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Una telefonata improvvisa

 

Ero a letto quando ho ricevuto una telefonata improvvisa: avevano trovato mio figlio morto a New York. Mi sono arrabbiato con il mondo intero e stavo pensando di suicidarmi quando bussarono alla porta: erano due agenti dell’FBI che mi hanno fatto delle domande su mio figlio Tim, che aveva 19 anni e si era trasferito a New York per finire gli studi.
Ai due agenti dissi che non conoscevo nessuno che lo poteva averlo ucciso: era un bravo ragazzo, nessuno gli voleva male, almeno per quanto ne sapessi io.
Presi un aereo per New York e, appena arrivato, corsi in obitorio a vedere il suo corpo. Dopo mi chiesero se potevo dargli il permesso per fargli l’autopsia e dissi loro di sì. Il giorno seguente, quando fu finita l’autopsia, mi dissero che per uccidere mio figlio avevano usato una pistola 9 mm. Degli uomini dell’Anticrimine mi chiesero che lavoro facesse mio figlio: dissi loro che per mantenersi agli studi consegnava pizze a domicilio, loro mi diedero soltanto due ipotesi neanche troppo convincenti per spiegare l’omicidio: un cliente arrabbiato o una litigata per strada.
Alla pizzeria in cui lui lavorava i poliziotti chiesero gli indirizzi dove era stato a consegnare le pizze prima del decesso e loro dissero che lui non era in servizio quella sera. Allora esclusero queste due ipotesi e pensarono ad una rapina in casa: dopo l’uccisione il corpo era stato trasportato in un cassonetto della spazzatura, dove appunto fu trovato semiseppellito dai rifiuti. Peccato che in casa di mio figlio non ci fosse niente da rubare…
Dopo il funerale le indagini continuarono. E nel giro di qualche settimana i poliziotti scoprirono l’identità dell’assassino. Ero stato io ad ucciderlo ed è per questo che mi trovo in un ospedale carcerario per malati di mente.

Niccolò Serni
Classe 1D – Scuola Secondaria di primo grado “Puccini” di Firenze