Torino, docenti e studenti a confronto su ‘hate speech’

Iniziativa dell'associazione Acmos
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TORINO – Hate speech, incitamento all’odio online, e come contrastarlo. Questi i temi del convegno che si è tenuto questa mattina a Torino, nei locali del Gruppo Abele. La giornata di riflessione e formazione è stata promossa dall’associazione torinese Acmos per celebrare il suo ventesimo anno di attività, nell’ambito del progetto ‘Contro l’odio’ sviluppato in collaborazione con numerosi partner del mondo profit e no profit, tra cui le università di Torino e Bari e il ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Ad aprire i lavori Giacomo Molinari, vicepresidente dell’associazione che ha spiegato come “l’impegno di Acmos nelle scuole ha naturalmente abbracciato il tema dello hate speech perché è una urgenza storica e politica. Nostro dovere è quindi studiare delle contronarrative”.

Il primo intervento è stato quello di Viviana Patti, ricercatrice del dipartimento di informatica dell’università di Torino, che ha spiegato il software di ‘contro l’odio’. A supporto del lavoro di sensibilizzazione, infatti, il gruppo realizza ricerche con l’obiettivo di rilevare e analizzare le varie forme di ostilità espresse sui principali social media, dagli insulti agli stereotipi che colpiscono individui o categorie precise come donne, migranti, membri della comunità LGBTQ+.

Maria Teresa Martinengo, consigliera dell’ordine dei giornalisti del Piemonte, ha preso parola subito dopo per precisare che “il collega che viola la deontologia deve essere sanzionato. L’invito è quindi a incoraggiare i lettori a segnalare condotte sanzionabili messe in atto da giornalisti”. Martinengo ha poi presentato in pillole un regolamento annunciato lo scorso giugno dall’ordine dei giornalisti; obiettivo è individuare e sanzionare quelle condotte di opinionisti e commentatori che appaiono sui media e amplificano il clima di odio ma non rispondono alle regole della deontologia giornalistica.

Dall’università di Reading è intervenuto Federico Faloppa, docente di linguistica e coordinatore del tavolo sull’odio online di Amnesty International. Studenti, informatici, linguisti, giornalisti, decisori politici, attivisti e società civile. Ecco tutti gli attori che secondo Faloppa devono dialogare e operare in modo congiunto per arrivare a stabilire pratiche e policy di contrasto all’odio online. “L’odio ormai si manifesta in modo esplicito- ha detto Faloppa citando un commento contro l’Islam, poi sanzionato, scritto da un giornalista su un noto quotidiano- spesso entra in conflitto con la libertà di espressione e questa è una questione da affrontare. Altrettanto spesso però l’odio è strumento di consenso che sempre di più paga sul piano elettorale. Qualcuno ha capito come sfruttare i sentimenti prevalenti nella rete e cavalcarli a fini propagandistici”.

Il linguista ha poi passato in rassegna molti casi di linguaggio di odio che hanno coinvolto giornalisti, esponenti istituzionali e privati cittadini nell’uso violento dei social, sottolinenando con forza le responsabilità delle grandi piattaforme come Facebook e Twitter.
“È importante fare rete tra istituzioni ed esperti anche per arrivare a una definizione operativa di linguaggio di odio. Attualmente non ne abbiamo una universale e questo rende difficile passare al piano delle policy di contrasto. E come si fa a stabilire dove sia il confine tra hate speech e crimine d’odio? C’è una enorme zona grigia su cui la giurisprudenza deve intervenire. Dobbiamo però anche avere più dati sui profili degli odiatori e soprattutto lavorare con le vittime, per capire gli effetti concreti di questo fenomeno” trasferendo così la riflessione sul piano giuridico e lanciando quindi la palla all’avvocata Cathy La Torre, non prima però di sollecitare gli insegnanti presenti: “dobbiamo educare i nostri ragazzi all’argomentazione perché imparino a problematizzare, discutere, negoziare. Questo è il contrario delle forme espressive di odio e noi dobbiamo rovesciare, coi dati, i discorsi di odio e la prospettiva politica di chi li produce”, ha concluso.

L’avvocata bolognese è l’attivista che insieme alla filosofa Maura Gancitano ha fondato ‘Odiare ti costa’, campagna sociale e servizio di consulenza legale per tutelare le vittime di odio e garantire loro il risarcimento adeguato. “Io sono una vittima d’odio e sono rea di essere una lesbica- ha esordito Cathy La Torre- la mia prima minaccia l’ho ricevuta nel 2011. Innanzitutto voglio dire che noi conosciamo benissimo la distinzione tra libertà di espressione e l’odio che è un reato di opinione. Esiste un diritto all’odio? C’è chi lo teorizza. Sicuramente abbiamo il diritto di provare questo sentimento ma non abbiamo il diritto di manifestarlo quando diventa un reato, dalla diffamazione al revenge porn. Ciò che non diremmo mai in pubblico lo diciamo tranquillamente in rete, gli adulti a differenza dei giovani non hanno capito che c’è invece un nesso di causalità. E infatti gli odiatori sono principalmente adulti. Facebook non è più appetibile per i giovani perché non è una comunità sana”, ha concluso, dopo avere raccontato molti aneddoti personali e avere spiegato agli studenti presenti i meccanismi giuridici della diffamazione e dell’odio online.

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Autore: Redazione Diregiovani
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