul serio, ma a me piaceva avere solo amici sinceri, avevo meno probabilità di essere ferita. Le persone dovevano prima apprezzare la mia parte peggiore, per poi avere il privilegio di conoscere la migliore, odiavo chi si fermava alle apparenze, anche se a volte si rendevano utili. Prima mi mostravo seria e distaccata per cercare di capire chi avevo di fronte, poi puntavo sull’antipatia e sfoggiavo il mio menefreghismo e il mio scarso autocontrollo, e se la persona che analizzavo non era già scappata rivelavo semplicemente me stessa. Semplice ed efficace, con questo metodo ho sempre capito chi ci teneva a me, anche se pure i migliori vengono abbagliati dalle apparenze certe volte e come tutti anche io ho i miei punti deboli, che mi hanno spinto a fare anche scelte sbagliate.
Comunque sia, nell’equilibrio instabile della mia vita avevo affrontato molto dolore, la gente diceva che ero forte, ma in realtà ero semplicemente brava a nascondere le mie debolezze. Tutto quel dolore mi aveva ucciso ripetutamente, ma non mi aveva mai reso più forte, se non immensamente vuota. E da quel momento in poi ho sempre tentato di colmare quel vuoto invano, con della sostanza che non aveva consistenza.
Era come utilizzare il talco in un dolce, al posto della farina. Non avrebbe mai ottenuto lo stesso risultato. Ed è così che ho continuato a peggiorare la mia situazione, circondandomi di persone false, persone false che mi facevano notare ogni giorno quanto fossi imperfetta, fino a quando LEI non entrò a far parte della mia vita. Molti cercano di compensare il vuoto con l’amore, ma l’amore, si sa, non dura mai per sempre e spesso non è un sentimento che va a favore della felicità.
Non dico sia stata la mia eroina, perché non mi ha salvata, sono stata troppo testarda per ascoltarla. Ma lei è stata l’unica che ha provato ad aiutarmi, che ha provato a farmi notare l’evidenza, senza sminuirmi, senza insultarmi.
In questo ultimo anno ho vissuto i momenti più belli ma anche quelli più brutti. Avrei dovuto impegnarmi per piacere a me stessa, non per gli altri. Forse adesso non avrei fatto del male a nessuno. Se avessi aperto gli occhi e capito di stare male, molto probabilmente ora sarei con le persone a cui tengo. Ma sono stata testarda, fino all’ultimo. Fino a quando è arrivato quel momento in cui non potevo più fingere che andasse bene. Ormai mi potevo definire senza speranze. No potevo più essere aiutata, non avevo dato una possibilità a chi aveva tentato e solo ora che è troppo tardi mi rendo conto che quella che ho vissuto non è uno stile di vita, ma una malattia.
Non avrei mai voluto diventare anoressica, non pensavo a cosa sarei andata incontro. Ma più di tutto non avrei mai voluto ferire nessuno, seriamente. Ferire Kyla, i miei genitori, ferire me stessa in un modo irreparabile.
Tutto era iniziato come una sciocchezza, un obbiettivo che mi ero imposta stupidamente. Una dieta.
Iniziai a perdere chili e chili. Dicevo che ne avrei persi solo pochi altri e poi mi sarei finalmente fermata. Ero convinta di essere capace di dare un taglio netto a quello stile di vita, ma ormai era diventata una dipendenza fisica e mentale e non sapevo come uscirne. Non c’era modo per aiutarmi e alla fine mi arresi.
“Emma” gridò una voce. Tentai di muovermi, ma ero stesa a terra, inerme, incapace di reagire.
“Emma, svegliati” ripeté la stessa voce. Tentai di reagire, nuovamente, ma invano. Mi sentii sollevare da terra per poi riperdere i sensi.
“Dove sono?” domandai confusa, ritrovandomi nel vuoto.
“C’è qualcuno?” gridai, ma nessuno rispose. Ero sola. Sola con me stessa.
Mi stesi a terra in posizione fetale e aspettai che qualcosa accadesse.
“Svegliati, per favore” sentii mormorare da una voce familiare e mi guardai attorno per capire da dove provenisse.
“Ho bisogno di te, non lasciarmi” continuò la voce, rendendomi confusa.
“Kyla, sei tu?” mormorai con voce tremante.
“Emma, per favore” ripeté la voce.
“Kyla, sono qui. Aiutami” gridai riconoscendola.
“Kyla! Kyla!” gridai per farmi sentire.
“Salvami come hai sempre fatto, per favore” supplicai sperando mi sentisse.
“Perché lo ammetto: stavo male, anzi sto male. Ma si stava sistemando tutto. Me lo avevi promesso. E io ti ho creduto. Dammi una possibilità per dimostrarti che ti voglio bene veramente” mi sentii svenire mentre parlavo e mi accasciai a terra, nuovamente priva di sensi.
Sentivo un bip insistente che risuonava in tutta la stanza e qualcuno che si aggrappava saldamente al mio braccio destro come se avesse paura di perdermi.
“Kyla” mormorai aprendo leggermente gli occhi.
La persona che si teneva stretta al mio braccio sobbalzò per poi guardarmi incredula.
“Kyla” ripetei a fatica e la mia amica mi strinse in un abbraccio.
“Ascoltami” balbettai sentendo il mio corpo perdere energia mentre i bip aumentavano di velocità, fino a fondersi in un unico suono insopportabile.
“Emma” balbettò Kyla preoccupata.
“Ascoltami” ripetei cercando di usare tutte le mie poche energie per parlarle.
Incastonai i miei occhi neri come la pece ai suoi marroni e iniziai a parlare con voce tremante.
“Ti voglio bene” le rivelai con sincerità, come non avevo mai fatto con nessuno. Una lacrima le solcò il viso e io avvicinai il pollice per asciugarla, sorridendo debolmente.
“Ce la farai…” mormorai lentamente.
Gli occhi mi si appesantirono e il respiro si fece superfluo. Sentivo la voce di Kyla che chiedeva aiuto, mentre io perdevo i sensi.
“Emma!” sentii gridare, un attimo prima di andarmene completamente.

Angelia Rjel Ben Arquero
Classe 1B – Liceo Classico Statale “Galileo” di Firenze