Raffaello Sanzio, l'artista moderno della grazia

Raffaello Sanzio, l’artista moderno della grazia

Chi era e perché celebriamo i 500 anni dalla sua morte
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A Roma il venerdì Santo del 6 aprile del 1520 moriva Raffaello Sanzio a soli 37 anni. Sulla sua morte ancora aleggiano molti dubbi, ci sono due versioni: la prima è formulata da Giorgio Vasari che imputò l’improvvisa febbre del maestro di Urbino a “una vita sessuale disordinata e fuori modo”, la seconda ipotizza che sia stato avvelenato con l’arsenico da qualche pittore invidioso; all’epoca gli avvelenamenti fra colleghi non erano rari. A supporto dell’ipotesi complottista c’è anche un altro elemento: quando, nel 1722, il corpo di Raffaello fu riesumato venne trovato quasi integro, una conservazione che può essere causata da dosi massicce di arsenico.

Ma chi era Raffaello e perché celebriamo i 500 anni dalla sua morte?

Raffaello Sanzio nasce a Urbino. Quando? Anche su questo ci sono versioni contrastanti, per alcuni nacque la domenica del 6 aprile 1483, mentre per altri il venerdì 28 marzo. In realtà la data più accreditata è il 28 marzo, mentre il 6 aprile è solo un tentativo di divinizzazione di Raffaello che in questo modo sarebbe morto nel giorno della morte di Gesù Cristo.

“(…) La nobiltà e la bellezza di Raffaello rassomigliava a quella che tutti gli eccellenti pittori rappresentano nel Nostro Signore” (Pietro Paolo Lomazzo)

Il padre Giovanni Santi di Urbino era a capo di una fiorente bottega dedita a soddisfare le opere commissionate dall’aristocrazia locale e per la famiglia ducale. Una delle primissime opere di Raffaello è un affresco dal titolo ‘Madonna di Casa Santi’, una pittura murale destinata alla casa di famiglia. Quando il padre muore Raffaello ha solo 11 anni e si ritrova a ereditare la bottega assieme ad alcuni storici collaboratori, in particolare: Evangelista da Pian di Meleto e Timoteo Viti. Il ragazzo però, per quanto precoce, ha ancora bisogno di un maestro. Le cronache ci riportano il nome di Pietro Vannucci, detto il Perugino, che accoglierà il giovane alla sua bottega.

I primi passi in autonomia Raffaello li compirà a Città di Castello nel 1499 dove ricevette la sua prima commissione: ‘Lo stendardo della Santissima Trinità’. Il dipinto era stato richiesto da una confraternita locale che voleva offrire un dono a Dio in segno di ringraziamento per la fine di una lunga pestilenza. L’opera fu talmente apprezzata che gli permise di accumulare una lunga lista di commissioni locali, un successo dovuto anche al fatto che Luca Signorelli, il pittore più celebre in città, era partito, proprio in quell’anno, alla volta di Orvieto.

Nel 1503 Raffaello intraprende una serie di viaggi. Va a Roma, dove assiste alla consacrazione di Giulio II, a Siena, dove aiuta il Pinturicchio a preparare i cartoni per gli affreschi della Libreria Piccolomini e a Firenze, dove soggiornerà dal 1504 al 1508. Nella città dei Medici il Rinascimento stava fiorendo come una foresta in primavera. Leonardo Da Vinci e Michelangelo Buonarroti stavano lavorando a “La Battaglia di Anghiari”, il primo, e a “La Battaglia di Cascina” il secondo.

Raffaello riesce ben presto a trovare committenze anche lui. Per Lorenzo Nasi, nobile d’Oltrarno, dipingerà “La Madonna del Cardellino”, mentre il cognato del Nasi Domenico Canigiani gli commissionerà “La Sacra Famiglia Canigiani”. Il periodo fiorentino sarà un momento importantissimo per la sua formazione di pittore, soprattutto gli permetterà di studiare i modelli quattrocenteschi da Masaccio a Brunelleschi passando per Donatello e ovviamente Leonardo e Michelangelo. Dal genio di Vinci imparò i principi compositivi per creare gruppi di figure strutturati praticamente nello spazio, mentre da Michelangelo assimilò l’uso del chiaroscuro, la ricchezza dei colori e il senso di dinamicità nelle figure.

Proprio mentre stava lavorando a “La Madonna del Baldacchino” a Firenze arrivò la chiamata da Roma. Papa Giulio II aveva in mente un’opera di rinnovo del Vaticano e per realizzarlo aveva chiamato a sé tutti i migliori artisti della penisola, fra cui Donato Bramante e Michelangelo, che probabilmente suggerì il nome di Raffaello. Qui insieme al meglio della scena artistica dell’epoca Raffello si dedicò alla decorazione delle Stanze degli appartamenti papali. Di questo periodo è “La scuola di Atene” e “La cacciata di Eliodoro dal Tempio”.

All’inizio del 1513 Giulio II muore, ma il suo successore Leone X confermò tutti gli incarichi a Raffaello, affidandogliene anche di nuovi. A Roma il pittore di Urbino si afferma definitivamente fino ad arrivare alla realizzazione di una parte della Cappella Sistina, ma si sperimenta anche come architetto arrivando a progettare: le Scuderie di Villa Farnesina, la Cappella Chigi e la cappella funeraria in Santa Maria del Popolo.

Viene ricordato come uno dei pochi, fra i grandi artisti, ad avere un carattere mite e pacato. La sua bottega ne sarà la dimostrazione plastica, a differenza di altri grandi maestri Raffaello delegherà senza paura e con estrema fiducia ai suoi collaboratori parti intere delle opere da realizzare. Una pratica che porterà molti di loro ad affermarsi come grandi artisti: da Giulio Romano a Perin Del Vaga passando per Giovanni da Udine. Artisti che, dopo il sacco di Roma, porteranno lo stile della bottega di Raffaello in tutta Italia da Venezia a Napoli.

L’unico vizio universalmente riconosciuto è quell’amore smodato verso le donne che secondo il Vasari lo portò a contrarre quella febbre mortale. Una donna in particolare sembra essere stata la sua prediletta: Margherita Luti, detta la Fornarina, alla quale dedicherà anche un quadro. Le cronache riportano il nome di Fornarina, ipotizzando si trattasse della figlia di un fornaio di Trastevere, ma in realtà dovrebbe essere solo un nomignolo dell’epoca per identificare la professione di prostituta della giovane.

Se questo tipo di classifiche avesse un senso si potrebbe scrivere, senza tema di smentite, che Raffaello è stato il pittore più influente della storia dell’arte occidentale, un moderno che cercava nelle sue opere la grazia, un difficile equilibrio fra eleganza e naturalezza.

Giorgio Vasari, artista architetto e scrittore dell’epoca, inventa la definizione di ‘Maniera Moderna’ per indicare lo stile dei maestri del Primo Cinquecento, cioè Leonardo, Michelangelo e Raffaello che, secondo lui, avevano raggiunto risultati eccellenti. In particolare il loro stile aveva la naturalezza e la morbidezza che mancava all’arte del Primo Rinascimento, che infatti chiama ‘maniera secca’. Sono questi i maestri che daranno l’input decisivo per la nascita del Manierismo, uno stile successivo che si allontana sempre di più dall’equilibrio, dall’armonia e dalla naturalezza rinascimentale. Si tratta di uno stile bizzarro, insolito e contorto dove i colori si fanno accessi e irreali, le pose sono sempre più contorte e innaturali, le composizioni sono affollate e complesse con dettagli che affollano la scena. Un’arte che, come spesso accade, riflette un tempo di crisi: la crisi del tempo, la crisi spirituale della Chiesa e la perdita delle certezze.

Gli anni Venti del Cinquecento rappresentano un nodo cruciale: nel 1517 ha avvio la riforma protestante, nel 1527 si ha il sacco di Roma, un episodio che, come abbiamo detto, sconvolge gli animi e mette bruscamente fine alla fioritura artistica e culturale della città. Nel 1520 muore Raffaello Sanzio con la sua improvvisa e prematura morte lascia ‘orfani’ tanti artisti che diffonderanno lo stile del maestro un po’ in tutta Italia.

Antonio Tebaldeo, un poeta amico di Raffaello, alla sua morte compose l’epitaffio inciso sulla tomba del pittore al Pantheon, riportiamo solo il finale perché rende bene l’idea di come era percepita l’arte del pittore urbinate: “Qui sta quel Raffaello: da lui, quand’era vivo, la gran madre delle cose temette d’essere vinta; e, mentre egli moriva, temette di morire”.

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