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Per un battito d’ali

 

Si era ormai arrivati al giorno fatale, il giorno in cui tutto si sarebbe deciso, in cui le sorti dell’intero universo si sarebbero decise.
Si sarebbero incontrati nel The Capitol, e avrebbero deciso le sorti del mondo. O almeno, lo avrebbero fatto se non fosse successo quel disastro, quel disastro che provocò il caos generale in tutto il mondo, che fece infuriare ministri e presidenti, imperatori e fruttivendoli.
Quel disastro.
Ancora oggi, per riferirsi a quell’enorme errore, la gente dice “eh, quel disastro…”, per non entrare nei dettagli, perchè non bisogna MAI entrare nei dettagli in questo genere di cose.
Eppure ce l’avevamo fatta, eppure eravamo a un pelo dalla soluzione… Ma non voglio annoiarvi raccontandovi quale fu il disastro…
Per ora vi racconterò solo cosa successe.
Finalmente eravamo riusciti a metterci in contatto con le popolazioni dell’universo che ancora non conoscevamo, e a stipulare un patto di alleanza in caso di attacco dai popoli delle altre galassie: un protocollo d’intesa per comandare l’intero (e infinito) universo.
Il popolo dei Fannius era un popolo di alieni con una intelligenza sovrannaturale, che però aveva strane e incoerenti paure. Non le scorderò mai, erano così divertenti… ma non voglio annoiarvi raccontandovele, quindi continuiamo pure la storia…
Insomma, i Fannius si posssono riassumere in poche parole: degli esseri intelligenti, ma allo stesso tempo stupidi, che pensano solo a mangiare strani cibi verdi e molli, accompagnati da un bicchiere di polvere cosmica. M,a come si dice, i migliori sono matti, e loro erano davvero meglio di noi.
Perché loro non hanno fallito nel più importante affare a livello universale, noi sì.
Eppure, ripeto, eravamo a un niente dal farcela!
I Fannius e tutti i presidenti/imperatori/re/dittatori (e chi più ne ha, più ne metta) avevano organizzato un incontro per porre le firme sui documenti e incontrarsi.
Sarebbe stato il giorno più strano e speciale di tutta la storia universale: un popolo di alieni avrebbe stretto la mano a un popolo di terrestri, e finalmente tutti i racconti di fantascienza avrebbero avuto un senso!
Ma, ovviamente, ciò non avvenne.
Perché noi umani siamo troppo inferiori e stupidi per arrivare ad un passo così grande.
Insomma, tutto era perfetto e, finalmente, il supremo imperatore dei Fannius approdò, insieme alla sua navicella, sull’enorme distesa verde che si erge dinanzi al The Capitol.
Era un omino buffo, dai capelli neri e rossi, e dalla corporatura esile.
La sua pelle era un miscuglio di colori: aveva uno sfondo nero, con delle macchie gialle, bianche e blu sparse un po’ dappertutto.
Insomma, uno, per noi, fuori dalla norma.
Sceso dalla navicella, il sommo imperatore si diresse verso il presidente degli Stati Uniti, il massimo rappresentante terrestre, gli diede la mano e si congratulò per l’ottima accoglienza ricevuta. Poi si allontanò insieme agli altri capi di stato, diretto verso il The Capitol, e sembrava stesse andando tutto benissimo, quando si fermò. Due bambini lì vicino stavano litigando: uno era nero, l’altro bianco. Non è che facessero niente di così insolito: si prendevano a sberle, si tiravano a oggetti e si dicevano parolacce e insulti l’uno con l’altro.
Ma avevano attirato l’attenzione del sommo imperatore dei Fannius che, sorpreso e spaventato, utilizzando il traduttore universale, si avvicinò ai bambini e chiese loro quale fosse il problema.
Nessuno sentì cosa si dissero i tre, sappiamo solo che, finita la conversazione, l’imperatore Fannius si girò verso i terrestri con uno sguardo schifato e, sbraitando suoni incomprensibili, si diresse verso la navicella spaziale e se ne andò. Era un passo storico per due razze intelligenti dell’universo, forse le più evolute, ma quell’essere supremo girò i tacchi e torno indietro, quasi avesse paura del razzismo. Non esisteva una parola equivalente nel linguaggio dei Fannius, e il loro massimo capo decise in una frazione di secondo, un battito d’ali, che avrebbero dovuto continuare a ignorarla…

Beatrice Nicastro
Classe 2B – Scuola Secondaria di 1° grado “Pieraccini” di Firenze