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Con un piccolo aiuto da un’amica…

 

Dopo l’ultima guerra intergalattica, il nostro pianeta ha cominciato a risentire delle conseguenze degli scontri. I raggi gamma contenuti nelle armi in Termorubidio HC5 hanno raso al suolo tutti i nostri campi e hanno contaminato le nostre ultime provviste; non c’è più cibo, solo rifiuti radioattivi.j Siamo stati marchiati dai nostri stessi errori. Sì, perché quelle armi le abbiamo pensate, costruite e usate noi, e proprio con quelle stesse armi ci siamo distrutti. Ma la cosa, all’inizio, non ci aveva fatto né caldo né freddo; eravamo diventati degli esseri troppo avidi di potere, troppo desiderosi di nuove conquiste e di un futuro che sarebbe stato solo nostro. L’egoismo ci aveva reso ciechi, non pensavamo alle conseguenze disastrose che sarebbero ricadute su tutta quanta la popolazione. Da anni la nostra società si basa solo sulla supremazia del più forte, ci ha sempre insegnato ad abbandonare coloro che erano definiti ostacoli per il successo. E ora eccoci qua, con il cielo che piange lacrime nere e pesanti come la pece, con il vento che odora di catrame e con la polvere da sparo negli occhi. L’inquinamento ha distrutto tutto l’ozono, ora viviamo in una landa desolata ed esposta ad ogni cataclisma: bruciata di giorno dai venti solari, ghiacciata di notte dall’assenza di luce.
Poco prima della guerra i guardiani del tempo avevano predetto tutto e così si erano adoperati per costruire una specie di bottone di autodistruzione del nostro pianeta. Si sarebbe attivato da solo nel caso in cui quest’ultimo avesse iniziato a non esser più recuperabile, così da evitarci di morire a causa di un possibile e, oserei dire, inevitabile collasso gravitazionale.
Quel bottone si è attivato stamattina, lo hanno annunciato i giornali. I guardiani del tempo si erano preparati anche per questo e così nelle settimane scorse hanno fatto prelevare dei campioni di sangue da tutti i ragazzi tra i 16 e 20 anni. Secondo loro nella nostra popolazione si annidano geni in grado di poter transitare per un mondo con quattro dimensioni e proprio stamattina hanno inviato a casa di questi portatori una lettera, chiedendo di presentarsi alla loro Accademia il prima possibile. E io rientro tra questi.

Prima di entrare nell’Accademia ero tesa, non sapevo cosa aspettarmi o cosa avrei dovuto fare: avevo salutato mia madre, che era in lacrime, semplicemente voltandole le spalle. Sì, ero tesa, o almeno lo ero finché non ho visto Giulia. Non so cosa sia il nostro rapporto: non è un’alleanza, perché non siamo in accordi politici. Ma non siamo neanche estranee. Non lo so, so solo che qualcosa dentro di me mi fa sorridere quando siamo insieme. E sembra che queste cose non le pensi solo io, ma anche lei… e qualcosa mi dice che anche per i guardiani è lo stesso. Questi ultimi venendo verso di noi ci dividono in coppie ed io mi ritrovo con Giulia. Hanno poi cominciato a spiegarci la situazione: – Siete stati chiamati qui per salvare il nostro pianeta. Abbiamo intuito che c’è ancora una possibilità per noi di sopravvivere, ma questa si trova in un’altra dimensione: nel tempo. Non sappiamo in che punto di preciso: potrebbe essere nel futuro, nel passato, magari anche solo domani o un secolo fa. Voi avete il compito di capirlo -.
Ancora però non capiamo cosa dobbiamo cercare: un altro pianeta? Una nuova stella? Degli aspira-polveri giganti che avrebbero risucchiato tutti i nostri sbagli?
– Dovete cercare i sei principi che stavano alla base della nostra società e che purtroppo oggi tutti hanno dimenticato. Non è facile: la nostra specie ha dovuto attraversare molte evoluzioni prima di metterli tutti in uso, la cosa è molto dispersiva e voi avete solo 24 ore di tempo per trovare la soluzione migliore. Ma dovete farcela. Entrerete in brevissimi flashback, naturalmente di un’altra vostra vita, ma vi sembrerà di viverli come una qualsiasi giornata. Vi sarà tutto più chiaro solo una volta che sarete ritornati, se ce la farete. Pronti?- E senza che noi diciamo niente, ci hanno mandato a spasso nel tempo.

Roma, 18 luglio 64 d.C.
Quando le lingue di fuoco di Plutone avevano cominciato a divorare la città, mi aveva invaso una grande paura. Mia madre mi aveva preso per un braccio, ma quando si era accorta che ero troppo terrorizzata per muovermi, mi aveva lasciato sola nelle mani delle Parche. Credevo che sarei morta, ma mi sbagliavo. Chi l’avrebbe mai detto che sarei stata salvata dalla figlia della serva di mia madre! Iulia e io avevamo sempre giocato insieme da piccole. Lei mi faceva le trecce quando piangevo per i capelli troppo lunghi che mi davano noia, io le facevo provare tutti i miei vestiti di seta. Mi ricordo che, se mangiavo del grano di nascosto, lei si prendeva sempre la responsabilità, ma io le portavo il cibo che non mangiavo quando da giorni lei era rimasta a digiuno. Mi ricordo che mi abbracciava sempre quando mia madre mi puniva, io piansi con lei quando la sua era morta. E ora lei mi aveva salvata da un incendio, prendendomi di peso e correndo il più lontano possibile. Da lì a sette giorni ci compensammo a vicenda: lei ci procurò qualcosa di commestibile dai banchi dei mercati ormai distrutti, io feci due bende con la parte inferiore della mia vestaglia per tapparci il naso e non respirare quel fumo velenoso. Lei mi insegnò a correre senza sandali, io ad essere più educata. Poi fu la mia volta di portarla in salvo quando era svenuta tra le ceneri del Circo Massimo, e allora decisi di ricompensarla per quella grande solidarietà che so non troverò mai più nel resto della mia vita: – Hanc mulier liberam volo esse -.

Milano, anno 1000
Mi sento tutta indolenzita. So di essere sveglia, ma non posso ancora aprire gli occhi, me li sento gonfi, bruciano davvero tanto. So di essere sveglia perché c’è quella voce che me lo dice, che mi rassicura. Non credo che sia Dio, anche perché è femminile e sarebbe blasfemo pensare che sia il Signore. – Clara, ehi, ciao… come va oggi? Io sono Giulia, riconosci la mia voce? Sono passate ormai nove settimane da che tu sei ammalata e credo che ormai lo sia anch’io a forza di stare qui con te, ma non m’importa. Se devi morire, voglio venire con te. Intanto ti racconto cosa si vede in questo momento: c’è una grande malinconia, tutti gli appestati si lamentano, non so se riesci a sentirli, non so nemmeno se senti me. Molti sono morti, le strade sembrano dei cimiteri non consacrati. Ma quando c’è il sole che risplende nel cielo, sembra che Dio ci voglia rassicurare che prima o poi tutto questo dolore finirà. Io ci credo, stai tranquilla, Clara, so che ce la farai a guarire -.

Firenze, 22 giugno 1633
– Oggi c’è l’ultimo interrogatorio di quel tale. Come si chiamava? Galileo? – chiede mio fratello.
– Sì, dovresti ricordartelo – interviene Giulia.
– Ah sì? E per quale motivo, scusami? È solo ‘no scienziato che non sa ‘icché dice. Come può credere che noi, gli unici dotati di un intelletto, si sia uno de’ tanti corpi che rotano intorno al Sole? A volte ‘sti ragionamenti mi fanno proprio ridere! Che poi ci vole anche un bel coraggio ad andare contro le parole de’ nostro Signore… se Dio dice che la Terra è il centro dell’Universo, la sarà giusta la teoria di quel Copernico, o no? In questo momento sarei capace di fare un occhio nero agli eretici come lui, loro sono così… –
– Dai, per fortuna non c’è nessuno qui di codesti figuri! – mi affretto a controbattere io. In realtà Giulia era una seguace fedelissima degli ideali eliocentrici. Ma come posso non appoggiare quella ragazza che si è sempre sporcata le mani per difenderti dai bravi nelle strade? Quella che aveva rinunciato al suo sposo perché potesse innamorarsi di te? E non ti ha mai neanche portato rancore. Quella che sempre c’è stata per stringerti il corpetto quando, presa dalla stanchezza, ti lasciavi andare senza badare al protocollo. Quella ragazza andava semplicemente ripagata con la stessa moneta, mantenendo ora un segreto: il rispetto.

Berlino, 9 novembre 1989
Erano passati diciotto anni dall’ultima volta che l’avevo vista. Quel giorno le avevo proposto di scavalcare il Muro per passare ad Ovest. Mi ricordo il suo timore, le sue lacrime, i suoi dubbi. Ma quello che mi rimane ancora impresso oggi è stato il suo sorriso carico di fiducia in quelle poche e confuse parole che le avevo proposto. Io ce l’avevo fatta, lei no. La Stasi l’aveva catturata e rinchiusa in prigione, anche perché non c’erano prove certe che lei avesse tentato la fuga. E ora vedo solo questo nei suoi occhi che mi guardano dopo diciotto lunghissimi anni: la complicità che ci portiamo dietro nel nostro piccolo grande segreto da quel giorno davanti al Muro, quando ancora ce n’era uno.

Siamo ritornate all’Accademia, ci guardiamo.
– Ecco cos’è! – le dico.
– …amicizia – continua lei sorridendo.
Guardiamo l’orologio del conto alla rovescia e la speranza che nutrivamo fino a poco fa si spegne subito: mancano solo venti secondi e ci siamo solo noi qui. Non possiamo salvare nessuno, è stato tutto inutile! Poi uno scoppio. Buio. Un fischio. Di sicuro l’esplosione dell’autodistruzione, che i guardiani avevano chiamato “Big Bang”, dovrebbe aver messo fine all’intero Universo. Veniamo catapultate di nuovo nel futuro, rendendoci subito conto di essere solo polvere che vaga nel caos. Siamo solo io e lei, fragili e inermi. Le mie particelle si uniscono a quelle di Giulia, si legano, e allora capisco cosa volevano farci fare i guardiani. Quando avevano detto che c’era una speranza non intendevano per salvare la nostra popolazione: non era in effetti fattibile trasportarla tutta in un’altra galassia, attraversando una dimensione dalla quale la maggior parte sarebbe stata compressa. La possibilità stava nel ricostruire il tutto, partendo da fondamenta solide che solo i portatori potevano trovare, e solo pochi di loro potevano avere. E’ una vera e propria evoluzione della specie, anche se questo legame denominato “amicizia” non cambierà mai. Verrà corrotto, deluso, ammaccato, ma resterà tale per sempre, l’uomo non può viverne all’oscuro. Il legame tra me e Giulia si fa più forte, come a dire “E ora io e te sappiamo cosa fare”.

Ginevra Comanducci
Classe 2C – Liceo Classico Statale “Galileo” di Firenze