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Scienza: la complicata lotta contro lo stress nello Spazio

Da piccoli sono in tanti a sognare di fare l’astronauta. Osservare il mondo da una prospettiva privilegiata è affascinante e apre la mente. Quello che in tanti non sanno è che trascorrere alcuni mesi in orbita a 400 chilometri da Terra, come avviene per gli equipaggi della Stazione spaziale internazionale, è molto faticoso e stressante per il corpo umano.

Fu Luca Parmitano a raccontare, durante i suoi incontri con il pubblico di appassionati al termine della missione Volare, di essersi allungato di 5 centimetri quando era nello Spazio. E’ solo un esempio dell’enorme stress e dei cambiamenti bruschi a cui il corpo viene sottoposto. Ve ne avevamo parlato anche noi, qualche settimana fa. Gli astronauti scontano molte tensioni sia fisiche sia psicologiche, che variano dai mutamenti delle ossa fino all’impatto dell’improvvisa notorietà planetaria.

Gli astronauti diventano così materia di studio, perché analizzando le risposte del loro corpo e della loro mente è possibile comprendere meglio alcune malattie tipicamente terrestri e provvedere a nuove forme di cura.

Una delle ricerche messe a punto dall’Agenzia spaziale europea (Esa) si chiama Immuno e ha lo scopo di correlare il livello di stress alla risposta immunitaria del corpo umano, usando come ‘cavia’ una squadra di 12 astronauti.

E’ stato calcolato che la metà degli astronauti subisce un indebolimento del sistema immunitario al termine delle missioni. Alcuni hanno raccontato che per diversi mesi dopo il rientro sulla Terra si sono sentiti incredibilmente vecchi.
L’esperimento Immuno ha rilevato alcune novità. Sappiamo che lo stress è la risposta del nostro corpo all’adattamento in ambienti ostili. Le nostre sensazioni vengono prodotte dal sistema nervoso centrale in stretta sinergia con il sistema immunitario. Questo significa che i due sistemi si influenzano a vicenda. Spesso la correlazione tra i due si traduce in un abbassamento delle difese immunitarie nelle persone fortemente stressate.

Immuno ha seguito un approccio ramificato in tre momenti. E’ stato chiesto agli astronauti di valutare il loro livello di stress. Nel frattempo c’è stata una misurazione dei loro ormoni legati allo stress grazie a campioni di urina e di saliva, e infine sono stati prelevati altri campioni, questa volta di sangue, per analizzare la reazione delle cellule in condizione di stress ambientale.

Ci sono voluti cinque anni per completare la ricerca. I campioni sono stati conservati nel freezer della Stazione spaziale a 80 gradi sotto zero e poi riportati a Terra. Gli scienziati si sono trovati, di necessità, a lavorare su piccoli campioni. Questo ha fatto sì che sviluppassero tecniche utili per altri medici, alle prese con pazienti terrestri. E’ il caso dei neonatologi, che si trovano a lavorare con bambini appena nati e che, come gli astronauti, non possono fornire grandi quantità di sangue per le analisi.

Il risultato dell’esperimento Immuno ha verificato una corrispondenza tra lo stress percepito dagli astronauti e il loro livello ormonale, ma c’è stato un fattore dirompente e inaspettato.
La risposta immunitaria del sangue degli astronauti è stata infatti molto ambigua. I medici hanno rilevato una risposta eccessiva, accoppiata con pesanti carenze immunitarie in alcune aree.
Una parte del campione di sangue congelato nello Spazio e un campione di sangue prelevato sulla Terra hanno dato evidente prova di contaminazione con alcuni comuni agenti patogeni, come funghi, batteri ed herpes. Ciò che causava una debole risposta immunitaria in una persona in salute sulla Terra sembrava far impazzire le cellule degli astronauti, facendole reagire in maniera esagerata rispetto alle minacce ricevute.
La ragione per cui questo accade è tuttora sconosciuta, ma l’idea è che il sistema immunitario dell’astronauta si adatti all’ambiente puro e privo di germi della Stazione spaziale rimanendo sempre in allerta, probabilmente a causa dello stress ambientale.
Adesso i ricercatori stanno raccogliendo dati grazie a volontari che vivono e lavorano sulla Terra, ma in zone ostili, per esempio in Antartide. E in futuro l’idea è quella di analizzare i campioni raccolti direttamente nello Spazio. Tutte le informazioni ricavate saranno utili non solo per la salute dei futuri astronauti, ma anche per noi, pazienti ‘terrestri’.