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AFRICA, TUKO PAMOJA: DANDORA, UNA CITTA’ DI RIFIUTI

Africa, Kenya, Nairobi: La discarica, dove vengono abbandonate grandi quantità di rifiuti, è luogo di approvvigionamento di oggetti e cibo di prima necessità. Unica possibilità.

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Non mi ero mai fatto le domande giuste su quanto potesse essere serio il problema dell’immondizia.  E’ semplice non preoccuparsi di questo argomento vivendo in una città occidentale: i “rifiuti” sono ciò che non vogliamo, che gettiamo via, senza pensare a dove finiranno.

Dopo Dandora tutto è cambiato. Ho scoperto che al mondo, esistono persone per le quali i rifiuti, sono una fonte di sostentamento,una risorsa, una casa . Dopo Dandora ho inizato a farmi le domande giuste.

E’ una domenica di gennaio, in Kenya, è estate: c’è il sole, la sveglia suona presto come al solito, saliamo sul pullman direzione Korogocho, uno dei più grandi slum della periferia di Nairobi. Da quelle parti un gruppo di trenta bianchi non può andare in giro a piedi indisturbato, ad ogni angolo gruppetti di bambini corrono in strada per salutarci, agitano le mani, alcuni sembra quasi che le tendano per essere presi e portati via.

Arriviamo in uno spazio del quale, da molti anni, operano i padri comboniani. C’è un edificio che sembra una scuola, un campo da calcetto sgangherato e una specie di anfiteatro che ha il pregio di poter essere usato in molti modi; dalle lezioni, alle liturgie. Alle spalle dell’anfiteatro si vede chiaramente Dandora, così grande e sporca, è la prima volta che la vedo. Una città di immondizia, una discarica a cielo aperto, una distesa interminabile, non ne vedo la fine. Era piuttosto lontana, eppure l’odore la faceva sembrare vicinissima. Padre Felipe non esita, e ci porta lì, all’ingresso di questa distesa di rifiuti. Non se ne vede la fine, davvero. Non possiamo entrare, non è facile entrare con questa pelle bianca, uno dei pochi che c’è riuscito è padre Alex Zanotelli, che ha passato 18 anni in Kenya, ed è riuscito con la forza della sua persona, a superare il colore della pelle, ad essere accettato senza essere percepito come un “diverso”.

Il problema più grande di Dandora, non sono i rifiuti, ma è quanto si è creato attorno a questa situazione di inimmaginabile degrado: un’elevatissimo tasso di criminalità, che porta con sè tutte le questioni ad essa legate. E’ nata così, tra queste montagne di immondizia, una generazione di giovani criminali, poveri, ultimi del mondo, emarginati e rifiutati perfino dai più poveri. Vanno in giro a seminare panico tra gli abitanti delle baraccopoli adiacenti. Non hanno cibo, e per sopportare i morsi della fame, ricorrrono all’unico metodo efficace ed economico: la colla.

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Molti padri missionari si adoperano in quelle zone per porre un freno a questa ondata di disagio sociale, cercano di recuperare quanti più “street children” possibile, ma è una dura impresa, che molto, troppo spesso, si trovano ad affrontare da soli, senza risorse adeguate.

Dandora è una località nei pressi della capitale keniota, adiacente alla discarica, segnalata da tempo come une delle aree più inquinate del pianeta. La discarica di Dandora, è la più grande di tutta l’Africa orientale. Nonostante sia stata dichiarata piena già da un decennio, resta ancora l’unico punto di raccolta dell’immondizia di 3.5 milioni di persone, ognuna delle quali produce giornalmente 600 grammi di rifiuti solidi urbani (all’incirca 850 tonnellate al giorno).

Nell’area circostante alla discarica sorgono numerosi slum (Canaan, Shashamane, Korogocho e altri) che ospitano centinaia di migliaia di abitanti che vivono in condizioni di estrema povertà. Per loro la discarica, dove vengono abbandonate grandi quantità di rifiuti, è il luogo di approvvigionamento  di oggetti e cibo di prima necessità. Unica possibilità.

Al suo interno si può trovare, oltre ai rifiuti, ogni genere di cosa,  dagli animali, maiali, cani o uccelli, alle persone. Persone che vivendo nella discarica, si sono inventate dei lavori, delle ragioni di vita, delle attività più o meno produttive. Persone che sopravvivono allevando gli animali, persone che scavano grotte nelle montagne di rifiuti e le rendono delle “case”(termine che davvero non ci si avvicina). Persone che crescono i loro figli nella discarica, sperando in un futuro migliore per loro, mantenendo una dignità pulita, in un mare di sporcizia.

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Circa 10.000 persone “lavorano” dentro la discarica: il 55 per cento sono bambini sotto i 18 anni e di questi più del 65 per cento è in età scolare. Molti altri ci vanno in cerca di cibo. I 43 ettari di immondizia vengono divisi in mucchi di diversi materiali destinati a rimanere li ad alimentare senza sosta quella orribile città di rifiuti.

Non puoi non sentirti sporco. Puoi non capacitarti di come la gente possa riuscire a vivere in quelle condizioni. Mi schifa vedere tutto questo e pensare ai molti che ignorano e alle persone che vogliono ignorare. D’altra parte però mi rassicura il fatto che esistono uomini e donne che dedicano la maggior parte del loro tempo ad aiutare gli esseri umani di quella zona, come padre Felipe ad altri volontari che hanno sacrificato la loro vita per il prossimo.

Penso alla sporcizia,e mi sento sporco, io che vivo tutti i giorni nella mia casa pulita. Penso alla sporcizia, e sento che quelle persone, dentro, sono più pulite di tante persone che vedo qui, quotidianamente impomatarsi ed andare a lavoro.

Penso a Dandora, e mi chiedo quante tonnellate di quell’immondizia provengano dal nostro mondo,  i nostri rifiuti sono la loro vita.

Penso alla sporcizia, a tutta quell’immondizia insieme, e non riesco a crederci.

La mia pelle è cambiata, i miei occhi hanno visto.

Tuko Pamoja

GiacomoGiacomo Onlus

Foto Credits: Lavinia Inciocchi