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Space Food, cosa mangiano gli astronauti

Space food

C’è l’insalata di quinoa con sgombro e verdure, ma anche il riso integrale con pollo e verdure e persino la lasagna tradizionale. Sono questi i piatti che Paolo Nespoli consumerà durante la missione Vita. Il menu comprende anche degli snack per le sue pause, per esempio la barretta con cereali, mandorle e prugne e quella cereali, mandorle e datteri.

Sono tutti cibi sostanziosi, sani, sicuri, a lunga conservazione e gustosi. Dietro ci sono anni di studio e ricerca che li hanno resi adatti alla Stazione spaziale internazionale e anche alla Terra. Il cibo dello Spazio può essere infatti acquistato da tutti sul sito readytolunch.com e consumato senza bisogno di essere cucinato.

A realizzare lo Space Food è Argotec, azienda torinese che da anni si occupa di fornire soluzioni ingegneristiche allo Spazio. Sulla Stazione spaziale ci sono tante esigenze legate al cibo, sia pratiche che psicologiche.


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Dal punto di vista alimentare si punta tutto sul piatto unico.

Siamo arrivati al concetto di piatto unico- spiega Paola Cane, Responsabile Commercializzazione di ReadyToLunch-, un concetto che abbiamo ricavato dall’università di Harvard. E’ un modello secondo il quale un pasto completo è composto da un quarto di proteine, un quarto di carboidrati e una metà di frutta e verdura. Noi abbiamo adottato questo modello: partendo dalla tradizione, attraverso l’innovazione e la ricerca e arrivando a quello che è il futuro. Il futuro è l’obiettivo principale di questa ricerca. Porterà tutti i benefici sviluppati dalla ricerca nello Spazio verso la Terra”.

Prima di preparare un menu spaziale la squadra dello Space Food Lab di Argotec si confronta con l’Agenzia spaziale europea (Esa) e gli astronauti, cercando di assecondare i loro desideri tenendo però sempre ben presenti le necessità nutrizionali e le caratteristiche specifiche dello Spazio.

I requisiti dello Space Food non sono pochi. I cibi devono essere sicuramente leggeri, flessibili, facilmente stoccabili. E non finisce qui.

Importantissimi sono i requisiti riguardanti la texture, la consistenza: devono essere prodotti che siano appetibili. Devono avere consistenze gradevoli e devono poter garantire variabilità- spiega Paola Cane-. Al contempo non devono esser volatili, non devono disperdersi nell’ambiente. Questo per due ragioni principali: se si diffondessero delle briciole potrebbero essere inalate dagli astronauti, e, se ci fossero, le briciole potrebbero intaccare la strumentazione”.

Lo space food deve anche avere una lunga conservazione. Consideriamo che va spedito sulla Iss molto prima che l’astronauta vada a bordo. Quello di Argotec, preparato dallo chef Stefano Polato, si mantiene per 24 mesi.

Gli astronauti, però, non sentono il gusto dei cibi come noi terrestri. Questo accade per condizioni dipendenti dalla microgravità. Anche per questo è importante mantenere un rapporto costante con chi prepara loro il cibo.

La microgravità causa un accumulo di liquido a livello di naso e bocca generando una possibile alterazione della percezione dei gusti- spiega Virginia Delle Piane, Tecnologa Alimentare di ReadyToLunch. Determinate esperienze degli astronauti ci dicono che la percezione è differente. Proprio per questo i prodotti che abbiamo studiato sono diversi tra di loro, ce ne sono alcuni più dolci magari per la presenza della curcuma e dell’uvetta, e altri con sapori più marcati, come per esempio lo sgombro”.

Il cibo significa anche benessere.

Cosa molto importante è l’apporto psicologico che il cibo può avere- prosegue Delle Piane-. La condizione degli astronauti è molto diversa da quella della vita sulla Terra, sicuramente è molto alienante. Gli spazi sono molto ristretti, ma spesso e volentieri, per assurdo, durante la giornata non si incontrano tra di loro. Il momento del pasto è veramente di confronto e di incontro, in cui spesso e volentieri si scambiano il cibo”.

Lo abbiamo visto con Luca Parmitano, che regalava il cibo ai colleghi stranieri presenti a bordo, e con Samantha Cristoforetti che lo metteva nelle calze, a Natale, come regalo per l’equipaggio. Un modo per sentirsi esseri umani prima ancora che scienziati.

Lo space food, come dicevamo, è in commercio anche per noi terrestri, e le possibilità di fruizione sono veramente molteplici. Pensate a chi non ha voglia o tempo di cucinare, ma anche a chi fa sport estremi e sta parecchio tempo in barca, ad esempio, o in alta montagna, oppure a chi abita in zone difficilmente raggiungibili da un approvvigionamento fresco.

Lo space food è già pronto: può essere mangiato anche direttamente dalla sua confezione.

Dietro a questi risultati ci sono anni di lavoro in team.

Un lavoro di squadra- conclude Paola Cane-, fatto con figure professionali con background diversi per arrivare a un prodotto che fa confluire al suo interno sia le caratteristiche nutrizionali di un piatto sano e bilanciato, ma anche la tecnologia e l’apporto ingegneristico all’interno del packaging”.

Servizio di Antonella Salini, montaggio di Manlio Caizzi