6 Febbraio, oggi la giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili

6 Febbraio, oggi la giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili

Un fenomeno che, secondo il rapporto 2020 del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, riguarda circa 200 milioni di donne nel mondo
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ROMA – Oggi si celebra in tutto il mondo la giornata mondiale della tolleranza zero nei confronti delle mutilazioni genitali femminili (Mgf). Un fenomeno che, secondo il rapporto 2020 del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, riguarda circa 200 milioni di donne nel mondo e sono più di 4 milioni le bambine che quest’anno potrebbero essere a rischio mutilazione.

Ma cosa sono le mutilazioni genitali? Iniziamo col fare chiarezza rispetto a ciò che non sono e che spesso viene detto sui media: non sono una questione africana, non sono una pratica islamica, sono una delle tante forme di violenza di genere.

La definizione di mutilazione genitale

L’Organizzazione mondiale della Sanità le definisce: “Forme di rimozione parziale o totale dei genitali femminili esterni o altre modificazioni indotte agli organi genitali femminili effettuate per ragioni culturali o altre ragioni non terapeutiche”.

Sempre secondo l’OMS abbiamo 4 grandi tipi di Mgf che vanno dalla rimozione parziale o totale del clitoride al restringimento dell’orifizio vaginale, una pratica che prende il nome di infibulazione, passando per tutte quelle pratiche che contemplano l’incisione, il perforamento, la puntura e la cauterizzazione dei genitali femminili.

Perché vengono adottate?

Ma perché vengono adottate queste pratiche? La questione è di tipo sociale e culturale, ma non solo. Le Mgf sono una norma sociale, quindi strettamente legate alla questione dell’ accettazione sociale e il non voler essere escluse dalla propria comunità. Ecco perché non è facile eradicarle, ma soprattutto ecco perché diventa così complicato affrontarle; soprattutto se lo facciamo con atteggiamenti di tipo giudicante.

“È importante quando si parla di mutilazioni genitali femminili- ci ha spiegato Isma Benboulerbah, coordinatrice dei Programmi del Network europeo EndFGM- ricordarci che non possiamo cambiare i comportamenti o le credenze delle persone semplicemente dicendo loro che sono pratiche sbagliate. Non si può pensare che il cambiamento passi dal giudicare pratiche o azioni in cui le persone si riconoscono. Dobbiamo evitare di pensare che noi sappiamo tutto e che noi dobbiamo salvarle.

Quando trattiamo il tema delle mutilazioni genitali femminili dobbiamo ampliare lo spettro della nostra ricerca altrimenti rischiamo di non comprendere il fenomeno; non è un caso che il rapporto Unfpa parli di ‘pratiche dannose’ riferendosi a tre pratiche distinte, ma collegate fra loro come: le mutilazioni genitali femminili, i matrimoni precoci e la preferenza per i figli maschi. Un mix di elementi che crea una serie di effetti a catena di violazioni dei diritti di donne e ragazze che produce danni incalcolabili.

“L’elemento comune a tutte queste pratiche – sottolinea il rapporto- è la tacita convinzione che un binario fisso e netto separi gli uomini dalle donne e i bambini dalle bambine, stabilisca ruoli sociali e aspettative gerarchiche, attribuendo maggior valore, economico e morale, agli uomini e ai ragazzi e di conseguenza assegnando un ruolo subordinato alle donne e alle ragazze”.

Per questo uno degli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite prevede l’eradicazione di queste pratiche riconoscendo l’effetto positivo che questo risultato potrebbe avere sulla salute, la dignità, l’istruzione e il progresso economico e sociale di donne e bambine.

In Italia, secondo un’indagine del 2019 dell’università Milano Bicocca, coordinata dalla professoressa Patrizia Farina e finanziata dal Dipartimento delle Pari Opportunità, ci sono circa 85-90 mila donne portatrici di mutilazioni genitali femminili, di cui 5-7 mila minorenni; principalmente provengono dalla Nigeria e dall’Egitto, due dei 31 Paesi in cui ancora, in certe zone, sussiste la pratica escissoria.

Nella ricerca si è anche indagato l’opinione delle donne e ne è emerso un quadro interessante, delle 2.200 donne intervistate, per la maggior parte immigrate di prima generazione provenienti da paesi a pratica escissoria, quelle favorevoli sono meno del 10% e il 37,5% è attiva nel contrasto nel proprio Paese. La speranza per il futuro è racchiuso in quel 76,6% di donne che dichiarano che non sottoporrebbe la figlia alla pratica mgf per nessun motivo.

E proprio parlando di prospettive future Maria Grazia Panunzi, presidente di Aidos – Associazione italiana donne per lo sviluppo, ha auspicato “un impegno finanziario ancora più forte a sostegno dell’uguaglianza di genere nella cooperazione internazionale con un incremento dei fondi già destinati a progetti e programmi per il contrasto alle pratiche dannose come il Joint programme Unfpa – Unicef to Eliminate Female Genital Mutilation”.

Le legge italiana

In Italia c’è una legge, la n.7/2006, che vieta tutte le forme di mutilazioni genitali femminili e impone una serie di misure preventive e servizi di sostegno.

Due pronunce, una sentenza della Corte di Appello di Catania del 27 novembre 2012 e un’ordinanza del tribunale di Cagliari, riconoscono negli atti di mutilazione genitale femminile il presupposto per il riconoscimento dello status di rifugiato. Non solo, il 19 giugno del 2013 dopo l’approvazione unanime del testo alla Camera, il Senato ha votato con 274 voti favorevoli e un solo astenuto la Convenzione di Instanbul che si propone di prevenire la violenza, favorire la protezione delle vittime e impedire l’impunità dei colpevoli.

Il lavoro però non può fermarsi solo sul piano normativo, per questo la presidente di Aidos ha ricordato come sia “importante formare il personale medico, sanitario, dei servizi di accoglienza ed educativo a parlare con le donne che convivono con le Mgf per fare in modo che vengano sensibilizzate e informate, anche insieme ai loro partner, sui rischi di questa pratica”.

Quando abbiamo chiesto a Isma Benboulerbah quali sono le possibili soluzioni ci ha risposto che “è necessario collaborare con i leader delle comunità per comunicare nel miglior modo possibile con tutta la comunità e quindi proteggere le giovani ragazze dalla pratica. Al tempo stesso è necessario che questo passaggio dall’età adolescenziale all’età adulta, possa avvenire, ma senza arrecare danno alle giovani donne. Dobbiamo trovare delle alternative”

 

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Autore: Edoardo Romagnoli
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